
Incontrare i tuoi occhi
Sonja stava con la faccia appiccicata alla vetrina perché il riflesso del sole non le permetteva di leggere bene il prezzo esposto sul cartellino di un abito lungo a fiori rosa indossato dal manichino. Era sabato e aveva deciso di uscire un po’ di casa, nonostante il freddo intenso di quell’inverno che sembrava non volesse finire. Il copricapo riusciva a stento a contenere i suoi capelli rossi, che lei portava lunghi e sempre un po’ arruffati. Indossava una sciarpa alta a coprirle la bocca e guanti, la sua esile figura quasi spariva sotto le vesti pesanti.
Aveva ricevuto una buona educazione e lavorava come maestra in un asilo per bambini russi, figli delle poche famiglie rimaste in quella terra, intrappolate nel gioco delle frontiere mobili dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Aveva amato una volta soltanto, quando era arrivato lui che l’aveva scelta fra molte. Sonja ricordava ancora con un brivido di vertigine la prima sera passata insieme. Chiusi in una stanza, lei sapeva che a pochi metri la madre di Alyosha stava cucinando e che le esili pareti dell’umile abitazione non avrebbero attutito i rumori. Era molto spaventata: avevano bevuto e lei arrivò a pensare che quell’uomo volesse farle del male quando la prese forte per la vita e la costrinse, con il viso schiacciato contro il muro, a giurare che fosse la prima volta. La obbligò poi a restare in piedi davanti al letto su cui si era seduto e la fece spogliare completamente, contro la sua volontà. Fu però il timore di un attimo, che svanì quando si sentì accolta da quelle stesse braccia che la tiravano forte e la stringevano. Lui la fece sdraiare e la guardò a lungo e con pazienza, poi le disse cose che nessun altro uomo le aveva mai detto. La baciò dappertutto con la bravura di un maestro e allora lei decise di abbandonarsi. Da quel momento fu la donna di Alyosha.
Sonja si accorse troppo tardi di quegli occhi riflessi nella vetrina che la fissavano da dietro e di quelle labbra che sorridevano e fu la frazione di un secondo. Si aprì un baratro nel suo stomaco e lei si sentì sprofondare in un abisso di sentimenti contrastanti. Eccitazione e nausea mescolati alla paura. Si pentì di aver scelto di farsi una passeggiata e desiderò non essere lì, ma non ebbe il tempo di capire come comportarsi: «ciao», disse lui alle sue spalle.
Sonja si voltò lentamente e sentì le lacrime salirle agli occhi quando si accorse del rossore sulle proprie guance. Si maledisse per quella sua vulnerabilità.
«Ciao» e poi il silenzio imbarazzante.
Notò che era ancora bello e posò lo sguardo prima sulla sua bocca che stringeva una sigaretta e poi su quelle mani che odoravano sempre di olio meccanico e di fumo e che l’avevano tenuta con l’inganno di una vita diversa.
«Hai lasciato che i tuoi capelli crescessero ancora. Ti stanno molto bene». Disse lui con una naturalezza sconcertante, come se volesse azzerare in un secondo la distanza che c’era fra loro.
Cosa voleva? Sonja non lo capiva. Si erano lasciati male e a parole, soprattutto le proprie che, alla fine di tutto, erano state pungenti e cattive. Pronunciandole, si era sentita liberata dal peso che aveva portato troppo a lungo ed era riuscita a dire quello che aveva sempre soffocato dentro. Ripensandoci negli anni, si sarebbe poi spesso vergognata di se stessa e di lui, di quello che erano diventati, degli atteggiamenti sbagliati: la propria remissività e il maschilismo radicato del suo uomo, che tante volte era sfociato in violenza. Dai primi sfoghi contro pareti e oggetti fino alle botte gratuite che la segnavano nel corpo e nell’anima. Negli anni, Sonja era cambiata, si era fatta donna e aveva cercato di dimenticare.
