
Il vuoto dentro il villaggio
La popolazione parve essersi volatilizzata. Un giorno era lì, e il giorno seguente non c’era più nessuno.
Fu durante la pandemia. Le ricerche hanno battuto a tappeto tutta la zona, i boschi, i laghetti interni…
“… e cos’hanno trovato?”
“Niente. Nessuno di loro è mai stato ritrovato.”
I bambini scrutano dentro le fiamme. Posso sentire la loro infinita perplessità.
Il racconto è durato più di mezz’ora. Un tempo quasi insostenibile per loro, abituati alla velocità delle cose che scorrono su uno schermo. Ho posto un veto pesante, me ne rendo conto, vietando loro di portarsi i telefonini nel bosco.
Ma ne è valsa la pena. Il fastidio logorante delle prime ore, quando tutto sembrava troppo lento, troppo vuoto, e troppo silenzioso – già è mutato in altro.
Ci sono voci, ora, e rumori. Di piccole bestie che annusano, strisciano, sussultano e fuggono. Dividiamo la radura con le mosche, i ragni e le cavallette.
Portano con sé trame di odori sconosciuti – e storie.
Nuove storie, sempre le stesse antiche storie, in verità. Sono i loro occhi, ad essere nuovi. Le lucidano e le fanno scintillare, le riportano in vita.
Sulle mie colline, il sole è un bacio, che si allunga incontro alle tenebre.
Abbiamo acceso il fuoco, srotolato i sacchi a pelo. Abbiamo riso e scherzato, di cose che non sapevamo di possedere, come l’odore dei nostri corpi.
L’estate è un abbraccio tra ubriachi, che non prevede fedeltà. Come l’infanzia, ha regole proprie, che non tornano più.
Quando il sole ci ha infine abbandonati, eravamo pronti, la legna disposta al centro del cerchio dei sacchi a pelo. Avevamo occhi sgranati, pronti a contrastare l’oscurità, a celebrare la nostra mortalità – ad abbandonarci alle storie.
Come quella del villaggio vuoto.
“Cioè, non c’era neanche un mostro? Neanche un fantasma piccolo piccolo?”
Scuoto la testa, senza rispondere.
È molto importante, questo, come vagamente mi pare di rammentare: non rispondere. Lasciare che il silenzio pesi, che prenda corpo, sostanza.
Invece, mantenere lo sguardo incollato ai loro volti, e un vago sorriso in faccia, come di chi sa.
Il vacillare della fiamma trasformerà presto tutto questo in qualcosa di insostenibile.
Dove mai potrebbero sperimentare, altrimenti, che le cose non sempre rispondono ad una logica?
La causa e l’effetto non sono, nell’universo, la sola regola, a cui tutto si deve sottomettere. Ma nessuno avrà mai il coraggio di rivelare loro quanto sia fragile ed inconsistente lo schema sul quale poggiano le nostre certezze.
Un pianeta che ruota assurdamente veloce, attorno ad un asse che non esiste. La gravità di tutto ciò – nel suo senso non scientifico, ma linguistico.
Per accedere a questo, non c’è che una storia narrata attorno al fuoco.
Ecco, ora lo sentono: è tutt’altro che una storia noiosa. I loro occhi hanno cominciato ad abbassarsi.
Hanno capito: non serve nessun mostro, per renderla interessante.
“Cos’era successo?”
Aggiusto meglio un pezzo di legno, facendo salire scintille verso un cielo nero, fitto di stelle.
“A chi?”
“Alle persone!”
Sapevo che sarebbe stato Mico a fare questa domanda. Lui è sempre quello che ha più coraggio, o forse quello che ne ha di meno.
Di certo, è a lui che serve maggiormente quel tipo di senso che passa dalle certezze. Forse perché è sempre stato un vincente, guardato come tale.
Che smacco dev’essere, per lui, ritrovarsi attorno a questo fuoco, insieme a gente come Suso, col suo muso da coniglio spaventato; o Lilla, che siede sulle natiche grassocce, sapendo benissimo che non ce n’è, di così grassocce, in tutta la zona.
O Pier, che starnutisce sempre per qualcosa – e che è stato il solo, finora, a lamentarsi delle mosche.
Ronzano come matte, sbattendo loro addosso come se fossero pezzi di legno, invece che ragazzini.
