In preda agli effetti dello shell shock

Serie: La Storia non sempre si ripete


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due amici si rivedono e scoprono di aver vissuto la stessa esperienza, ma da diversi punti di vista.

Dato il lavoro che faceva, Matteo aveva perennemente la faccia segnata dalla stanchezza, ma quella sera più del solito. Gli occhi erano cerchiati, come il residuo di vino in un fondo di bicchiere. I capelli arruffati gli davano un’aria scarmigliata.

Ci stringemmo la mano e poi si sedette davanti a me.

– Allora? Come va?

– Bene dai.

– Dalla faccia non mi sembra.

– È un po’ di notti che non dormo tanto bene.

Quel presentimento, che si era insinuato in me dal momento in cui l’avevo rincontrato, si acuì ancora di più. Tra noi due solitamente bastava uno sguardo per capirci, ma mi resi conto che anche se avessi chiuso gli occhi avrei comunque percepito qualcosa. Si era creata una sorta di connessione tra noi due. Di lì a poco avrei scoperto di cosa si trattasse.

– Senti Fabio, ti devo dire una cosa. – L’arrivo del cameriere interruppe la frase sul nascere. Ordinammo da bere due birre, poi attendemmo in silenzio che ce le portassero, entrambi credo desiderosi che quella figura estranea si allontanasse per permetterci di ricollegare i ponti.

Una volta portate le ordinazioni, pagammo e lui tornò dentro ad incassare i soldi. Matteo lo seguì ancora con la coda dell’occhio fino a quando non sparì dal suo campo visivo, poi riprese.

– Forse mi prenderai per pazzo per quello che sto per dirti, ma devo parlarne con qualcuno. Devo liberarmi da questo peso che mi opprime.

Io lo guardai, rimasi per qualche secondo in silenzio, poi sibilai – Dimmi.

– Tu lo sai fin troppo bene che ho il sonno molto leggero, e ho già molta difficoltà di mio a dormire, ma è da quasi una settimana che non chiudo occhio perché sentivo – esitò qualche istante – delle voci.

Io non mi scomposi più di tanto, ma la mia domanda uscì con un tono bizzarro – In che senso delle voci? – gli chiesi con un groppo alla gola. – Che cosa hai sentito?

– Per le prime due notti, sentivo un vociare di gente in lontananza, discorsi su argomenti vari, colloquiali, provenienti da un ambiente famigliare, ma di una quotidianità che non sembrava appartenere al presente. Il modo di parlare, le parole utilizzate erano un po’ arcaiche, come potrebbe parlare mia nonna. Poi le notti successive sono state le peggiori.

Fino a quel momento, lo ascoltai dando poco peso a quelle descrizioni. Quando iniziò a raccontare gli episodi delle notti successive rimasi attonito, e l’angoscia in me crebbe sempre di più.

Proseguì col suo racconto: un crescendo di urla, spari e fiamme che ardevano. Ma fu proprio quando specificò che le urla erano in tedesco che il sangue mi si congelò nelle vene. Fu allora che capii cosa ci collegasse.

Mi liberai anche io del mio fardello e gli raccontai tutto che avevo visto. Gradualmente ci rendevamo conto che le scene corrispondevano. La sua esperienza uditiva combaciava con ciò che avevo visto io. Ci sentimmo meno soli, in parte alleggeriti ma non ancora del tutto liberi dall’oppressione di quel peso. Entrambi soffrivamo delle ripercussioni di quelle visioni, come penso dovessero essersi sentiti i reduci di guerra in preda agli effetti dello shell shock.

Da ciò che avevo visto, riferii a Matteo che il posto era quello stesso bosco dove eravamo stati la settimana prima. Forse, là avremmo potuto trovare una soluzione per liberarci da quel senso di angoscia che ci opprimeva. Così, decidemmo di ritornare nel bosco l’indomani.

Il giorno dopo, mi svegliai di buon’ora e sufficientemente riposato, nonostante la notte passata in compagnia delle immagini cruente. C’è chi dice che ci si abitua a tutto, prima o poi. Non è vero. Alla violenza non si riesce a reagire con l’indifferenza e, chi ci riesce, vuol dire che nasconde qualcosa.

Terminata la colazione, feci una tappa in bagno, mi vestii, presi lo zainetto, me lo misi in spalla ed uscii di casa. La domenica sa di quiete dopo la tempesta. Mi fermai ad apprezzare per qualche secondo quel silenzio calmierato che la contraddistingue dalle altre giornate. Matteo era già sul luogo dell’appuntamento, accomodato nel suo furgone scassato, ad aspettare il suo amico ritardatario. Quando salii sul vecchio catorcio notai una grande assenza.

– Dov’è il cane?

– Non sta tanto bene, l’ho lasciata da mia madre, penso che la porterà dal veterinario.

– Mi dispiace.

– Non mi sembra nulla di grave, tranquillo.

Data l’ora, il traffico era praticamente inesistente, pressoché nullo quando prendemmo la strada per il bosco. Dopo aver parcheggiato, procedemmo spediti fino al nostro obiettivo, ovvero la punta della collina. Quando giungemmo alla base della spaccatura, ci arrampicammo e ci infilammo in quel minuscolo canyon.

Più proseguivamo e più il passaggio sembrava farsi stretto, fino a quando inaspettatamente ci ritrovammo in uno slargo. Riconobbi quel posto, anche se era la prima volta che ci andavo. Perché quel posto l’avevo già visto, nei miei sogni. Proprio in quel luogo si era consumata l’ultima raccapricciante scena. Lì la vita di quella povera ragazza era terminata in modo orribile. Cercai di pensare ad altro per non rivedere ancora una volta quelle immagini. Ma non feci nemmeno tempo a distrarmi che Matteo si mise le mani alle tempie e si appoggiò alla fredda e umida parete di pietra.

– Quelle urla strazianti, le sento di nuovo rimbombare nella testa.

– Ho visto quello che tu senti, è accaduto qui.

Rivolsi lo sguardo verso una piccola rientranza nella roccia. Vidi qualcosa mal celato dalle pietre. Mi avvicinai e, dopo averle spostate, mi resi conto che c’erano delle ossa. Mi voltai verso Matteo, ma non ebbi nemmeno il tempo di aprire bocca. Dal fondo della gola si alzò un vento ululante che portò con sé un forte odore di muffa e umidità. Sembrava l’alito della morte. La testa iniziò a farsi pesante. Davanti a me Matteo vacillava, come un albero in mezzo ad una bufera. Una luce bianca fortissima cadde dall’alto, come un getto di acqua gelida e ci travolse entrambi, un immenso tsunami che inghiotte tutto quello che incontra sul suo cammino. Fummo scaraventati a terra, poi tutto diventò nero.

Serie: La Storia non sempre si ripete


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Credo che la vicenda inizi un po’ a srotolarsi, gettando un po’ di luce sugli strani avvenimenti accaduti.
    Ora, però, sono curioso di sapere dove li porterà questo enorme bagliore che li ha investiti.

  2. “C’è chi dice che ci si abitua a tutto, prima o poi. Non è vero. Alla violenza non si riesce a reagire con l’indifferenza e, chi ci riesce, vuol dire che nasconde qualcosa.”
    questo mi sembra essere il cuore del tuo racconto. La sofferenza umana non scompare mai, e chi pensa che invece scompaia, o vi si abitua con la scusa che è “passato tanto tempo”, cerca in realtà una impossibile via di fuga.