In una casa di campagna
Serie: In una casa di campagna
- Episodio 1: In una casa di campagna
- Episodio 2: In una casa di campagna
- Episodio 3: In una casa di campagna
- Episodio 4: In una casa di campagna
- Episodio 5: In una casa di campagna
- Episodio 6: In una casa di campagna
- Episodio 7: In una casa di campagna
- Episodio 8: In una casa di campagna
- Episodio 9: In una casa di campagna
- Episodio 10: In una casa di campagna
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- Episodio 7: In una casa di campagna
STAGIONE 1
STAGIONE 2
In cucina l’ambiente era eccessivamente umido, riscaldato dai vapori delle pietanze messe a bollire sul fuoco. Le pareti della veranda, fatte di vetri incastrati in listelli di ferro battuto, erano per la gran parte ricoperte di goccioline di vapore e soltanto nel centro di ogni sezione rettangolare rimaneva uno spazio che permetteva di intuire il grande prato oltre le lastre. All’esterno, una nebbia inconsistente cominciava a levarsi sull’erba, attorno alle radici sporgenti degli alberi, mentre già il panorama di Natura lussureggiante s’oscurava al sopraggiungere del buio.
Elisabeth Fanti si mise ai fornelli accanto alla signora Frazer. Sorbì una goccia di sugo dal mestolo e stabilì che necessitava di un’aggiunta di spezie. Mandò allora a chiamare Bayling, e quando il maggiordomo si presentò in cucina gli diede la commessa di raccoglierne dalla siepe vicino all’orto. Albert attraversò la cucina al seguito del maggiordomo e oltrepassò saltellando la porta a vetri che dava sul prato. La madre lo seguì con lo sguardo e si lasciò scappare un sorriso. Poi, di nuovo ai fornelli, raccolse i boccoli biondi sulla nuca e si dedicò alle portate successive.
Nel buio del crepuscolo, Bayling e Albert si allontanarono seguendo il muro color crema della casa. Svoltarono dietro l’angolo e attraversarono la striscia di ciottoli del cortile per raggiungere l’orto. Bayling, arrivato di fronte alla siepe, si chinò per scegliere le foglie di alloro da portare alla padrona. Albert, che non sapeva come aiutarlo, seguì i movimenti delle mani esperte del giardiniere mentre scuotevano il cespuglio. Presto, il bambino si distrasse a osservare il paesaggio di campagna: in alto, nel cielo, nuvole violacee oscuravano l’ultimo riflesso del giorno, mentre le cime degli alberi, insolitamente statiche, vegliavano sul giardino. Albert osservò il profilo massiccio dell’abitazione che con il passare dei minuti diventava sempre più buio. La striscia di ciottoli che correva attorno alla casa era l’elemento che meglio poteva distinguere; tutt’attorno, invece, la notte smussava i contrasti fra i colori riducendoli alle tinte più scure. Si volse verso il sentiero da cui era arrivato assieme al maggiordomo e fu abbagliato dalla luce giallastra che fuoriusciva dalla veranda: dalla scacchiera verticale, fatta di vetri, la luce si spandeva all’esterno, invadendo una porzione di crepuscolo.
Grilli e rane iniziarono il loro concerto notturno. Albert si avvicinò alla siepe e cominciò a frugare con gli occhi fra le foglie. Ne pinzò una con le dita e la tirò con delicatezza, richiamando a sé i rami a cui si reggeva per saggiare il limite oltre il quale si sarebbe staccata. Poi, annoiato, alzò il mento e chiese innocente al giardiniere: «A te piace la mamma?»
Bayling interruppe il gesto che stava compiendo. «Certo, Albert, la mamma è meravigliosa,» rispose, stranito. Il suo viso, rivolto verso il bambino, parve ad Albert una luna nera priva d’espressione.
Terminarono di raccogliere le spezie e si mossero in direzione dell’angolo illuminato dalle lampade. Arrivato in prossimità delle cucine, Albert, invece di imboccare subito l’ingresso, camminò fino al bordo del prato. Ammirò in silenzio la distesa nera che si perdeva nella notte, avvolto da quel senso di mistero che da poco tempo aveva imparato a controllare evitando che si trasformasse in paura. Vide la nebbia, che fuoriusciva lenta dal bosco, cancellare i margini del prato con il suo manto incorporeo. Poi si volse, per rientrare, accorgendosi della fame che era sopraggiunta.
Il signor Fanti e Dexter Longville, rinfrescatisi e indossati i vestiti della sera, aspettavano nello studio adiacente alla sala da pranzo di essere convocati per il pasto. Sorseggiavano un bicchiere di vino rosso, Dexter Longville seduto in poltrona, Fanti in piedi accanto alla parete per metà occupata dal camino spento. Dopo il tanto parlare fatto del pomeriggio, attendevano l’ora di cena in silenzio, assorti ognuno nei propri pensieri.
Sulla mensola sopra la bocca del camino erano disposti, l’uno accanto all’altro, dei soprammobili, ricordi, oggetti a cui Fanti ormai prestava attenzione solo quando vi passava accanto senza un’occupazione urgente. Prese in mano una palla di pezza che gli fece pensare a quand’era bambino. La osservò, incapace di rievocare particolari nitidi di quel periodo così lontano, quindi la ripose. A fianco c’era l’astuccio bianco che aveva usato nei due anni trascorsi all’università, con la penna e l’inchiostro seccato nel calamaio. Un pensiero lo travolse fin quasi a commuoverlo: «Bianco come la neve,» pensò, rievocando le raffiche di tormenta nel cortile della facoltà di giurisprudenza d’inverno, gli scalini dell’ingresso glassati di ghiaccio. Ogni volta che rivangava nelle memorie di quegli anni provava un misto di tenerezza e repulsione: la tenerezza con cui si guarda a un periodo importante della propria esistenza, l’insofferenza causata dal ricordo degli insuccessi maturati dietro quella porta, fra le file concentriche di banchi di legno, nelle aule severe.
Come in un viaggio a ritroso nel tempo la sua mente lo riportò ancora più indietro, fino a rivedersi bambino quando, la domenica, passeggiava accanto al padre lungo le strade del quartiere di Holborn, nel centro di Londra. Il genitore si soffermava ad ammirare le placche lucide dei migliori avvocati della capitale e lui, affascinato, sognava di esercitare la professione. Pensò, con rimpianto, che era stato stupido ad accettare quella sfida, benché avallata dall’espressione soddisfatta che si profilava sul volto del padre ogniqualvolta il figlio parlava di giurisprudenza. Quanto lo gratificava, quel sorriso! Eppure, i fatti avevano dimostrato che quella strada non era tracciata per lui. Si consolò nell’illusione che Lucy, invece, ce l’aveva fatta: Lucy aveva ripercorso il cammino del padre con successo. Lucy, pensò Fanti, non aveva sprecato tempo prezioso inseguendo sogni fuori dalla portata del suo talento; si era applicata, con dedizione, e aveva trasformato la sua attitudine in un progetto concreto. Sul ripiano, accanto al calamaio, c’era una statuina di ceramica che raffigurava una ballerina. Il suo volto ricordò a Fanti quello della figlia. Così la vedeva, in fondo, proiettata nel mondo reale: una statuina delicata plasmata da mani esperte, piene d’amore.
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