Imprevisti di vita

Serie: LA STANZA DEL PIANO DI SOPRA


La mia vita in Sardegna mi piaceva molto quando chiamavo ai miei non facevo capire che adoravo stare lì.

Una mattina, il 27 maggio con la bici mi stavo dirigendo a lavoro quando ferma ad un bivio un pirata della strada mi travolse con la sua auto, mi portarono all’ospedale.

Il dottore Edoardo PRECISINI primario del reparto di ortopedia e traumatologia, si era sposato giovanissimo perché la moglie aspettava un figlio suo, era alto, muscoloso, capelli lunghi castani, occhi verdi, aveva seguito le orme di un defunto zio fratello di sua madre, morto purtroppo per un tumore.

Da anni è rimasto solo,la moglie Sofia CARLENTINI, entrò in depressione dopo essere stata licenziata, faceva la contabile presso uno studio di consulenza, inutili i gesti e i metodi del dottore EDO per aiutarla, neanche le sedute dallo psicologo l hanno aiutata a reagire, si lanciò dal balcone del quarto piano del loro appartamento, inutili i soccorsi, è deceduta all’ospedale.

La figlia disperata per la morte della madre diede la colpa al padre e lo abbandonò rinchiudendosi in un convento di clausura.

Il dottore EDO non si diede per vinto e reagì a tutto dedicandosi ai malati dell’ospedale e il fine settimana andava alla casa di cura a visitare tutti gli ospiti, quindi conosceva bene la signora Maria Dolores Melinas.

Arrivata in ospedale fu il dottore EDO a visitarmi, mi colpì subito, aveva uno sguardo fiero ma nello stesso tempo dolce e rammaricato.

Mi furono riscontrate delle fratture e qualche ammaccatura e poi una distorsione al piede quindi me lo ingessarono.

La signora Melinas è venuta a conoscenza dell’incidente così avvisò mia madre in Sicilia che si è subito precipitata da me in Sardegna.

Io e mia madre non abbiamo avuto mai un buon rapporto, specialmente da quando lei si era risposata dopo che mio padre se ne andò con un’altra donna.

Quando ho compiuto 18 anni il compagno di mia madre era rientrato in casa ubriaco e cominciò a farmi delle avance, io ho riferito la cosa a mia madre che mi rispose “bene cerchi di tutto per farmelo lasciare ma non ci riuscirai, non è il mostro che pensi tu.” Nei giorni a seguire pensai che forse l’avevo male interpretato. Dopo un mese è ritornato alla carica fino a quando una mattina eravamo noi due soli in casa e lui venne in camera mia dove mi stavo vestendo e cominciò a toccarmi io mi allontanavo, ma fu inutile mi prese e mi gettò sul mio letto abusando di me. Piansi lacrime amare visto che mia madre non mi credette e lui si scusò i giorni a venire dicendomi che si era pentito ma ormai troppo tardi, non ero più una ragazzina mi ritrovai donna senza volerlo.

Piansi lacrime per mesi, andai via di casa, affittandomi una stanza in un istituto di suore.

Quante lacrime versate per tante sere in quella stanza dell’Istituto di suore, fino a quando suor Benedetta mi disse figliuola la tua vita può diventare più bella se lasci entrare il sole del mattino nel tuo cuore e se porti a termine ciò che ami.

Continuai gli studi e col tempo ripresi a sentire mia madre ma non tornai più da lei a casa mia.

Guardavo gli uomini con odio, fino a quando sull’autobus mentre rientravo dalle lezioni conobbi Federico era galante ed educato, siamo usciti per mesi insieme, stavamo bene. Una sera mi sono concessa a lui è stato dolce affettuoso e per me fu la mia vera prima volta, l’amai ma certi ricordi ti segnano, quindi la mia continua insicurezza lo allontanò da me.

In ospedale arrivò mia madre, mi abbracciò e essendo molto apprensiva andò ad accertarsi sulle mie condizioni. Il suo arrivo fu una disgrazia.

Mi riscontrarono un piccolo tumore al seno, fui trasferita di reparto e operata per fortuna preso in tempo con piccoli cicli di chemioterapia me ne uscii.

Il dottore EDO non mi abbandonò un istante veniva da me, mi chiamava e mi incoraggiava.

Appena mi ripresi totalmente tornai a lavoro ma persi la promozione

L’arrivo di mia madre nella mia vita mi portò allo sconforto, quante sere siamo state a litigare, non riusciva a comprendere cosa volevo dalla mia vita e che se ero diventata così diffidente dovevo ringraziare lei e quel suo compagno.

