Indennità pt.2

Serie: Frammenti di nero


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il protagonista narra di come fu la sua giovinezza nelle highlands scozzesi e di come da adulto abbia dovuto spostarsi a Cambridge. Ambientato nell'Ottocento

Tornai indietro sui miei passi di studio, specialmente perché oramai il volto del professor. E era su di me, come potevo immaginare dai sospiri che sentivo vicino a me. Erano sospiri spazientiti che solitamente esalava quando sbagliavo qualcosa.

Ho dimenticato, studiavo lettere antiche, se fosse di alcuna importanza per spiegare ciò che non capivo nemmeno io.

Avevo appunto rovesciato un po’ di inchiostro sul foglio, quando l’insegante, spazientitosi e incollerito, mi prese per un braccio, così che l’inchiostro della penna cadde sul pavimento. Mi trascinò fuori dall’aula, e, lasciatomi dietro, chiuse le porte, senza spiegare quel rifiuto che era già evidente. Presi quindi a vagare per i corridoi dell’università. Camminai lungo i porticati del chiostro, dove ero solito soffermarmi sulle statue che erano presenti sui bordi di una fontana eretta su una piattaforma esagonale. Era una bella costruzione, fatta di travertino e con cupola di porfido rosso. Rimanevo sempre sorpreso dal tipo di rocce usate, in quanto erano rocce che ben sapevo non trovarsi in Italia, o almeno questo mi dicevano i più esperti studiosi di storia del suolo e delle pietre. Dovetti, poi, prendere per vera la loro affermazione perché nei miei viaggi estivi mi muovevo tutt’attorno a Cambridge, arrivando anche a Oxford.

Ora sciolgo un dilemma, forse. Non tornai mai a casa perché nel mentre mi era stata recapitata una lettera in cui si diceva che tutti i poderi erano stati bruciati assieme alla casa paterna. Della mia famiglia non si trovava traccia. Rimaneva per me una pensione discreta. Così continuai a vivere a Cambridge.

Ma stavo dicendo? (mi si scusi per la mia tendenza divagare) Certo, ero rimasto fuori, su un bordo rialzato delle basi dei pilastri del porticato. Mi ci ero seduto sopra, e non avevo mai contemplato così bene i particolari dei pilastri imponenti nella loro altezza, e che sorreggevano i vari piani su cui si appoggiava la costruzione che fissavo attentamente. La guardai per un lungo periodo, oramai stregato dalla sua bellezza perfetta nella regolarità e nei motifs.

Alcuni miei compagni mi passarono vicini, ridendo quando mi riconobbero e ricordarono la vergognosa fine della mia presenza durante l’ultima lezione. Ebbi una terribile sensazione quando uno di loro, di cui non citerò neanche l’inziale del cognome, dacché sarebbe troppo facile per il lettore risalire a me; quando egli mi diede uno spintone per burlarsi di me. Così facendo mi spinse in avanti e io caddi sul fango, cadendo precipitosamente sul fango.

Mi alzai tutto sporco dello stesso fango che si poteva contemplare nella tela Valley of aosta.

Fu così, però, che quando mi rimisi sulle mie ginocchia, rividi una figura seduta sul cornicione della fontana.

Era una figura di altezza umana, sottile e tutta avvolta. Era intenta a spetalare un fiore con le dita infilate dentro guanti bianchi, con decorazioni d’argento e verde smeraldo.

Come poteva essere? Una donna dentro all’università?

Guardai meglio, sperando di poter cogliere qualche cosa che mi potesse contraddire, ma di secondo in secondo le mie supposizioni divennero certezze, poiché non vidi mai uomo vestito con abiti del genere e con una silhouette così lineiforme.

Di merito mio, devo dire che, a parte il gioco d’azzardo(moderato, giuro) e le ubriacature, i fumi e gli incontri, non infrangevo altra regola dell’università. Dunque, non potevo permettere a una donna di stare all’interno di quel luogo.