“Pizzicano?”
L’eterno quesito del campeggiatore. Sorrido.
“Non sono zanzare. Non vi faranno niente. Sono solo fastidiose.”
“Allora?” torna alla carica Mico. Ha un’espressione furiosa. Non è abituato ad essere ignorato – e di certo non per dare attenzione a qualcuno come Suso…
“Datti una calmata!” esigo, bruscamente.
Si zittisce subito, sebbene si accenda nei suoi occhi una luce di rivolta. Ma non è stupido. Sa benissimo che non sarebbe in grado di cavarsela, se lo allontanassi dal fuoco.
Dove potrebbe andare, in questo buio uniforme?
No, il cerchio è l’unica cosa che valga la pena di avere. Anche un cerchio di sfigati, non ha importanza.
Tutto, pur di non ritrovarsi da solo, al buio, con le mosche.
“Scomparsi non vuol dire per forza morti, no?”
Lilla mi osserva attraverso le fiamme, con espressione speranzosa. Pier schiocca le dita, per segnalare la sua disponibilità al conforto.
Mico sbuffa, divertito.
“Seeee, allora dov’è che sono andati? A fare shopping?”
Tutti guardano verso di me. Incredibile, come sia bastato poco a permettere loro di riconoscere ciò che nella vita di tutti i giorni non avrebbero mai osato ammettere.
Hanno bisogno di qualcuno che sappia muoversi, nel territorio oscuro del bosco, come di queste domande.
Nei loro occhi passa la terrorizzante consapevolezza che, se anche avessero a disposizione i cellulari, non saprebbero assolutamente cosa digitare per dare risposta a questa insicurezza.
Non sarebbero mai neppure approdati alla domanda, perché si sarebbero limitati a far passare il tempo giocherellando con ciò che veniva loro suggerito dai motori di ricerca e dal logaritmo.
Invece, l’oscurità della domanda, che si spalanca sotto i loro piedi, e il cielo – l’oscurità uguale e rovesciata sopra le loro teste – si è impressa in profondità.
Non li lascerà mai più in pace.
Lo sa Dio, che avrei tanto preferito far finta di nulla. Ma io non sono come gli altri, capaci di dimenticare che tutti dobbiamo morire. Non lo sono mai stata.
“Magari non sono morti” dico.
Il mio sussurro li costringe a spingersi in avanti verso di me. Hanno occhi attenti, occhi che scintillano.
Occhi Sapiens.
“Magari esiste qualcosa di diverso dalla morte, e basta.”
Mi infilo dentro il sacco a pelo, permettendo che si faccia strada, in loro, lo sconcerto sommo di venire ignorati nel loro bisogno di una risposta definitiva.
“Ora di dormire, tesori miei.”
Le loro proteste mi lasciano del tutto indifferente.
Si accorgeranno presto che, se lascio la cosa alla loro immaginazione, è perché solo a lei spetta di dettare le regole.
“Non riuscirò mai a dormire, con ‘ste mosche di merda!” si lamenta Mico.
Come sempre, è il primo a rompere le palle all’alba, e l’ultimo a crollare nel sonno.
Poco prima della prima luce, un escursionista attraversa la radura, forse attirato dalle ultime braci del nostro fuoco morente.
Balzo fuori dal sacco a pelo e lo afferro per un braccio, allontanandolo dal cerchio.
“Cosa vuoi? Cosa stai cercando?”
Ha le pupille dilatate, lo sguardo da pazzo.
“Mi sono perso… Non so da che parte andare…”
Il suo corpo, a pochi centimetri, è fin troppo solido, fin troppo vivo. Lo spingo vero il bordo della radura.
Indico il folto degli alberi.
“Prosegui in linea retta. Non c’è sentiero, ma non troverai alberi a sbarrarti la strada. Anche al buio, riconoscerai la presenza di una vecchia pista. Se la segui fino in fondo, arriverai al paese.”
Ha un’espressione confusa, colma di sorpresa.
“Ma voi… questi sono… voi siete…”
Lo spingo di nuovo, stavolta con forza.
“Su, va’!”
Si allontana nella direzione che gli indico, girandosi ogni pochi metri, come per verificare che io sia sempre dove mi ha lasciato.
