Il volto alla finestra

Spero che l’inverno finisca presto. Dalla primavera, fino all’autunno, posso vivere tranquillo. Ma talvolta il freddo arriva presto e già a fine ottobre lei ritorna…

Ricordo bene la prima volta che lo vidi. Era mattino, non erano ancora le sei, fuori era ancora buio. Soltanto la luce dell’unico vecchio lampione illuminava il cortile, come se qualcuno avesse rovesciato a terra un secchio di vernice gialla.

Ero appena uscito, a malincuore, dal caldissimo getto d’acqua che mi aiutava ad affrontare la giornata. In quel periodo mi serviva anche a lavare via il ricordo di quella stronza che mi aveva mollato senza neppure tentare di conoscermi bene. Giulia… sì, mi sembra si chiamasse così.

Il vapore appannava gli specchi, i vetri e le superfici metalliche. In modo particolare, la finestra si ricopriva di un velo uniforme di piccolissime goccioline di condensa. Il volto era lì e mi guardava. Un volto appena accennato sul vetro, una bozza più che un vero e proprio disegno. Pochi tratti che delineavano un viso contornato da quello che sembrava un foulard o una folta chioma di capelli lunghi. Solo uno schizzo… ma mi sembrava di conoscerlo.

Mi fermai un attimo a pensare.

Il fenomeno è semplice: tracciando con le dita quel disegno, il leggero unto che i polpastrelli lasciano sul vetro fa sì che lo stesso si riformi in modo automatico ogni volta che il vapore si condensa sulla superficie.

Semplice.

C’è un solo dettaglio che stona… In questa casa vivo da solo. Non che non venga mai nessuno da me: qualche notte brava me la concedo anche io. Ma non succedeva da oltre due settimane e in tutto questo tempo avevo regolarmente invaso di vapore il bagno, tutte le mattine. E non avevo mai notato nulla.

Però… quel giorno era venerdì. Mi ritrovai a sorridere: il giovedì pomeriggio Valentina si occupava delle pulizie, ormai da anni. Immaginai la scena: mentre stava lavorando aveva ricevuto una telefonata. Un attimo di pausa, appoggiata al davanzale della finestra, la mente completamente assorbita dalla conversazione, aveva iniziato soprappensiero a tracciare qualche segno sul vetro, sulla leggera condensa che si era formata perché stava utilizzando l’acqua calda. Ancora sorridendo avevo preso un panno e avevo asciugato accuratamente il vetro.

La giornata si era sviluppata come sempre nelle sue mille sfaccettature e non ci avevo più pensato. Fino al mattino successivo, quando vidi di nuovo il volto. Anche se… mi pareva ci fosse qualcosa di diverso.

«Tu sei fuori…» dissi ad alta voce alla mia immagine allo specchio. «Forse è il momento di pensare a un relazione stabile… che dici?»

Il mio riflesso mi scrutò per qualche istante, poi distolse lo sguardo e riprese a occuparsi del rituale mattutino.

Mi ripromisi di pulire meglio il vetro. L’avrei fatto il giorno successivo: la domenica mi offriva la possibilità di pensare a me stesso e di cancellare la settimana. Poi avrei chiesto a Valentina di stare più attenta…

Ma il giorno successivo non pulii il vetro. Era un po’ più tardi quella mattina. La luce dell’alba stava facendo la sua comparsa tentando di filtrare attraverso uno schermo compatto di nebbia.

Guardai il disegno e per un attimo smisi di respirare. Era diverso, ne ero certo. Non riuscivo a mettere a fuoco cosa fosse cambiato, ma era maledettamente diverso. Mi resi conto improvvisamente del dettaglio che più mi inquietava: il sorriso. Adesso quel volto mi osservava sorridendo. Sarebbe stato anche divertente da raccontare: un bellissimo viso di donna che mi osserva e mi sorride quando esco dalla doccia. Solo che in quel momento non mi stavo divertendo. A dirla tutta iniziavo a provare un senso di disagio. Decisi, non so perché, di fare una fotografia alla figura sul vetro, adesso che era illuminata dalla luce esterna che diventava via via più intensa.

