Incontri bizzarri

Serie: Le novelle della Luna: La metamorfosi delle stelle


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Siria ha appreso una triste verità con cui dovrà convivere per sempre, ciò l'ha distrutta...

Caddi a terra e scoppiai a piangere. Avrei tanto voluto una famiglia, avere tanti figli con Marco, crescere quei bambini con tutto l’amore che avevo. Lui ora non c’era più, ma soprattutto, quel sogno non si sarebbe mai potuto avverare. La mia mente e il mio cuore si squarciarono, e si riempirono di un vuoto indescrivibile.

Sentii il telefono squillare al piano inferiore, probabilmente tutta la mia famiglia era già stata messa al corrente. Io non risposi, ero grata a tutti per la preoccupazione, ma non mi servivano delle belle parole o la pietà di qualcuno, volevo solo che quel momento passasse in fretta, anche se sapevo che il tempo non avrebbe risolto il mio problema.

Mi recai lentamente in una stanza vuota di casa mia, ancora con le pareti bianche, quella lì doveva essere per un mio futuro bambino, ma ora sapevo che quel vuoto non si sarebbe mai riempito. Rimasi lì tutta la notte, a piangere, a pensare, a immaginare ciò che non potevo avere, facendomi del male da sola.

Nelle settimane che seguirono mi resi conto che non potevo far nulla, una parte di me l’aveva “accettato”, ma la mia vita cambiò drasticamente, caddi in uno stato penoso da allora. Non facevo altro che lavorare, e ciò che amavo di più fare adesso mi faceva male, vedere tante donne avere i loro bimbi, ed io non potevo…

Tornata a casa poi, non volevo più avere niente a che fare con quella vita deludente, e mi chiudevo in camera a dormire, non volendo neanche rimanere sola con i miei pensieri. In ogni momento vuoto cercavo di fuggire così.

Una volta ero una persona coraggiosa, riuscivo a rialzarmi in ogni situazione, invece di fuggire, cercavo sempre di affrontare quei problemi… Ma quella Siria aveva tanta luce e speranza, ed erano solo ricordi… Onestamente, in uno di quei giorni, anzi in molti di più, mi passò per la testa l’idea di farla finita… Volevo andare al porto e gettarmi in mezzo alle onde, farmi portare via, lontano dai miei incubi, magari sarei stata meglio… Ma non ho mai avuto il coraggio di recarmi lì e fare un tale atto.

Con quella monotonia la vita cominciò a correre, non so bene quanto trascorse, per me i giorni non avevano più importanza ormai. Ricordo solo che faceva parecchio freddo quando una sera decisi di andare a fare una passeggiata vicino al porto, senza altri scopi… Solo una passeggiata.

Indossai qualcosa completamente a caso, e prima di uscire mi guardai allo specchio: avevo un aspetto trasandato, i capelli arruffati, ed i miei occhi azzurri non brillavano più, erano vuoti e spenti, sembrava che all’interno vi fosse un fosso.

Scossi il capo, neanche mi riconoscevo più, ed ignorando la mia immagine uscii di casa. Il freddo pizzicava sul viso, facendomi sentire quasi viva a provare quella sensazione. Il cielo era coperto di nuvole, e tirava molto vento, una serata pessima per una passeggiata.

Ero tentata nel tornare dentro, quando sentii qualcuno chiamarmi “Zia Siria!” disse la sua voce, scaldandomi il cuore nonostante quel gelo. Joel mi chiamò e mi fece cenno di avvicinarmi. Stava su di un muretto, di fronte a lui c’era un cane randagio che scodinzolava. Joel indossava solo una misera maglietta, probabilmente stava congelando.

Io mi avvicinai subito, e lo coprii con la mia sciarpa di lana, avvolgendogli bene le spalle, il collo ed il viso “Che fine hai fatto? Sono passati tantissimi giorni!” disse, non esprimendosi bene.

Io gli sorrisi, erano ormai mesi che non lo facevo, e fingendo di star bene gli dissi “Sono stata impegnata con il lavoro! Ma ora è finita… Tu non vuoi proprio ascoltarmi eh?” gli pizzicai una guancia, riferendomi al fatto che fosse solo in giro di notte. Che razza di genitori aveva, un bimbo tanto intelligente e meraviglioso ignorato in quel modo!

“Papà ha detto che potevo tornare quando volevo!” si lamentò lui, io feci solo uno sguardo e lui nascondendo scherzosamente la testa fra le mani andò a recuperare la sua bici abbandonata a terra. Prima di andare via però si avvicinò di corsa verso di me, mi mise qualcosa fra le mani e salì in bici “Lo so che non ti piace ma prova a mangiarla, ti farà felice. Non dire niente perché tu ne hai più bisogno di me, ciao Zia Siria! Non sparire più!”.

