IN MERITO ALLA MORTE

Ho pubblicato una cinquantina di brevi racconti su questo bellissimo portale. In quasi tutti c’è un morto.

A cominciare da Berto che ha bevuto troppa acqua; un tipo solitario ha il cadavere del padre in cantina; un altro la moglie interrata in giardino; il papa viene colpito da un missile; una donna a pezzi in valigia; Alvaro abbattuto da un drone; mio suocero stroncato da un attacco cardiaco con le carte da briscola in mano; per finire con Martino ammazzato dal fratello.

Insomma: una bella carneficina.

Allora ci si chiede: ma perché scrivere così spesso della morte? cosa attrae di questo ultimo e inconosciuto atto della vita?

Bene: io, personalmente, non lo so.

E quindi perché ne scrivi? si potrebbe obiettare. Forse per scaramanzia, per tenerla lontana?

Non so nemmeno questo.

Per cui provo a salvarmi portando ad esempio alcune opere dei miei colleghi scrittori preferiti: Hemingway e Dostoevskij.

In Addio alle armi il buon Ernest fa morire l’infermiera in un ospedale; in Per chi suona la campana l’antifranchista Robert salta assieme al ponte; in Morte nel pomeriggio finiscono male sia tori che toreri; e Di là dal fiume e tra gli alberi termina con l’infarto del colonnello.

Il grande maestro Fëdor in Delitto e castigo ammazza due inermi vecchiette; verso la fine di L’idiota descrive un drammatico femminicidio; I Demoni abbonda di omicidi e suicidi; per concludere con I fratelli Karamazov dove mette in scena un cruento parricidio.

In aggiunta vorrei citare altri capisaldi della letteratura: nella Divina Commedia ci sono centinaia di morti, parlanti ma sempre morti; in Macbeth il sangue scorre a fiumi; nel Moby Dick un intero equipaggio di marinai cola a picco (tranne uno, per la verità); la bellissima eroina di Anna Karenina si getta sotto al treno; Josef K. in fondo a Il Processo viene giustiziato da due loschi figuri; persino il protagonista del celebre Il piccolo principe non sopravvive in una simile ecatombe.

Potrei continuare, ma preferisco cambiare registro, anticipare le vostre giuste osservazioni e dedicarmi, d’ora in poi, a testi più leggeri e rassicuranti: scriverò d’amore e di esperienze felici…

Ma, scusate un attimo… qualcuno bussa alla porta insistentemente… non aspetto nessuno, io…

Oh mio Dio! Una vecchia con la falce in mano… mi sorride e mi fa segno di seguirla. Vado… speriamo bene!

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Discussioni

  1. Eccomi. In Cent’anni di solitudine, le persone non muoiono e se muoiono comunque non muoiono. Ursula vaga per la casa, ultracentenaria e cieca, con il braccio alzato e l’indice diretto non si sa dove.
    Vedi, dovresti provare i sudamericani. A parte qualche strage compiuta dagli Apus sulle Ande (cit. Lituma), solitamente, appunto, i morti non muoiono davvero 🙂

  2. “Ma, scusate un attimo… qualcuno bussa alla porta insistentemente… non aspetto nessuno, io…Oh mio Dio! Una vecchia con la falce in mano… mi sorride e mi fa segno di seguirla. Vado… speriamo bene!”
    😂

  3. ahahah… grande Furio! Con toni scherzosi hai parlato di ciò che incombe, senza eccezione, su ognuno di noi. Credo sia giusto schernirla, la morte, che tanto arriva comunque e allora parliamone senza reticenze così come scriviamo dell’amore, del sesso, dell’odio e della noia (forse questa è il male peggiore). Io e te, i colleghi Ernest e Fedor e tutti gli amici di EO continueremo a leggerne e scriverne perchè, piaccia o meno, è uno dei momenti significativi del nostro esistere… o del nostro cessare di esistere. Un abbraccio.

  4. Mi sono goduta il finale: ironico e raffinato. La morte, la soglia per eccellenza, diviene violenta e sanguinaria nel tempo della cupezza, quando il senso di pericolo costante ispessisce il sangue e la mente.