In piedi di fronte a lui, i pensieri si accavallavano nella testa come un contrasto fra luce e buio; avrebbe voluto fuggire, ma non lo fece. Quegli istanti le parvero eterni. La città, alle loro spalle, così grande, continuamente in espansione. Accanto ai quartieri originari dove si viveva di sussistenza e criminalità, erano sorti palazzi e grattacieli per i nuovi ricchi. Lei aveva calcolato che la possibilità d’incontrarlo sarebbe stata pari allo zero, appunto.
«Cosa fai qui?», Sonja chiese, senza nascondere un certo fastidio nella voce.
«Sono in compagnia di alcuni amici e ti ho vista per caso. Non ti stavo cercando.» Rispose lui senza risentimento alcuno.
Attimi interminabili.
«Ti va qualcosa di caldo e due chiacchiere?». Sonja non poteva credere che glielo stesse veramente chiedendo. Come si permetteva? Non capiva quanto lei era stata male? Quanta difficoltà aveva avuto a superare tutto? Quante volte si era chiesta cosa le fosse rimasto di lui. Il bene e il male di lui. Tanto male che le aveva fatto, il dolore che le aveva procurato. Come poteva non odiarlo? Eppure, se lui lo avesse chiesto, lei si sarebbe aggrappata ai suoi fianchi, ancora una volta. «Attaccati forte!», le diceva Alyosha quando la accompagnava al lavoro con la sua motocicletta. Sfrecciavano per le vie strette del quartiere, verso la città. I capelli di Sonja legati da un nastro azzurro. Lui ogni tanto si girava per accertarsi che stesse bene e lei si sentiva inebriata: era come volare su una giostra, solamente loro due, felici. Alyosha era il suo uomo e lei non vi avrebbe rinunciato, se non fosse stato lui a mollare.
L’ultimo giorno trascorso insieme pioveva, questo Sonja lo avrebbe sempre ricordato. Le lacrime di lui scorrevano sul volto e si mescolavano alla pioggia. Non lo aveva mai visto piangere. Alyosha le aveva stretto il braccio molto forte, incurante dei suoi insulti e delle persone che, curiose, stavano a osservare. Lei era scivolata a terra nel tentativo di liberarsi e allora qualcuno era intervenuto minacciandolo di andarsene o avrebbero attirato l’attenzione dei militari che stazionavano poco più avanti. Lui era sconcertato e non capiva, si sentiva stanco di combattere. Guardava la sua Sonja implorandola con gli occhi affinché lei spiegasse ai passanti che si trattava di un malinteso perché loro erano una cosa sola e tutto si sarebbe presto aggiustato, come le altre volte. Ma Sonja si buttò fra le braccia di uno sconosciuto dove pianse tutta la sua rabbia e il suo dolore. «Vattene via!», riuscì a gridare più forte che poteva, poi guardò Alyosha allontanarsi con la testa fra le mani, incapace di reagire. In quel momento lei capì di averlo perso.
Adesso la vita li voleva ancora una volta uno di fronte all’altra: Sonja pensò fosse un disegno crudele o forse una seconda possibilità.
«Camminiamo, o hai da fare?»
«Camminiamo».
Lo fecero in silenzio, per qualche minuto. Lui ogni tanto la guardava e le sorrideva. Sonja a fatica alzava gli occhi, poi finalmente ci riuscì e allora pianse. Alyosha glielo lasciò fare mentre le camminava accanto e lasciò che fosse lei a fermarsi e a girarsi. Le prese le mani e la tirò delicatamente al suo petto. Usò quella dolcezza che lei tanto amava, ma che poche volte aveva ricevuto, come fosse un dono.
«Cosa combini, stupida!», e mentre lo diceva cercava d’ingoiarsi l’emozione. Il momento che avevano aspettato era quello, forse un altro non sarebbe mai più capitato.
La mattinata era bella, non come quella volta che pioveva, e i due si sedettero su una panchina dove si dissero tante cose di loro che si erano perse nel tempo, mentre lui, ogni tanto le accarezzava il viso.
