In medio stat virtus

Serie: Rolangaròs


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Clarissa e Anna vengono esiliate a San Tommaso al Monte, e partono per il paese.

Per giungere al paesino di San Tommaso al Monte bisognava percorrere una strada stretta e tortuosa, tutta una curva, nella quale non superai i quaranta chilometri orari con la mia Ypsilon malgrado la scarsa pazienza di Anna, che non vedeva l’ora di arrivare. Non appena arrivammo, cominciai a pensare che quella fosse l’alba della più grossa cretinata che avessi mai potuto fare. Non ero mai stata lì prima d’allora, ma mi era bastato l’ingresso del paese per capire che non ci fossero esattamente i livelli di vivibilità di Stoccolma o Copenhagen. Il cartello che segnava l’ingresso del centro abitato era crivellato di colpi d’arma da fuoco, e l’unica presenza che vedemmo per i primi cinquecento metri fu un cane biondo tutto spelacchiato.

“Non mi sembra un posto molto sicuro, forse abbiamo fatto una fesseria” mi disse Anna, rassegnata.

“Sciocchezze, Anna! Questa è solo la prima impressione, me l’ha detto Pietro!” esclamai, ostentando gioia. Non le dissi che, in realtà, Pietro mi aveva detto che per abituarsi a vivere in un posto del genere ci aveva messo tre mesi. Sembrava che delle ottomila anime che popolavano il luogo nessuno fosse disposto ad accoglierci, finché non vidi una donna con una bambina per mano.

“Mi scusi- le chiesi, abbassando il finestrino-, per via Castello?”

La donna sgranò gli occhi e non disse niente, ma con un’espressione terrorizzata, tanto che se avesse visto un fantasma sarebbe stata meno turbata, mi indicò una traversa, e trasse a sé la figlia.

“Grazie!” esclamai salutandola con un sorriso. Non rispose.

“Mi sa che non siamo proprio ben accette” osservò Anna.

“Ma sono solo i primi giorni Anna, dai! Vedrai che tra qualche giorno saremo di famiglia” dissi soddisfatta.

Dopo pochi minuti fummo davanti al B&B “La nuvola d’oro”, e vidi due sedie poste sul parcheggio davanti alla porta. Chiamai il numero che mi era stato fornito, e dopo aver annunciato il nostro arrivo una donnina uscì trafelatissima dalla porta, spostando le sedie. Parcheggiai mentre rientrava, e quando avemmo scaricato i nostri bagagli entrammo. La proprietaria ci accolse con mille salamelecchi e si presentò: si chiamava Carlotta, e parve molto dolce e ospitale, contrariamente alla prima compaesana che avevamo incontrato. Ci mostrò le nostre stanze, dove ci accomodammo, e poi, da brava giornalista, cominciai con le prime domande: “Com’è la situazione della Virtus?”

Carlotta ebbe un sussulto e rispose: “Guardi, non ne parliamo. Mio figlio ha fatto lì tutta la trafila delle giovanili e l’anno scorso è entrato in prima squadra, ma è da allora che medita il trasferimento a Vallenova.”

“Prego?”

“Sì, Vallenova, il paese che si trova alle pendici del colle, la squadra è sempre in Terza categoria ma l’anno scorso hanno mancato la promozione di un soffio. Per di più, il mister della Virtus, Mele, è un tiranno.”

“Mi scusi, quand’è il prossimo allenamento?” domandai.

“È in corso adesso” rispose la signora Carlotta.

“Bene, andiamo- feci, rivolta ad Anna-. Suo figlio si chiama?”

“Enea Pintore. Vi accompagno volentieri al campo sportivo, così vedete la strada per le prossime volte.”

Ringraziammo e salimmo sulla vecchia Panda della donna, che in meno di due minuti ci portò sul luogo degli allenamenti. Scendemmo ringraziando ancora e andammo a sederci sulle fredde gradinate.

“Ma saranno così terribili questi allenamenti?” mi chiese Anna.

“Adesso vedremo” risposi.

E sì, la situazione era davvero terribile: il mister correva avanti e indietro sbraitando e insultando i suoi atleti.

“Muoviti con quella palla, deficiente! Lumaca d’un attaccante, dribbla meglio! Ma insomma Carmelo, non sapresti fare nemmeno due più due!”

A quel punto Carmelo, un uomo sulla quarantina alto e secco, si rivoltò come una vipera: “Senta mister, semmai sarà lei a non saper far di conto, io ho studiato ai ragionieri e sono cassiere di supermercato, come si permette?!”

“Io dico quello che voglio a chi voglio, non sarai tu a darmi ordini” sghignazzò beffardo Mele.

“Va bene, arrivederci, mi faccia sapere se ha ancora bisogno del capitano della sua squadra, per ora per lui sembra che non ci sia spazio” disse Carmelo, e tornò negli spogliatoi.

“Mister, ha proprio esagerato stavolta” si intromise un bel giovanotto con il naso dritto e i capelli scuri e ricci.

“Enea, piantala o ti retrocedo agli under 21.”

“Enea… dev’essere il figlio della signora Carlotta” feci sottovoce ad Anna.

“Faccia quello che vuole, tanto un attaccante come me non ce l’ha. Arrivederci”, e anche lui marciò verso gli spogliatoi.

Quella scena era bastata, e andammo all’uscita degli spogliatoi. Tempo cinque minuti, arrivò Carmelo, e io lo fermai.

“Buongiorno signor Carmelo, sono Clarissa Devito, inviata della testata provinciale. Vuole parlarmi della situazione della squadra?” gli dissi.

L’uomo, che pareva posseduto da una fretta indiavolata, rispose: “Guardi, molto volentieri ma mi aspettano al supermercato, che oggi devo aprire io. Arrivederci.”

Lo salutammo e decidemmo di aspettare Enea: certo era che la situazione era tutt’altro che rosea. La squadra si chiamava Virtus San Tommaso, ma di virtù aveva poco e niente! Enea arrivò con tutta calma, con il borsone sulle spalle e una camminata piuttosto molleggiata, ma l’espressione lasciava presagire che il suo umore era nero.

Mi qualificai, e gli chiesi se fosse il figlio della signora Carlotta. Lui confermò, e con poca pazienza sbuffò: “Cosa volete?”

“Vogliamo capire come funziona questa squadra, visto che non ci è sembrato proprio un ambiente rilassato” gli dissi.

Ebbe un sorrisetto di superiorità e disse: “Mah, niente di che, non è poi così male.”

Si vedeva che non si voleva scoprire. A quel punto trassi un respiro profondo e gli dissi: “Enea, non nasconderti dietro un dito. Sappiamo da tua madre che vorresti anche trasferirti a Vallenova, quindi spiegaci gentilmente cosa sta succedendo in questa maledetta Virtus.”

Ci fu un minuto buono di silenzio. Ci fissammo immobili come in un film western, finché alla fine il ragazzo non cedette e disse: “Va bene, ve lo spiegherò, però non qui a San Tommaso.”

Continua...

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