Incontro clandestino

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Nadia era rimasta nel suo ufficio al piano di sopra, io e Sullivan ci trovavamo sul pianerottolo a metà tra il piano terra e quello superiore, il mio collega aveva gli occhi stanchi e tirava il sigaro come la ciminiera di una vecchia nave a vapore.

“Io voglio tornarmene a casa, ho un gran mal di testa, le palle piene e, poi, questa è una patata bollente che spetta a te, Colt” mi lanciò uno sguardo di fuoco, ancora non aveva digerito quest’avventura.

“Cristo, da quando sei diventato un vecchio scorbutico che si lamenta di tutto e tutti? Aiutami, prima interroghiamo tutti e prima ci leviamo dai coglioni” se conoscevo un po’ il mio collega, non avrei suscitato nessuna reazione positiva.

“Quando avrai qualcosa su cui lavorare potrai contare su di me, la parte noiosa te la sei guadagnata imbarcandoti in un lavoro che non aveva niente di buono sin dall’inizio. Buon divertimento” si lanciò sulle scale, scendeva i gradini due a due.

“Grazie mille” urlai mentre quello era già sparito.

Nessuno pareva sapere nulla di questa strana storia, la proprietaria del locale ci aveva indirizzato verso Shirley, l’amica di Mary che, a quanto pareva, avrebbe potuto aiutarmi a fare luce su qualche aspetto in più della vicenda.

Tornai al piano di sotto e uscii sul retro, nel parcheggio riservato ai clienti, afferrai il pacchetto di sigarette che avevo in tasca e tirai fuori la penultima rimasta, accesi con foga: avevo bisogno di nicotina per far girare meglio gli ingranaggi del mio cervello. Il pianista non pareva essere l’uomo che cercavamo, troppo innamorato di Mary, ma come era possibile che nessuno avesse notato qualcosa, o che la ragazza non si fosse confidata? Forse chi cercavamo non era davvero un avventore del Club ma qualcuno che voleva depistarci, qualcuno che aveva bisogno di far puntare i riflettori in un’altra direzione. Osservavo la carrozzeria delle auto, le luci riflettevano sulle parti lucide e creavano uno strambo gioco di colori che ipnotizzava. Solo qualche minuto dopo mi resi conto di aver freddo, nonostante il cappotto, il cielo scuro mi riportò alla realtà dei fatti: era notte e, di certo, stava per cominciare lo show.

Qualche istante dopo mi ritrovai seduto ad uno degli sgabelli del bar, l’uomo intento a lucidare bicchieri mi osservava come si fa con un animale allo zoo, il fatto di non aver ancora ordinato nulla lo doveva aver turbato. La musica mi ispirò per un cambio di alcolico da trangugiare.

“Un whisky doppio, senza ghiaccio” alzai il tono per sovrastare il casino che faceva da tappeto, quello annuì con un cenno secco del capo, si voltò e cominciò ad armeggiare con una bottiglia.

“Ecco qui, sono sei dollari” avevo già messo una banconota e una moneta sul bancone.

In quel momento un accenno di sax segnalò che la scena doveva essere cambiata, girai la testa per guardare meglio il palco. Fece il suo ingresso una ragazza con lunghe cosce e una pelliccia scura, le luci divennero rosse, i capelli biondi legati in una lunga coda di cavallo. All’improvviso il locale si era trasformato in un luogo di culto, persino le mosche avevano smesso di volare in giro per la stanza, nessuno beveva più, tutti con gli occhi puntati verso il fondo della sala. Il numero era abbastanza classico, quello a cui ognuno di noi penserebbe di assistere in un Club del genere. Mi concentrai su Patrick che, stasera, pareva molto meno concentrato su ciò che accadeva a pochi metri da lui e molto sui tasti del pianoforte, come un pianista novizio che ha bisogno di guardare dove mette le dita. L’incantesimo durò circa mezz’ora, poi la ragazza, dopo aver fatto incetta di soldi in varie forme, raccolse la pelliccia e se ne tornò nel retro, gli applausi facevano quasi tremare i muri della sala.

Posai il bicchiere vuoto sul bancone, ringraziai con un cenno del capo il mio amico barista e mi incamminai verso il palco, un paio di portuali mi lanciarono un’occhiata che non prometteva nulla di buono. Entrai nel corridoio dei camerini, subito la musica risultò più ovattata, in fondo, sulla sinistra, un camerino mezzo aperto attirò la mia attenzione. Bussai un paio di volte.

“Patrick, hai già finito?” disse una voce stanca che si trascinava come un muratore dopo una giornata in cantiere.

“Shirley, non sono “Slowhand”, mi chiamo Colt Davies e sono un detective privato. Posso entrare?”

“Sì, prego” l’esitazione nelle sue parole era chiara come il sole che illumina il giorno.

L’ambiente era molto simile a quello che avevamo visto al mattino, sulla destra un armadio lasciato aperto mostrava pellicce di tutti i colori e forme. La ragazza mi lanciò uno sguardo con gli occhi socchiusi, poi indicò il divano. Presi posto.

“Ha saputo di Mary, immagino.”

“Sì, chiaro, ormai la voce si è sparsa per tutto il Club, immagino che anche i nostri “affezionati” clienti si siano resi conto della mancanza della Star. Nadia non ha ancora annunciato niente ma, forse, chiuderemo per qualche giorno in segno di lutto” sul tavolo del trucco c’era un bicchiere colmo di vino, lo afferrò e bevve un lungo sorso.

“Ho bisogno di farle qualche domanda sulla signorina Garrett, Nadia mi ha fatto capire che eravate molto legate.”

“Siamo arrivate qui insieme, si può dire, e abbiamo frequentato il corso di ballo insieme, anche se lei era nata per fare quel mestiere, io un po’ meno. Al mattino, dopo aver concluso il nostro turno, spesso mangiavamo qualcosa e parlavamo.”

“Quindi lei mi sa dire che cosa è accaduto davvero tra Patrick e Mary? Lui ha detto di averle fatto la proposta di matrimonio un paio di anni fa ma lei ha rifiutato.”

“Questo è vero, Mary non era tagliata per fare la moglie, voleva indipendenza e, nonostante la scelta le fosse costata tanto, alla fine ha deciso di declinare la proposta.”

“Il ragazzo l’ha presa male, immagino.”

“Senta” si voltò con tutto il corpo verso di me, la rabbia usciva da ogni poro “se sta insinuando che sia “Slowhand” l’assassino, le dico che non ha capito niente di niente. Non l’avrebbe toccata mai, nemmeno con un dito.”

“Allora ci sarà pure qualcuno qui, qualche cliente più “esuberante”. Deve averglielo confidato.”

“Mi aveva parlato dell’ammiratore ma era stata molto attenta a non rivelare nessun dettaglio utile, nonostante avessi provato più volte a chiederlo. Negli ultimi tempi era molto turbata a riguardo, diceva che si sarebbe rivolta a qualcuno in grado di aiutarla” scolò quanto era rimasto del liquido rosso nel bicchiere.

“Già, ma non siamo riusciti a salvarla” bruciava più della lava ammetterlo.

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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