Indagini

Serie: Il caso delle luci dalla finestra di fronte


I riflessi regolari provenienti dalla finestra di fronte si accompagnano a voci lontane, che sembrano richieste di aiuto, forse da una bambina prigioniera.

Il giorno sette marzo, alle nove esatte (“l’orario il più presto possibile per andare a suonare a casa di sconosciuti”), il signor Occhipinti esce di casa, va all’ingresso del palazzo di fronte, varca il portone e sale le scale.

Sono passate due settimane da quando ha ascoltato la richiesta di aiuto (“era un canto, semplicemente, un bambino che stava cantando per far addormentare la sua bambola”). Poi i segnali sono scomparsi per qualche giorno. Ma hanno presto ricominciato a manifestarsi ogni mattina e da qualche giorno perfino la sera, dopo cena (“appena prima che i bambini vanno a letto”). Qualche sera, passeggiando davanti al palazzo, sempre stranamente silenzioso, Occhipinti riesce persino ad ascoltare il canto lontano, così simile a quello di tre domeniche prima e così prossimo ad una richiesta d’aiuto lanciata nel vuoto sulle ali di una cantilena (“Come si fa a trattare una bambina tanto male che debba invocare aiuto a sconosciuti, deve proprio essere trattata male dai genitori, che chiamarli genitori… in galera ce li mando”).

La rabbia per uno scandalo del genere gli da il coraggio necessario per andare a suonare alla porta di una famiglia di sconosciuti, a uno degli ultimi piani del palazzo di fronte casa sua.

“Ma sono affari tuoi? Non è mica la tua famiglia. E poi se hai male interpretato, in fondo cosa hai visto? Magari è un semplice riflesso di un qualche lampione giù in strada. Chi aprirà la porta? E che cosa gli dico? Sempre che aprano, perchè se sono delinquenti come penso, non si fanno neanche vedere. O peggio, aprono, e allora… c’è da rischiare la pelle.”

Questi pensieri lo tentano a fare retromarcia. Ma Occhipinti si ferma, tira tre respiri profondi e pensa: “Non faccio nulla di male. Io vado ed espongo i fatti, come sono. Quello che ho visto, i miei dubbi e chiedo il loro parere. Può darsi che loro stessi sono all’oscuro di tutto, o magari sospettano qualcosa anche loro, riguardo ai vicini strani, e si scopre che potrebbero collaborare.”

Rassicurato da questo approccio, Occhipinti suona alla porta.

Silenzio (“non vengono, non ci sono, o non vogliono venire. Va beh, tanto meglio, io ho fatto il possibile, di più non posso”).

Rumore di passi, dietro la porta. Occhipinti si immagina qualcuno di terribile (“un delinquente grosso e violento”) che ascolta per decidere se aprire o no. Rumore di chiavi che aprono la serratura. Il cuore di Occhipinti batte più forte, non è neppure sicuro di aver ancora la voce.

La porta si apre, appena a metà e Occhipinti vede qualcuno. Non è grosso. Non è nemmeno un uomo. Una signora piccola e poco grassotta, in abiti semplici, da casa. Il viso gentile e grazioso di chi apre la porta calma rapidamente l’angoscia di Occhipinti che ritrova la parola e dice “Buongiorno signora”. La donna risponde benevolmente “Buongiorno a lei”.

Occhipinti: “Buongiorno, mi scusi, mi presento, mi chiamo Giovanni Occhipinti, abito nel palazzo di fronte, una delle finestre proprio di fronte alla vostra. Per caso, guardando da questa parte, ogni tanto, mi capita di vedere una strana luce che viene dalle vostre finestre. Cioè, credo che siano le vostre, questa porta mi sembrava la più vicina, ma lei mi correggerà se mi sbaglio. Mi scusi se ho osato salire così presto di mattina, ma volevo chiederle aiuto a risolvere questo mistero che mi gira nella testa da settimane oramai, ora le spiego.”

La proprietaria di casa apre completamente la porta e invita il signor Occhipinti a entrare. “Venga pure, non vuole prendersi un caffè con noi? Stavamo giusto facendo la colazione”. La cordialità sincera della donna lascia Occhipinti completamente disarmato. Senza più pensieri, accetta l’invito gentile ed entra.

Il calore famigliare dell’appartamento fa sentire Occhipinti ancora più a suo agio.

I pensieri orrendi fatti salendo le scale sono già fantasie infondate.

In sala da pranzo un uomo dal fisico magro e sportivo, lo accoglie con un sorriso amichevole e lo invita a sedere.

“Benvenuto. Prenda, il caffè è pronto. Cara, porta un piatto al signore che magari ha fame.”

Occhipinti è disorientato, si è quasi dimenticato della missione che si era messo in testa (“libererò quella povera bambina schiavizzata”), ma accetta volentieri l’offerta del padrone di casa. Ha persino fame e mentre spalma un po’ di burro sul toast, scambia qualche parola con i suoi ospiti.

Dopo qualche chiacchera ed essersi calmato con un buon caffè, Occhipinti si ricorda della propria missione e decide che deve comunque andare a vedere. Occhipinti chiede se gentilmente potrebbe utlizzare il bagno.

“Ma certo, è la prima porta in corridoio”.

Occhipinti si alza, va verso il corridoio, e una volta al riparo dalla vista dei padroni di casa, apre la porta del bagno, e la richiude senza entrare, per far credere a tutti di essere ben entrato.

Ora è libero di esplorare in segreto e avanza silenziosamente fino alla porta seguente.

“Il segnale sono tre lampi. La prima porta è passata. La seconda è questa. La terza è quella in mezzo”.

Già, è la porta in mezzo, ma Occhipinti non può tornare indietro, rischierebbe di farsi accorgere. Continua allora a camminare, fortunatamente il corridoio fa un primo angolo e poi un secondo, tanto che, senza passare dalla sala da pranzo, si ritrova di nuovo davanti alla porta del bagno.

“Questa è la prima porta. Questa è la seconda. E la terza è quella in mezzo”.

Di nuovo, Occhipinti dovrebbe tornare indietro, ma non può. Quindi continua lungo il  corridoio. Gira, gira di nuovo e di nuovo si trova di fronte alla prima porta.

“La luce si accende tre volte. La prima porta è questa, la seconda è questa. E la terza è quella in mezzo. Uno, due e tre. Il tre deve stare tra l’uno e il due, ma non passa. Riproviamo. Uno, due e tre. Il tre deve stare tra l’uno e il due. Non passa. Uno, due e tre. Non passa. Uno, due e tre. Non passa.”

Occhipinti comincia a rendersi conto di essere nel suo letto, agitato e in preda ad un incubo.

Serie: Il caso delle luci dalla finestra di fronte


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Discussioni

  1. Nel primo episodio l’intermittenza delle luci mi aveva subito fatto pensare all’S.O.S. e il finale mi è sembrato lo confermasse. Ora c’è l’ossessione di Occhipinti verso quella situazione, tanto che ne ha pure gli incubi. Mi hai incuriosito, aspetto la prossima puntata.

  2. Seppur ci sia un truck narrativo quello che colpisce di questo racconto è la solitudine metropolitana di Occhipinti, vissuta non da depresso ma con curiosità, anche troppa (se qualcuno mi avesse citofonato alla porta, neanche gli avrei aperto nella realtà, ma comprendo le esigenze narrative)… più che indagare sulla bambina, da lettore mi sarebbe piaciuto sapere perché Occhipinti empatizza con questa vicenda (è un nuovo vigilante urbano? ha qualche trauma passato che lo porta ad indagare?)