Innumerevolmente

Faccio quattro passi avanti e uno indietro, in cinque secondi. Ogni passo misura venticinque centimetri. Pausa silenziosa di tre secondi – contati a mente. Poi conto ad alta voce fino a otto in quattro secondi: uno, in mezzo secondo, due, in mezzo secondo, e via così. Sono veloce.

E ricomincio. Dopo esattamente centoventi secondi, ho percorso trenta passi, e cioè sette metri e mezzo.

Ho raggiunto senza intoppi la mia meta: la panchina con la macchia rossa. È di ferro, la panchina, inchiodata al pavimento di cemento, che corre come un lungo serpente intorno al parco. Ce ne sono tante: una ogni trenta passi – mi muovo solo a blocchi di quaranta meno dieci passi alla volta, quindi sono fortunato perché posso riposarmi quanto voglio prima di riprendere il cammino.

Io ho scelto quella che qualcuno ha graffiato, togliendo la vernice protettiva e facendo arrugginire la zona scoperta.

Mi siedo e decido, come sempre, di occupare lo spazio subito prima di quello macchiato. Osservo la zona rovinata: ha la forma del Belgio. Io conosco benissimo il Belgio: capitale Bruxelles, confina con Francia, Paesi Bassi, Germania, Lussemburgo e con il Mare del Nord. È una monarchia… ecco. Devo fermarmi. Me l’ha detto Arturo.

Solo io ho l’autorizzazione a chiamarlo così, tutti gli altri lo chiamano professore.

Egregio professore, esimio professore, stimato professore. Arturo mi ha detto che appena comincio a pensare ai Paesi del mondo, appena comincio a elencare i loro dati, devo fermarmi. Perché mi fa male. Dice che mi fa inceppare il cervello.

Mi fa inceppare il cervello.

Alzo gli occhi dal Belgio e osservo il Portogallo: l’albero di fronte. No, no, no: niente Lisbona. Niente. Solo il mare: quello sì. Non sono mai andato in Portogallo – nemmeno in Belgio –, ma so che si affaccia sull’Oceano Atlantico e io amo l’Oceano Atlantico, anche se non l’ho mai visto. Ah! se riuscissi a tuffarmi dal Portogallo, nuotando nuotando arriverei in America.

L’America! Beh, l’America non è solo New York. Se non ci fosse Arturo di mezzo, in questo momento potrei viaggiare tra discendenti degli Inca e Inuit. Dal caldo torrido al gelo più serrato. Ma Arturo non vuole. Dice che va bene viaggiare con la mente, ma io quando parto poi mi perdo.

Lui dice che è un problema.

Ma io non mi perdo mai veramente, ho i miei quaranta meno dieci passi alla volta che mi riportano sempre a casa, nella mia stanza bianca al secondo piano. A volte sbaglio qualche conteggio e sono costretto a rifare tutta la strada al contrario, ma presto o tardi arrivo.

Arturo dice che i miei viaggi sono pericolosi, soprattutto quando non mi fermo davanti a un albero, o a una scala, o a un autobus.

Ma, dico io, la mia panchina non è il mondo, e io voglio vedere il mondo: gli ospedali che ho frequentato dopo l’albero, la scala e l’autobus erano piccoli paesi tutti uguali, con persone vestite tutte allo stesso modo, con una frettolosità negli occhi di chi sa che non c’è scampo. Non c’è Belgio. Non c’è Portogallo né Oceano Atlantico. Solo stanchezza, solo abitudini. Ah, e sì, naturalmente tanti abitanti di mille piccole macchie di ruggine. Sono tutti abitanti di macchie di ruggine quelli che finiscono negli ospedali che ho frequentato io per l’albero e tutte le altre cose che non vogliono spostarsi dai miei quaranta meno dieci passi alla volta.

Ecco Arturo. È gentile. Seicentoquarantasette ore fa, mi ha detto che la mia stanza al secondo piano è la più bella di tutte. Non ho mai visto le altre, ma gli credo perché non capisco per quale motivo dovrebbe dirmi una cosa per un’altra. Soprattutto in considerazione del fatto che a me proprio non interessa che la mia stanza sia la più bella di tutte di questo posto bianco e marrone, con tante sbarre alle finestre, che pare servano a non farci decidere di scendere a fare una passeggiata tagliando da lì, senza girare per i lunghi corridoi di marmo bianco.

Arturo guarda me e guarda il Belgio. Io pure guardo il Belgio: con cosa lo avrà graffiato, il graffiatore, mi chiedo ogni giorno! Con le unghie? Perché qui persino i rebbi delle forchette sono arrotondati.

Arturo mi accarezza i capelli, e mi chiede se per caso fossi finito in Alaska. Oh, beh, esimio, stimato ed egregio professore Arturo, per colpa sua non ci sono arrivato! Ma ero lì, a pochi quaranta meno dieci passi alla volta di distanza.

Mi sorride, annuisce. E se ne va. 

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