Mi capitò di tutto mentre c era lei.

Odiavo lei, la vita passata insieme a Catania. La mia Catania era una città caotica, frenetica, terra di fuoco grazie al maestoso vulcano l’Etna, fonte di turismo grazie anche ai tanti centri commerciali sparsi per tutto il territorio e alle università.

Passarono i giorni e lei finalmente se ne andò. Mi sentivo triste nel vederla andare via perché non aveva capito cosa si era rotto tra di noi. Il tumore fu debellato e tornai a lavoro.

Continuavo a sentire strani rumori provenienti dal piano di sopra, eppure non erano topi.

Non ero la sola questa volta a sentirli.

Una sera volevo salire su per vedere ma non ebbi la forza avevo troppa paura. Le pensavo tutte.

L’indomani a lavoro mi arrivarono tre rose rosse, nel biglietto sta scritto Da chi ti ha conosciuta debole e ti ha vista uscirne forte.

Mi incuriosì questo messaggio e nei giorni a venire per tre mattine di seguito ho ricevuto il solito messaggio e le tre rose rosse.

Per giorni avevo la sensazione d’essere seguita e controllata.

Era il 05 giugno ero andata a prendere Chiara dall’asilo e mi accorsi di un uomo alto, robusto, pizzetto, occhiali da sole che fumava di fronte l’asilo e mi osservava.

Tornata a casa prendendo una strada alternativa e facendo perdere le mie tracce raccontai tutto a Aurora.

Lei che tra le due era la più debole si preoccupò e chiamò subito Filippo Moro padre di una sua alunna, polizziotto, lui ci consigliò di non arrivare a conclusioni affrettate.

L’indomani d’avanti il portone di casa trovai la testa di un gatto sgozzato e un biglietto con su scritto ” Se la testa ancora attaccata vuoi tenerti la bocca chiusa devi tenerti.”

Tremavo dalla paura, ma cercai di reagire e senza svelare ad Aurora le mie preoccupazioni mi recai a lavoro e non feci parola con nessuno di quello che avevo ricevuto.

Questi strani episodi mi fecero dimenticare i rumori che sentivo provenire dalla stanza del piano di sopra, ma essi continuarono e si ripetevano sempre allo stesso orario, questo lo avevo appurato da poco.

I miei vicini di casa erano marito e moglie, Cristian e Beatrice, si erano sposati da poco. Entrambi lavorano al call center della Tim, Cristian un uomo molto avvenente, sportivo ogni mattina presto si recava a correre, laureato in economia aziendale, ha lavorato anche come muratore, nato a Napoli, in età adolescenziale per colpa di cattive compagnie decise di lasciare la città natale e rifarsi una vita altrove, così un giorno prende un treno per Milano, dove incontra Beatrice, donna sempre elegante, laureata in lingue, nata a Brindisi, che quel giorno si stava recando a Milano per un colloquio di lavoro come traduttrice di libri antichi.

Si incontrarono sul treno e fu amore a prima vista, decisero di vivere insieme lontano e grazie a un cugino di Cristian entrarono a lavorare al call center.

Erano strani sempre soli rinchiusi al buio.

Le minacce continuavano e io cominciai intimorita a rinchiudermi a casa, non volevo sentire e vedere nessuno.

Le notti dormivo poco e male, avevo incubi.

Una notte mi ritrovai un cuscino in faccia e sentivo la voce di Beatrice che mi diceva che dovevo morire pure io,urlavo ma nessuno accorreva neanche la mia compagna di casa.

Poi il campanello la fece scappare era il dottore Edo allarmato dalla signora Melinas per i miei silenzi.

Lo abbracciai in lacrime e nel buio e nella solitudine di quella casa ci lasciammo andare consumando il nostro primo amplesso.

L’indomani non volevamo lasciarci e ci siamo promessi di provare a portare avanti una seria storia d’amore.

Gli avevo raccontato di Beatrice e rivolgendomi al poliziotto Filippo Moro scoprimmo che era stata in cura per violenze a donne.

La denunciai ma non fu trovata e allora cercai Cristian suo marito e lo trovai in casa accoltellato e un biglietto con su scritto siete tutte troie e vi ucciderò tutte.

Per mesi nessun risultato, non è stata trovata.

Una sera sentivo ancora rumori dal piano di sopra salii in quella camera chiusa e vi trovai tre donne imbavagliate e picchiate, colpevole Beatrice.

Le liberai felice e ascoltai tutto quello che quel diavolo di donna aveva fatto.

                                                

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