In Treno
Ho deciso: mollo tutto e me ne vado. Infilo qualche jeans e un paio di felpe nello zaino, prendo lo spazzolino da denti e l’eye-liner. La batteria del cellulare è al massimo. Spengo le luci, chiudo il gas, porto le chiavi alla vicina e me ne vado. Ecco fatto! Un’ora. Sessanta minuti per organizzarmi e andare via. Sembrava così difficile e invece… sessanta minuti!
Lascio alcune cose in sospeso. Fa niente, se ne occuperà Daniela. Le sorelle maggiori dovranno pur servire a qualcosa. In studio dovranno annullare gli appuntamenti già presi. Pochi, a dire il vero. Non c’è molto lavoro in questo periodo. A mia madre invierò un messaggio quando sarò in treno. Meglio non telefonarle, adesso. Meglio non darle modo di sciorinare lamentale e preoccupazioni. Cercherebbe di farmi cambiare idea. Vado, mi fa male il braccio, ma posso resistere. Meglio non pensarci troppo; potrei pentirmi. C’è sempre tempo per i pentimenti, ormai l’ho imparato. Se cambiassi idea, potrò sempre tornare indietro. Anzi, aspetto a telefonare, tanto è venerdì. Cominciamo dal fine settimana e vediamo come va. Se cambio idea e torno indietro non dovrò dare spiegazioni a nessuno.
Eccomi arrivata in stazione. Strano, è deserta eppure non è tanto tardi. Di questo passo, chiuderà. Tanto chi vorrebbe venire in un paesino così? Poco male, userò la biglietteria automatica.
Dunque… vediamo… sì, Torino potrebbe andar bene per iniziare. Poi deciderò. Mi piacerebbe andare in Francia. Non ho mai visto Parigi. Sarebbe bello passeggiare lungo la Senna e visitare Montmatre. Chissà se c’è ancora la casa di Baudelaire? Fatto. Dove si convalida il biglietto? Non vedo macchinette. Beh, lo dirò al controllore, anzi, mi lamenterò. Se non le mettono, non è mica colpa mia! Binario 7. Uno più lontano non c’è. È l’ultimo! Però… che treno! Mi sarei aspettata risultati migliori dalla privatizzazione. Dato l’aspetto, dubito che ci sia la carrozza ristorante, ma non si sa mai. Fumo l’ultima sigaretta e salgo. Dovrei arrivare a Torino fra due ore. Conosco una pensioncina nei pressi di Porta Nuova, potrei passarci la notte. Certo che il treno è proprio vintage! Prenderò posto qui, carrozza vicino alla toilette, non si sa mai. Cavolo, quanto è duro il sedile! Per risparmiare, Trenitalia deve aver riesumato i treni d’epoca. Quasi quasi chiedo il rimborso. Ma sì, chi se ne frega? Bene, arriva qualcuno, meno male! È proprio inquietante stare qui da sola. Ma come è vestito ‘sto tipo? Sembra uscito da un film anni ’70!
Sì, è libero, vedi altra gente? Cosa ha in mano? Sembra uno di quegli aggeggi per ascoltare le musicassette. Mamma ne aveva uno simile, me lo dava per giocarci quando ero piccola. Sono salita alla fermata precedente alla tua.
Sì, mi piace la musica, non vado spesso ai concerti. Sai, vivo in provincia. Woodstock? Un concerto mitico, ho visto tante foto su Facebook. Come sarebbe ci sei stato? Mi sembri un po’ troppo giovane, ma, in realtà, così vestito non devi essere tanto in bolla. Scendi alla prossima? Ok, ciao, è stato un piacere. Che personaggio! E questi chi sono? Ci deve essere una festa in maschera nei paraggi. Però deve essere bello andare a una festa in maschera tutti insieme. Sembra una bella famiglia. Magari i bambini avrebbero preferito dei costumi da Superman e da Winx ai completini anni ’40. Ci manca solo il tipo con la camicia nera e il quadro pre-bellico sarebbe perfetto. Oh, l’ho evocato! Ecco il soldato fascista. Sì, deve esserci una festa in maschera. Non sederti qui, ti prego. Non amo le camicie nere nemmeno per scherzo. Sì, sono appena partita, da cosa l’ha capito? Si vede. Che simpatico, da cosa si vede? Non mi risponde nemmeno, non me ne meraviglio. Cosa ci si può aspettare da uno che sceglie un travestimento del genere?
Scendono tutti, perfetto. Vorrei leggere un po’, ma la luce è troppo fioca. Sta salendo altra gente. Di bene in meglio, ora tocca alle dame ottocentesche. Signora, le è caduto il ventaglio, sì, prego, si segga. Sono partita trenta minuti fa, perché me lo chiedono tutti? Di solito si chiede dove si è diretti, non quando si è partiti. Lei va in campagna, è lì la festa in maschera? Non c’è nessuna festa in maschera, strano! Perché mi guarda con aria di compatimento? Alla fine, l’eccentrica sono io. Ecco il controllore. Senta, io non ho convalidato il biglietto, scendo a Torino.
Come non è il treno per Torino? E ora come faccio? Non ha sbagliato, dice, è il treno giusto, signorina.
Ma io devo andare a Torino, come faccio adesso? Ma cosa succede? C’è troppa luce, non vedo niente. È giorno, come è possibile? Signor controllore, ma dove stiamo andando, io voglio scendere! Non posso, dice? Perché? Sì, guardo dove dice lei, va bene. E poi mi fa scendere, vero? No, non ci credo, non è vero. Mi fa male il braccio sinistro. È un dolore insopportabile. Mamma, cosa ci fai in un corridoio d’ospedale? Mamma, mamma, perché piangi? Io sono qui, non riesci a sentirmi? Mamma, mamma, aiutami!
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Grazie Marta, hai colto esattamente i momenti che compongono In treno. Grazie per il commento ?
Parti in modo convinto nel voler descrivere delle azioni apparentemente normali, poi a metà racconto le tue vere emozioni subentrano come piccoli indizi.
Il tema del viaggio apre a diverse interpretazioni, la tua chiave di lettura sorprende nel finale, peccato non sapere quale sia l’esito esatto di questo tragitto. Brava!