Il disagio che avevo provato quella domenica si era trasformato in terrore nei giorni successivi. Per tutta la settimana avevo confrontato la fotografia con l’immagine che appariva ogni mattina. Notavo piccoli cambiamenti, ma non ne ero così sicuro dato che la quantità di condensa non era mai la stessa a causa delle diverse temperature e dei diversi gradi di umidità esterni.

Il sorriso, invece… Non potevo far finta di nulla. Dapprima dolce, ammiccante, si era trasformato in un’espressione che lasciava trapelare un accenno di disprezzo.

Se fino a quel momento non avevo voluto lavare il vetro per cancellare ogni traccia di quel volto, fu la domenica successiva che decisi di farlo. Non avevo detto nulla a Valentina: prima volevo capire fino a che punto il fenomeno potesse evolvere. Ma quella domenica mattina, appena entrai in bagno, sentii il mio cuore saltare un battito. I rubinetti dell’acqua calda erano aperti, il vapore rendeva l’atmosfera pesante. Il volto, ormai perfetto, mi guardava con aria di sfida. Come in una sequenza di immagini proiettate su uno schermo, l’espressione mutò rapidamente: gli occhi si dilatarono, le labbra si distanziarono a formare una grande “O”, i capelli iniziarono a muoversi come investiti da folate di vento.

Mi venne di nuovo in mente il nome… Giulia… Giulia, sì, mi sembra di ricordare… Non era d’accordo, ma l’avrei convinta, il tempo non mi mancava. La scusa di farsi una doccia, il rumore dell’acqua che scorre. Lei aveva cercato di scappare, dalla finestra. Al primo piano… se ti appendi con le mani è un salto molto semplice. Un metro e mezzo e i piedi toccano terra. Ma non eri stata attenta, ragazza mia, era stato un attimo sbilanciarsi e cadere di testa…

Mi slanciai verso la finestra e colpii ancora una volta il volto con violenza. Frammenti di vetro e gocce di sangue, il mio sangue questa volta, precipitarono verso il cortile. Guardai in basso e lo vidi ancora, scomposto in mille parti, ma sempre più vivo e reale.

«Pensi di farmi paura?” urlai. «Pensi di poter fuggire?»

Ci volle un po’ di tempo per prendermi cura dei tagli sulle mani. Poi andai a controllare che fosse tutto come sempre. Avrei potuto scavare una buca più profonda, ma ci avrei pensato alla fine dell’inverno.

«Adesso devi sostituire il vetro della finestra» dissi a voce alta.

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Discussioni

  1. “«Pensi di farmi paura?” urlai. «Pensi di poter fuggire?»”
    Non so perché ma è stato qui che ho capito. La frase iniziale, il nome Giulia che a malapena ricorda (o finge di non ricordare?), l’accenno al vivere solo, le visite sporadiche, il sorriso che muta…dovrebbe essere lui a voler scappare, e invece lo chiede…geniale.

  2. Un racconto davvero sorprendente perché ciò che quest’uomo nasconde, tu non lo sai, fino alla fine, risolto in poche, intense parole. Bella la forma che muta, soprattutto quell’angolatura della bocca che poi si piega nel disprezzo.

    1. Ciao Cristiana. Ho scoperto che è tutt’altro che facile parlare di follia… Ci ho provato, cercando di capire cosa potesse spaventarmi e nello stesso tempo irritarmi.
      Grazie per la tua lettura e per il tuo commento!

  3. Ma quanto è originale questo racconto! Mi ha rapito l’attenzione dall’inizio alla fine: proprio le prime righe poi le trovo azzeccatissime, perché riassumono col senno del poi tutto il succo di quello che è raccontato: degno dei migliori racconti dell’orrore brevi! E riguardo al finale non me l’aspettavo proprio, mi ha dato come la sensazione di star leggendo un racconto di Edgar Allan Poe in tempi moderni! Complimenti davvero 🙂