Non sapevano quale significato potesse avere quell’incontro, ma poco importava, perché la vita forse stava regalando loro una seconda possibilità, come nelle favole.
Sonja si voltò di scatto quando un cane al guinzaglio di una signora le sfiorò le gambe. La donna si scusò distrattamente e affrettò il passo perché la neve cominciava a scendere fitta e il vento spingeva le persone a terra.
Stava ancora piangendo quando incrociò lo sguardo perplesso della commessa, che nel negozio seguitava a sistemare i bellissimi abiti primaverili e le faceva cenno di ripararsi all’interno.
Sonja ignorò l’offerta di aiuto e con il cuore svuotato ricominciò a camminare lentamente, i lunghi capelli bagnati, nonostante tutti attorno corressero per sfuggire alla tormenta che si era fatta intensa.
La città era grande e forse il suo Alyosha, al riparo dal vento dietro l’angolo di un palazzo, la stava aspettando, con il suo odore di olio e la sigaretta fra le labbra leggermente dischiuse da un lato, in un lieve sorriso, solo per lei.
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Ciao Cristiana, nella tua Sonja emerge tutta la dipendenza che può assumere un amore sconfinato, senza limiti e freni, ma nel contempo una straordinaria ribellione di una ragazza, seppur malata di amore, tossico, violento, pericoloso, umiliante, riesce con il proprio dolore, pur vivendo con la presenza costante del suo amato, a tirarsi fuori. Forse, ad un minimo accenno di Alyosha, forse, avrebbe ceduto, ma non credo. Un’analisi tormentata, di quelle che piacciono a me, impeccabile. Come sempre, brava!
Grazie Nino. Lei l’ha messo lì, in quell’angolo di cuore in cui ci sono le cose belle che abbiamo perso. Magari da fuori non si vede alla stessa maniera, ma ciò che conta è il dentro. Un abbraccio.
bello. Mi piace.
Grazie ☺️
Quando si parla di amore tossico, spesso ci si focalizza su una delle due parti. Si scandaglia la violenza, senza pensare che molte donne che la subiscono soffrono della Sindrome di Stoccolma. Ho conosciuto una coppia così è l’epilogo non è stato dei più felici. Complimenti per aver fatto trasmettere a Sonja un universo intimo difficile da definire.
Grazie Micol, mi sono ispirata a una persona che ho avuto la fortuna d’incontrare. Volevo cercare di essere il più possibile oggettiva, se pur coinvolta in un certo modo, dando voce a entrambi gli attori del rapporto. Ho quasi pronto un altro pezzo del puzzle, precedente a questa narrazione, perché Sonja ha avuto una madre e anche lei merita una voce. Non so quando riuscirò a pubblicarlo, spero però di avere la fortuna di contarti fra i lettori. Grazie!
A mio opinabile giudizio uno dei tuoi migliori racconti. Il personaggio di Sonja mi ha colpito molto.
Grazie Stefano, lo apprezzo molto perché si tratta di una storia che ho voluto”rubare” e fare mia. Solitamente pesco da me, ma questa volta lo spunto parte da un incontro speciale, da una storia triste che mi ha colpita. A volte mi piace regalare un racconto. Ancora grazie a te.
Ciao Cristiana, un racconto che mi ha immerso nella lettura e nelle descrizioni dettagliate. Sono stato partecipe della confusione di Sonja, descritta veramente bene a mio avviso, anche se mi riesce difficile capire il suo attaccamento ad un uomo violento. Mi incuriosisce, come mai hai scelto questa ambientazione?