“Cos’è ‘sto casino, di prima mattina? Neanche un caffè?”
Il Capo della Forestale sbatte la porta in faccia al gruppo dei giornalisti, che a quel punto si spostano in fretta dalla parte della finestra dell’ufficio, sbirciando all’interno, come bambini dalla vetrina di un cioccolataio.
“Stanotte un’escursionista si è perso nel Bosco degli Scomparsi. È arrivato in paese poco fa. Ha sollevato un bel polverone…”
“Nel Bosco degli Scomparsi? Di notte?”
Il Capo ha un’espressione decisamente incredula.
Il giovane agente della forestale si limita ad annuire, senza ulteriori commenti.
“Un bel genio, non c’è che dire!” gli scappa fuori. Si avvicina alla macchinetta del caffè, sforzandosi di ignorare le facce grottesche premute contro il vetro.
“Dice che è arrivato fino alla radura… sa, quella vicino alla Vecchia Signora…”
Il Capo ha un brivido involontario. La Vecchia Signora è il modo in cui quelli della zona chiamano una roccia dalla forma strana, che incombe su una piccola radura, esattamente al centro del bosco.
“E…?”
L’agente giovane fa un sorriso, di quelli che dicono guarda tu, cosa mi tocca sentire!
“Dice di averli visti.”
“Chi?”
“I bambini scomparsi, Capo. Quelli del Villaggio Vuoto. Quelli della storia, si ricorda?”
“Sarà stato un gruppo di campeggiatori…”
L’agente sorride di nuovo.
“Nessun gruppo, questa settimana, Capo. Stanno arrivando i temporali.”
“Sì, sì…”
Diversi gruppi in arrivo hanno disdetto la prenotazione a causa dei consigli meteo.
Ma allora…
“Cosa vorresti insinuare, giovanotto?”
L’agente ignora la domanda, continuando a sorridere in modo vago.
Il Capo pensa distintamente che, se non la smette subito, gli sfonderà la faccia con la tazza del caffè.
Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Horror
Pizza, birra e Sara Firmo in questo torrido sabato sera agostano. Che te lo dico a fare…
mi fai sentire come fossi la terza nel gruppo giove, giunone e minerva 😉 cioè, la quarta, se minerva non è allergica al luppolo XD
Brava Sara, sembra quasi una sceneggiatura. Mi ha ricordato moltissimo le atmosfere create da M. Night Shyamalan e quella sensazione di non sapere mai se sei sulla strada giusta.
sì, l’hai “visto” perfettamente 🙂 sarà brescia in comune….
Molto curioso e ben studiato il modo in cui hai dato l’impressione che la storia scorresse via veloce verso la fine senza un vero e proprio colpo di scena.
Mi ha sempre intrigato la storia di Roanoke, per cui ogni volta che mi imbatto in una storia che ne riprende il tema la leggo sempre molto volentieri.
sono d’accordo, roanoke è uno dei tanti misteri ben riusciti 🙂
Molto bello, coinvolgente ed intrigante. Non commento nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a nessuno. Ma complimenti.
grazie a te di nuovo per l’algoritmo XD
Finale da wow!
😉 e aggiungerei iuùùùùùù!!!!!!!!! XD grazie ken 🙂
“Si accorgeranno presto che, se lascio la cosa alla loro immaginazione, è perché solo a lei spetta di dettare le regole.”
Mi è piaciuto tantissimo il modo in cui, qui e durante tutto il racconto, la protagonista indica ai ragazzi una certa direzione di pensiero, ma senza forzature e lasciando a loro il compito di scoprire…
sì. ci si prova. meglio sbagliare da soli – però sapendo che solo non sei….
Bellissimo! Hai seminato indizi qua e là, in modo sapiente, e sei davvero riuscita a sorprendermi!
Complimenti!
omaggio al tema di ronoeck… si scrive così? boh. i miei ragazzi mi hanno fatto vedere la stagione di American Horror Story… mi piace riadattare i temi per sorprenderli, altrimenti dicono che le cose belle sono già state fatte tutte… 😉
Interessante il focus posto sui bambini. Poi, il finale decisamente misterioso !
se posso, ce lo pongo spesso. permette di esplorare liberamente temi che altrimenti sono già stati detti mille volte 🙂