Mi diressi verso di lei e, vedendola girarsi verso di e dopo che mi aveva sentito, dissi:

“Signorina” ma mi fermai. Sentii i muscoli irrigidirsi, i capelli rizzarsi fino alla fine, e fu come se io fossi stato buttato indietro. Ci fu un momento in cui i miei nervi tremarono, e caddi, e non potei vederla più, ma mentre la testa guardava sempre più in alto la vidi andare via, avviluppata nella sua mantella colorata.

Fui ritrovato svenuto nel chiostro. E fui trasferito in ospedale, ma non trovarono nulla che potessero imputare allo stato di profondissima quiete in cui ero rimasto per due giornate. E nemmeno io, da quanto ricordo, ebbi la minima sensazione del trascorrere del tempo, ché ero stato in un sonno senza sogni, come una spiaggia sena conchiglie.

E mi risvegliai quando era sera. Aprii gli occhi e tutt’attorno a me si sentivano i sospiri dei malati e feriti. C’era stato un conflitto, nelle terre nel vecchio continente, e alcuni malati erano stati ricoverati all’ultimo nell’ospedale della Università. Per cui, dormire diventava davvero difficile per me, che sin da bambino riscontravo problemi a dormire con rumori di sottofondo. Quindi rimasi nel buio ombrato della stanza, con la luce che la luna tossicchiava contro le vetrate.

Tutt’attorno a me, la gente o dormiva o era in uno stato di snervante sofferenza per chi doveva dormirci vicino, o direttamente a fianco.

Vicino a me stava, infatti, la figura di un malato che era tutto raccolto nelle lenzuola butterate che l’università poteva permettersi, dati i pochi pagamenti realmente saldati fra studenti e università.

Era, dicevo, una figura che non riuscivo a discriminare per qualsiasi particolarità, pur perché nelle coltri di buio e notti in cui giacevo io e giaceva lei, non si poteva notare alcuna cosa.

Sentivo, acuendo il mio udito nella notte, un bisbiglio provenire da qualche parte della stanza, ma non vedevo nulla oltre a pochi pollici da me. A malapena mi vedevo i bottoni della camicia da notte che dovevano avermi messo addosso.

Avevo ancora la freddura tipica di chi si riprende da una febbre, ma non attutivo alcun altro sintomo. Ero davvero malato? Mi volli auscultare il cuore come meglio potevo, con la mano attaccata al petto sinistro. Appostai la mano sul seno, e cercai come meglio potei, nella mia stanchezza, di trovare il cuore. Certo, non doveva essere difficile. Ma come mi misi a sforzarmi di rilevare qualche battito, dentro di me non sentivo suono.

Mossi la mano un po’ più in alto, ma non trova niente. In basso, niente. A destra, a sinistra, di nuovo sopra, di nuovo sotto, premevo di più, mi toccavo il polso, il collo, le tempie, e tutto era invano! Mi misi la mano a destra, nel dubbio di aver sviluppato un cuore in altro sito, ma neanche riuscii a lambire quella speranza.

Mi alzai in piedi, e cominciai a cercare uno stetoscopio sui vari banchi di chirurgia che stavano di fronte a me, a metà della distanza che separava la parete del mio letto e quella dirimpetto. Cercai, nella paura, nell’ansia. Cercai e feci cadere oggetti. Una fiala si fratturò a terra, ed io, innaturalmente all’animo dell’uomo, rimasi a cercare, attute4ndo solamente un grido che non fu udito da nessuno. Mi fermai, in un attimo di lucidità, per capire se ci fosse qualcuno a cui chiedere aiuto. Riascoltai, ma neanche un bisbiglio si sentiva, stavolta. Mi girai indietro, per vedere se potessi chiedere aiuto a qualche infermo steso su un letto vicino al mio. Passai a rassegna le due fila di letti, da destra a sinistra, ma non mi parve di vedere alcun corpo muoversi, nient’affatto. Guardai più attentamente, nella disperata e ansiogena illusione che qualcuno, apparentemente addormentato, non fosse in realtà che perfettamente fermo nella sua veglia.  

Fine seconda parte

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