In illo tempore

I – LA DIALETTICA TEMPORALE

A quanti hanno per grattacapo l’arte del raccontare, può suonare conveniente il parallelo con l’agricoltura celeste: in ambedue i mestieri vi si applica la metafisica, ed entrambi godono dei frutti di un lavoro a chiunque altro invisibile.

Alla nostra arte applichiamo centinaia di artifizi – alcuni connaturati alla scrittura, altri estratti per distillato dal cuore:

contiamo i giorni dei nostri eroi, stabiliamo limiti e strutture dentro il nostro microcosmo, attingiamo a un repertorio fantastico e legittimo; come può non esserci un’affinità metafisica?

Ad alcuni autori l’anima è scappata per imprimersi coll’inchiostro sulla pagina, spesso in una sola riga.

E cosa facciamo, mentre filiamo la nostra rete, se non provvedere alla risoluzione di un grande mistero di mezzo a gli accidenti dei nostri eroi, giocando col Tempo?

L’embrione di questa riflessione ci evidenzia una porzione di territorio che, per buona norma, è serva delle esigenze narrative; sfila nell’ombra spacciandosi per la percezione mondana dell’incedere eppure, in peso vagamente atomico, contiene la superposizione di chi scrive e di chi legge.

II – ESTETICA DEL TEMPO NARRATIVO

Aisthesis ha valenza di “sensazione, percezione sensibile”; a tale proposito lo impieghiamo nell’analisi del Tempo in termini di narrativa, dove la prospettiva del raccontare può contrarsi alle esigenze creative nello svelare una storia coi tempi adeguati – che non significa per forza ordinati e lineari –.

Grattando anche solo la superficie di questo sapere trasversale, ne possiamo stabilire tre macro-categorie:

a). Estensione;

Quando la necessità del raccontare esige l’esuberanza del tempo, a uso nelle catarsi, nel dettaglio che s’ingrandisce, allora s’adopera la percezione del singolare.

Contiamo enne note in una battuta lunghissima.

Ed è quantomeno sorprendente notare quanto la letteratura moderna viva di questo momento narrativo, molto comune nei romanzi, spesso pieni di pagine, piene di parole, ma vuoti nel contenuto pedagogico sulla filosofia temporale della narrativa sottintesa nell’opera.

b) Torsione;

Per validare tutto un pleroma di escamotaggi che ci siamo costruiti praticando lo scrivere durante i secoli, facciamo qui ricadere quella casistica di torsioni alle quali si sommano tutti quegli episodi appartenenti al ricordare, al tornare indietro nella memoria per strade traverse, alla condizione però, che il passato resti immutabile.

Così pure le altre torsioni di tipo profetico, nel mescolare un futuro ineluttabile, incontemplabile o indecifrabile al presente, poiché ne diviene parte al suo compimento.

Poi abbiamo filoni interessanti, su un eventuale ciclicità, o eterno ritorno, nei quali gira tutta l’esperienza dell’opera, e passato e futuro s’ignorano alla percezione di chi ne vive i grafemi alla lettura.

c). Estasi;

Possiamo andare in estasi.

Succede quando abbiamo, senz’artificio alcuno, modellato una partitura narrativa attorno a un evento che il tempo lo supera, musicando le parole nel verso, punteggiandolo onestamente, e trasformando la lettura nell’esperienza di un sentimento reale.

È il vecchio mestiere dell’arciere che centra il bersaglio dritto al cuore senza essere sgamato.

Ma sono casi rari, figli anche di un certo gusto o di una specifica maturità, il cui pregio è lo sviluppo di un legame profondissimo tra chi legge e chi scrive. Io ripenso a Stevenson, al Cuore di Tenebra di Conrad, alla prosa colta e ironica di Verne, alla poeticissima semplicità del Vangelo; ma sono facile alla meraviglia, non faccio testo.

Però qui riesce facile immaginare l’estasi di un bacio atteso, una vittoria all’ultimo secondo, la morte di un eroe. Tutti quei segmenti che tentano di sospendere il tempo, che puntano al miracolo (= cosa meravigliosa), al superamento della condizione quale coronamento di un quid preziosissimo.

III. – ESCATOLOGIA NARRATIVA

Al termine dell’opera, quando il cerchio si chiude, i fatti si compiono e le trasformazioni assumono valenze permanenti, subiamo il fascino di una sensazione ambigua, diretta conseguenza del conoscere la storia intimamente.

Possiamo davvero affermare, infine, che all’ultimo capitolo, all’ultima pagina, il libro finisca? O piuttosto sarebbe più opportuno suggerire che, osservando il nostro foro interiore, l’opera resta con noi travalicando i limiti della rilegatura?

Si, è vero: Frodo naviga verso i Porti Grigi.

Non tornerà più indietro.

Eppure noi siamo ancora lì a raccogliere i pezzi di vita eterna che ci sono rimasti dagli eroi, ora vivi per sempre, sospesi nella Terra di Mezzo dei nostri cuori.

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