Allora, diciamo che questa volta ho “pescato” in varie cose e poi ho fatto un collage. La storia delle frontiere mobili e dell’ex Unione Sovietica mi affascina da sempre e come non mai. Per questo motivo, intere popolazioni si ritrovarono e ritrovano ancora oggi senza una patria (ne avevo già parlato nel mio precedente racconto “Il Sergente”). Se ti fai un giro per quei territori, poi ti restano dentro (ti consiglio anche, se vuoi viaggiare comodamente da casa, “Trans Europa Express” del giornalista Rumiz, il top). C’è poi un incontro abbastanza recente con una donna veramente particolare che mi ha ispirato il racconto. Quando ho parlato con lei ho capito quanto sia veramente difficile giudicare l’amore. Infine, lo stimolo è arrivato da un nostro collega openiano, geniale, che ha aggiunto a un suo bellissimo racconto, la clip di un film che io adoro e che è “Educazione siberiana” di Tornatore tratto dal romanzo di Lilin. Quella scena della giostra con attorno un paesaggio di povertà e rovina, e poi tutta quella neve! Non c’è poesia più grande. Come vedi, un minestrone!
Davvero un bel racconto Cristiana. Il finale mi ha lasciato l’amaro in bocca, ma ho sentito tutta la confusione della protagonista, combattuta tra speranza e rimpianto per un qualcosa che desidera e al tempo stesso teme. Molto interessante.
Grazie Federica per aver letto il racconto. Il finale doveva lasciare l’amaro in bocca, perché non si dovrebbe mai, in situazioni così, avere ripensamenti e tornare sui propri passi. Volevo però riuscire a trasmettere tutto il bene che lei gli ha voluto, che quasi rende “accettabile” la vita, anche quando è così difficile.
Sai chi mi è venuta in mente? Red Sonja
La mia Sonja non ha né la spada e nemmeno l’armatura bikini, ma è coperta dalla testa ai piedi perché lei il freddo lo sente, mica come la diavolessa! Mi hai fatto molto divertire con il tuo commento!
Un altro bel racconto, nonostante il gusto un po’ amaro che lascia per una delle tante storie di ” Donne che amano troppo”, come spiegava bene nel suo libro di tanti anni fa, Robin Norwood. Donne che vivono nell’ eterna speranza che lui possa cambiare, per diventare una persona piu` gentile e piu` amorevole. Un’ attesa vana che non di rado finisce nel nulla o, peggio ancora, in tragedia.
Il tuo stile narrativo rende sempre interessante ogni storia che racconti, suscitando empatia, soprattutto – da lettrice donna – verso un personaggio femminile cosi` vulnerabile.
Ciao Maria Luisa, è molto vero quello che dici ed è molto attento il giudizio che dai sull’universo di chi ama troppo, uomo o donna che sia, aggiungerei io. Mi è piaciuto credere, assieme a lei, che lui fosse cambiato e che la stesse cercando. Certe volte, quello che ci fa male, ci è anche indispensabile, difficilissimo giudicare. Grazie ancora una volta per il tuo commento, sempre aperto a riflessione.
Racconto scritto con equilibrio. Si intuisce che ti piace analizzare le situazioni senza cadere negli estremismi.
Esatto, mi piace stare leggera che la realtà è già difficilissima di suo. L’estremismo è comunque una forma di giudizio. Mi piace molto guardare e fare mie le storie altrui, ma non sono capace di giudicare; piuttosto mi piace ascoltare e, appunto, alleggerire. Grazie per aver letto!
Ciao Cristiana, mi piace. Penso che tu abbia reso molto bene questa difficoltà a troncare del tutto, fino in fondo, i rapporti tossici, quelli che ti avvelenano la vita. Quelli che sono così velenosi che lasciano un virus dentro, come un herpes, che non svanisce mai, resta lì e ogni tanto riaffiora.
Siamo esseri umani e dentro di noi vivono esperienze, emozioni, dolore. Siamo fatti di questo e di molto altro. Siamo anche bravissimi a continuare a farci del male quando sembra che non ci siano vie di uscita. Non mi piace mai giudicare, però mi piace molto osservare, a partire da me stessa. Grazie Nyam per aver letto, i tuoi commenti sono preziosi