Io lo guardai commossa e chinai il capo, tenendo quella piccola tavoletta di cioccolato ed il fiore secco che mi aveva regalato come se fosse una gemma. Avrei voluto stringerlo forte ma era già lontano. Pregai Dio di aiutare i genitori di quel bambino ad accorgersi che gioiello avevano, e di rendersi conto del suo valore prima che fosse troppo tardi.

Mi strinsi meglio ed andai avanti. Volevo recarmi sulla spiaggia a fare una passeggiata, ormai dovevano essere passati anni dall’ultima volta, nonostante abitassi lì vicino. Raggiunsi così il lungomare, a quell’ora e per giunta in quel periodo non c’era poi così tanta gente, anzi, era completamente vuoto. Nascosi il viso nel cappotto e infilai le mani nelle tasche, soffiava un vento gelido, non lo ricordava così freddo l’inverno del paesino.

Intanto che passeggiavo sentii improvvisamente cantare e ridere. Guardandomi attorno notai in lontananza un gruppo di ubriaconi cantare sul ponte. Saltavano pericolosamente sulle ringhiere, ed il mare sotto era in tempesta, era molto pericoloso, da irresponsabili.

Avvicinandomi però mi resi conto che non vi era nessun gruppo ma solamente un uomo con una bottiglia in mano che cantava a squarciagola tenendosi alla ringhiera. Era probabilmente ubriaco…

Notai che barcollava, ed ad un certo punto scivolò con un piede e si sorresse per miracolo all’inferriata. Persi un battito vedendo quella scena ed immediatamente gettai la borsa a terra e corsi velocemente verso di lui. Quello lì voleva gettarsi sul serio!

“Signore! Che sta facendo!? È pericoloso! Scenda subito!” lo rimproverai, poggiandogli una mano sulla spalla. Era un uomo sulla cinquantina, con i capelli e la barba leggermente brizzolati, era vestito un po’ sciatto, e puzzava di alcol da far nauseare.

“Ah! Il mare non era mai stato tanto agitato! Le senti le sue urla? Mi sta chiamando!” urlò l’uomo, singhiozzando e scoppiando a ridere “Bella signora, hai mai visto il volo di un angelo? Eccomi, ecco qui come un angelo se ne va all’inferno” biascicò poi, facendo impacciatamente un altro sorso di vino.

“Ma vada al diavolo!” mi lamentai senza pensarci. Poi però mi ricomposi subito, e tenendo le mani salde sulle sue spalle gli continuai a parlare cercando di convincerlo a scendere. Era molto alto, tentai di tirarlo dietro sul ponte ma poneva resistenza. A breve sarebbe scoppiato perfino un temporale.

“Signora! Lei non comprende il mio dolore! Io orami sono vuoto dentro, la mia amata donna, la mia musa mi ha lasciato! Cosa sarà dunque di me? Lei mi faceva vivere, si è presa l’anima, l’ha pugnalata e l’ha gettata in mare, voglio andare a riprendermela!” mi urlò, palesemente ubriaco.

“Signore, se scende ne possiamo parlare meglio! Il vento è troppo forte e non possiamo stare qui!” urlai per tentare di sovrastare il fracasso delle onde del mare contro gli scogli.

“Che vuoi che mi importi ormai! Voglio solo che il mare riempia il mio vuoto!” disse, scoppiando infine in una sonora risata. Aprì le braccia dondolando con tutto il corpo mentre canticchiava qualcosa. Era inutile cercare di convincerlo, era completamente ubriaco ed era incapace di intendere, ed era anche un miracolo che riuscisse ancora a tenersi in equilibrio.

Io a quel punto prendendo coraggio avvolsi il suo busto fra le mie braccia, mi gettai dietro e trascinai con me l’uomo, cadendo assieme sul ponte.

Lui si lamentò e bestemmiò a voce alta, rotolandosi poiché incapace a rialzarsi da solo, la bottiglia invece cadde in mare, e se la portò con sé. Questo sembrò turbare l’uomo più di ogni altra cosa.

Io invece ripresi fiato, ed immediatamente sentii l’animo più leggero ed il cuore tornare a battere. L’avevo salvato, ed anche se ora mi stava inveendo contro, ciò che contava era che quell’uomo viveva ancora.

Io mi alzai in piedi, lui invece ancora si lamentava a terra. Ora non sapevo che farmene, non potevo di certo lasciarlo solo in quello stato, non avevo soldi con me e neanche un cellulare per chiamare aiuto… Lo dovevo portare da qualche parte con le mie forze, era l’unica soluzione…

Serie: Le novelle della Luna: La metamorfosi delle stelle


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