
Indennità parte n.3
Serie: Frammenti di nero
- Episodio 1: Sacramento
- Episodio 2: Sacramento pt.2
- Episodio 3: Indennità
- Episodio 4: Indennità pt.2
- Episodio 5: Indennità parte n.3
- Episodio 6: Spine sui cuori
- Episodio 7: Memorie
- Episodio 8: Memorie pt.2
- Episodio 9: Viaggio: arrivo al villaggio
- Episodio 10: Viaggio: sentimenti e crisi
- Episodio 1: Interludio
- Episodio 2: Viaggio: la locanda
- Episodio 3: Interludio: cime scozzesi
- Episodio 4: Viaggio: fiamme familiari
- Episodio 5: Interludio: arte notturna
- Episodio 6: Interludio: finale
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Riguardai più attentamente, sempre da destra a sinistra. Di letto in letto, guardavo. Di nuovo, nessun cambiamento il mio occhio notava, né vedeva alcuna forma muoversi in quella densa oscurità. Nella quiete di quelle che dovevano essere le piccole ore, non sentivo assolutamente niente, se non gli oramai famigliari lamenti e spasimi degli infermi. Alcuni di loro, forse sonnambuli? Beh, alcuni di loro parlavano nel sonno, perché non mi era chiaro capire a chi stessero parlando, né potevo cogliere i collegamenti fra i loro inconsci dialoghi. Ma, quello che più sentii in un attimo di notte senza battito di cuore, senza alcun rumore proveniente da fuori o dai corridoi, fu un parlare grottesco.
“È scappata, è morta. No, non è morta… è ancora…c’è…” diceva una voce desolata vicino al mio letto, sicuramente ancora dormiente. Sentivo l’affrettato suono dei suoi respiri irregolari.
“C’è, è andata via… tutt’ora essente, ma non qui… no, non me, non me, non me… lasciami… no, no, ti prego! Levati” e la sua voce crebbe di potenza e suono, fino a quando non arrivò a echeggiare in tutta la stanza. Mi fiondai da lui. Presi una candela spenta, cercai qualche fiammifero su un tavolino lì vicino, e accesi. Il crepitare del legno della fiamma era oramai l’unico suono che potevo percepire, la voce era caduta nel silenzio. Accesi la candela.
Ghiaccio scivolò sulla mia schiena, a vedere quegli occhi così vacui aperti! Erano fermi, fissi e intenti a perdersi nel buio orribile in cui tutti ci eravamo addormentati. Aveva la pelle assolutamente pallida, gli si vedeva il rosso delle arterie, in profondità, assommarsi al blu zaffiro delle vene, sporgenti. Un senso di angoscia mi pervase.
Mi allontanai di un passo, andando a colpire un letto. Sussultai. Sentii bene? Come un rumore di qualcosa che veniva spostato, come un tessuto che cadeva a terra. Un spcì spcì di qualcosa che si allontanava da me, verso il fondo della stanza.
Mi girai, ma non riuscii a scorgere nulla, nel buio tremendo. Come vermi che vivono nel fango, potevo solo orientarmi in base al caldo e al freddo, ed ora io sentivo un gelo che mi mordeva le ossa. Il freddo delle piastrelle era tale che le dita dei piedi si erano intorpidite. Ma quei dettagli non riuscivano in quel momento a distrarmi dalla mia ricerca di qualche persona o cosa che fosse nascosta nel buio. Allora, ricordai di avere in mano in una candela, e compresi anche che dovevo far qualcosa per l’uomo appena morto.
Spostai il mio sguardo su quel volto, non senza un senso di inquietudine e disgusto per quelle labbra cianotiche e il volto stravolto. Che avesse visto la morte nei suoi ultimi attimi di vita? A rivederlo, ricordai per che cosa mi ero spinto a cercare fra i dormienti uno sveglio, uno vivo anche di spirito. Avevo trovato uno che era morto pure nell’animo, e questo mi fece portare la mano al petto. Ancora vuoto. Che fossi morto io, invece?
Tremai all’idea pensata, ma ripensando e riflettendo alle sensazioni fisiche, alla certezza di essere me e uno solo, all’impulso della fame, compresi che il mio tremare era ingiustificato. Rimanevo incompletamente soddisfatto.
Lo riguardai. Mi permisi di studiare il resto del corpo vestito, che oramai era ben opportuno o mettere sotto la terra, o studiarlo in un laboratorio. Io mi limitai a cercare ciò che poteva davvero interessarmi, per capire come potesse succedere quella morte così improvvisa. Non mi si biasimi per quello che feci, perché non v’era nessuno incaricato di asportare il cadavere, né venne nessuno, né potevo andarmene così, senza essermi accertato che fosse davvero morto.
Misi una mano sul pettorale suo, fra la pelle e il tessuto della camicia. Non sentii alcun battito.
Con la luce mi aiutai a vedere se il petto di alzasse o meno, ma non riuscii, con le mie facoltà sane, a notare alcun movimento del petto. Feci per prendere la mano, per vedere se le dita fossero già irrigidite. Con la luce mi avvicinai al braccio.
Nel buio potei solamente osservare che aveva le dita piegate a pugno, tranne l’indice. La mano sporgeva da fuori dalla forma della brandina, e fui tentato di rimetterlo vicino al corpo. Come si conveniva a un morto, rimetterlo tutto d’un pezzo nella sua persona.
E riappoggiai il pesante braccio sul lenzuolo. Riguardai l’indice, stranamente drizzato.
Dopo aver rimesso a posto il cadavere, volli tornare sul mio letto, perché sentivo di essere stato già provato da quella testimonianza di morte.
Mi diressi verso il mio letto, e mi ci stesi sopra. Appoggiai lo stetoscopio sul comodino, e mi sdraiai il più comodamente possibile. Ma di tanto in tanto ricordavo che il cuore mio non batteva! No, non batteva! E, nel girarmi da un lato a un altro, riappoggiai gli occhi sul letto che mi stava a sinistra.
Ebbi la sensazione che si prova di fronte a un quadro in cui scompare qualcosa. Mi alzai di scatto, per meglio vedere. Mi avvicinai, ma i sensi miei continuavano a dirmi che lì non c’era più nessuno. Dov’era la figura nera?
Girai attorno al letto, ma niente. No, non c’era affatto, ed ero pienamente lucido e cosciente di che ora era, di cosa avevo visto, di ciò che era successo precedentemente.
Scostai le coperte, ma comunque non cambiava niente.
Mi illusi, cambiò qualcosa, perché nel nugolo di lenzuola ripiegate vidi qualcosa di nero. Lo afferrai come si prendono i topi, le belve piccole. Le mani affondarono in qualcosa di soffice e voluminoso. Lo tirai a me. Lo portai sotto i bagliori della fiammella tremolante. Era un vestito nero, era un vestito con gli stessi ghirigori di quello che portava la signora S. Non potei non riconoscerlo come tale! Lei lì? Mi girai attorno, e vidi solo allora che la Luna aveva illuminato il portone dell’ospedale.
Il terzo tocco notturno della campana fece sospirare una voce da oltre la fessura della porta:
“Ci hai abbandonato nelle fiamme, mentre bruciavamo. Ci hai abbandonato, per ritrovarci qui” disse una voce famigliare. E ripensai solo allora che con me portavo ancora la veste con cui era morta la signora S. fra le spire di fuoco che inghiottivano la casa paterna. Svenni, e in me un’ultima volta risuonò la voce paterna:
“Pestis eram vivus, moriens tua mors ero”.
Finis
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- Episodio 6: Spine sui cuori
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