In salita

Ancora qualche metro e sono arrivata. Il terreno è scivoloso, merito della pioggia di ieri e del tasso di umidità tipico della stagione autunnale. Non posso guardarmi allo specchio ma sono sicura di avere il naso e le guance rosse. Non so perché mi sono avventurata quassù con le scarpe da ginnastica. L’erba non mi è stata amica e non so quante volte sono scivolata. Ho anche i jeans fradici. Ma non riesco a fermarmi. Voglio arrivare più in alto.

Mezz’ora fa prima che mi incamminassi verso il promontorio, ero con le mie amiche. Adesso neanche ricordo più il pretesto per cui abbiamo iniziato a litigare, so solo che mi sono arrabbiata di brutto. Ho l’incazzatura facile, lo so, ma qualche volta sembra si divertano a farmi sorpassare il limite. Forse si aspettavano proprio che girassi i tacchi. L’ho fatto, ma non per tornare a casa. Questo è uno dei vantaggi di abitare in montagna. Ci sono salite da affrontare e poi si può godere del panorama. Sono partita a gran velocità, i primi due trecento metri mi sono sembrati niente. Battevo forte i piedi sulla terra umida e lasciavo l’impronta. Poi la rabbia è andata scemando e ho calmato anche l’andatura. Mi sono dovuta fermare per prendere aria. Ho proseguito più lentamente e ho iniziato a guardare dove mettere i piedi. Quando mi sono resa conta di dove mi stessi dirigendo mi sarei potuta girare e tornare indietro, ma sono troppo testarda e ormai devo terminare ciò che ho iniziato.

Se mi capita di rivolgere il pensiero alle mie amiche, ecco che mi sale di nuovo la rabbia e prendo a salire come una furia. È tipico di me lasciarle in disprezzo dopo una sfuriata. Dopo che ho buttato fuori tutto non ho più nulla da dire. Purtroppo mi capita che non dica solo ciò che penso, ma tutta una serie di cattiverie che mi sono rimaste in fondo allo stomaco. Mi tocca sempre chiedere scusa perché mi incazzo in quel modo e non rimango a discutere con calma. Ma come si fa a discutere con calma quando ti monta una rabbia dentro? Non credo di esserne capace.

Finalmente vedo la fine.

Mi volto e guardo la strada che ho fatto per arrivare fino a qui. Non posso crederci di averla fatta da sola. In condizioni normali, non mi sarei sognata di farlo. Mi sono fatta trascinare da una storia raccontata dalla zia di una delle mie amiche. Diceva che quando era arrabbiata e aveva bisogno di sfogarsi, saliva sul promontorio e urlava con tutto il fiato che aveva, la faceva sentire meglio.

Voglio farlo anche io. Voglio salire sulla cima e urlare finché la mia voce non si ritira e diventa roca.

Sono curiosa della sensazione che si sente dopo. Come mi sentirò una volta terminata ogni goccia di rabbia?

La temperatura sta scendendo e inizio ad avere freddo con le scarpe e i pantaloni zuppi. Non mi preoccupo delle spiegazioni che dovrò dare ai miei genitori. Voglio solo terminare questi ultimi dieci metri. Mi batte forte il cuore quando il terreno inizia a raddrizzarsi.

Sono arrivata. Ci sono stata diverse volte, ma sempre in compagnia. Con il casino intorno e non mi sono mai soffermata ad osservare. Sono pronta. Un passo dopo l’altro e arrivo al limite. Mi guardo intorno pronta a urlare. Mi si mozza il fiato. Il panorama è pazzesco. Ci sono alberi e piante a sconfinare. Interi cumuli di rocce da cui nascono degli alberi. Mi chiedo come abbiano fatto a nascere abbarbicati alle rocce. Stanno in piedi da anni e hanno messo radici nel fondo del terreno nascosto dai sassi. Di fronte a tutta questa bellezza mi dimentico che sono salita quassù per urlare e dare sfogo alla mia rabbia. Anzi l’ho proprio dimenticato. Adesso sono rapita dal paesaggio che vedo. Il cielo inizia a sfumare sul giallo-arancione e il sole si fa sempre più basso. Non riesco a staccare gli occhi da ciò che vedo. Sembra che io ci sia immersa, mi sento un tutt’uno con la natura. Vorrei essere uno di quegli alberi nati sulla roccia. Sembra essere forte e non si fa piegare da niente e nessuno. Neanche la natura stessa ha potuto piegare la sua volontà di crescere e diventare sempre più grande di un semplice arbusto. Quanto deve essere stata forte la sua volontà quando ha iniziato a incontrare tutte quelle difficoltà? Mi rendo conto di quanto sia effimera la mia incazzatura di poco fa di fronte a tanta bellezza. Ho dimenticato il litigio, le mie amiche, il mio desiderio di urlare. Ora voglio stare in silenzio e ammirare ciò che è intorno a me. Mi siedo a terra, sul terreno umido, lascio che mi tinga con le sue impronte. Voglio assaporare questo attimo che sa di pace.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bel racconto! forse perchè anche io ho l’incazzatura facile, e tendo ad intestardirmi, mi sono immedesimato facilmente nella tua protagonista (anche se difficilmente litigo con gli amici), ma la conclusione è veramente perfetta. Mi ha fatto pensare al titolo di un brano dei Wardruna, “Lyfjaberg”, che significa “la montagna curativa” in islandese.