
Insania
Quando Nando arrivava al bar, con la vecchia Simca azzurra del padre, le ragazze lo sbirciavano, sebbene a quell’età non si potesse essere seri. Lui offriva caffè agli amici, ma per sé ordinava sempre una birra bionda. Nelle sere di giugno sapeva di sapone da bucato e acqua di colonia; il viso imbrunito dal sole. Amava prepararsi con cura, dopo il lavoro in fabbrica, e raggiungere il paese, dove faceva una sosta fissa ai tavolini del “Caffè Buvette”.
Di tutte le ragazze presenti in comitiva, a lui piaceva Bianca. Pura, come il nome che portava, con una lunga treccia rossa che lo faceva proprio sbarellare. La birra era un nettare subdolo, e Nando pensava di volerla baciare. Il palpitare di lei, quasi fosse una bestiolina in cerca di riparo, era un pensiero fisso che non gli dava tregua.
Il cuore gli batteva nel petto, non lo poteva evitare. E allora lui non riusciva più a sostenere la conversazione con gli amici, si doveva fermare. Meglio distrarsi con una sigaretta, che poi raspava in gola, per non accusare quel colpo e fingere d’essere indifferenti.
A diciott’anni si è estremamente ingenui, sebbene ci si atteggi. Ci si innamora, sì, ma non può durare. Lui attendeva che tutti se ne andassero, che Bianca rimanesse da sola. Ma non succedeva mai e così il tempo passava. Le sue battute la facevano ridere, però chissà se anche la ragazza pensava a lui in quel modo?
Finché una sera la trovò sul cammino, seduta sul ciglio della strada. Si era sfilata un sandalo dal tacco alto: aveva un problema.
Nando aggiustò la calzatura, con le sue mani capaci di uomo fatto e finito. Poi le chiese se voleva salire sulla Simca, perché l’avrebbe accompagnata volentieri a casa. Bianca ci pensò e decise di potersi fidare.
Quando si appartarono, però, a lei parve tutto eccessivo. Quel giovane era irruento, non la lasciava respirare.
Lui la spogliò con urgenza, sui sedili di dietro. La pelle con cui erano fatti era fresca, al contatto. Bianca, che era vergine, ebbe paura. Lui le piaceva, ma non aveva la minima pazienza, quel cristiano! Tentò di dirgli che era meglio se fossero tornati a frequentarsi fra le luci del caffè, due semplici amici che non avevano aspettative l’uno nell’altra. Nando l’approcciava con rigidi colpi di bacino, ormai totalmente preso dalla frenesia di possederla. La baciò con audacia, fece cigolare i sedili. Bianca stava scomoda, col peso di lui addosso.
“Fermati!” voleva gridare, “credevo fosse tutta un’altra cosa!”
Quanto era facile sbagliarsi, a quell’età.
Invece, non ne ebbe il coraggio. Dischiuse le labbra, si avvinghiò a lui, fingendo che fosse tutto a posto.
Nando avvertì quell’inganno, forse odorò qualcosa che aveva stonato anche con le sue, di aspettative. Un odore o un gusto acre, appena accennato.
«Se non vuoi, mi fermo!» le aveva detto.
Già si vedeva a smacchiare i sedili del padre. Era tutto così nuovo, che non avrebbe resistito a lungo. Gli bastava l’idea. Si strofinò, ansimò, si accorse che lei non partecipava e si ritrasse.
Nemmeno si sfilò i pantaloni, pensando solo che doveva andare a casa a cambiarsi.
«Facciamo un’altra volta, dai!» le disse, mentre scendeva e tornava al posto di guida.
Bianca si mosse quasi subito. Si sistemò in fretta il vestito e, scavalcando, ritornò davanti.
Rimasero in silenzio per tutto il tragitto. Lui deluso, anche se non lo voleva ammettere; lei vergognosa, perché si sentiva colpevole di quel fallimento.
Quando Bianca scese dall’auto, di fronte a casa sua, Nando la salutò con un tiepido «ci si vede». Neanche ci provò a dire qualcosa di più significativo.
La ragazza rincasò mesta, con la testa bassa.
Nando passò per casa e si cambiò i jeans. Non sarebbe andato a dormire, non ancora. Si recò un’altra volta al bar e prese una seconda birra. Diciott’anni sono pochi per essere seri e lui non aveva esperienza. Girò ancora un pochino per le strade, con la sua Simca azzurra, a zonzo, senza meta. Neanche a dirlo che da quel giorno non si parlarono più, lui e Bianca. Presero proprio strade diverse.
Ancora oggi, che gli anni sono passati, Nando ripensa a quella notte. Da allora ha fatto carriera, veste in modo diverso. Più elegante, più curato. Eppure è come se là, con Bianca sul sedile, fosse rimasta la bestia. Un animale che continua a nutrire, ma di cui si vergogna; che si manifesta a tratti e spesso, per fortuna, soggiace. Uno specchio che riflette la sua immagine meschina e, come pugno d’animale, sgretola il futuro coi suoi sogni.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Questo racconto mi ricorda lo stile di Alberto Moravia. I primi tre paragrafi mi hanno fatto pensare, anche se vagamente, al realismo sporco della beat generation americana: probabilmente perché parlavi di bar e birra. Complimenti.
Raffaele, ti ringrazio tanto per avere preso a cuore questa lettura. Ecco, Moravia forse è troppo! Fosse ancora in vita, non sarei nemmeno degna di reggergli la penna, però mi fa tanto piacere che il racconto ti sia piaciuto. Un abbraccio. Alla prossima.
Ciao Cristina, quanta verità nel tuo racconto. Capita che le prime esperienze d’amore, invece che scaldare il cuore, lascino un sapore amaro in bocca: sogno e realtà non sempre vanno a braccetto
Cara Micol, hai ragione! Esperienze amare che lasciano il segno. Un saluto e grazie per avere letto e commentato.
Ciao Cristina, bello stralcio di realismo, in poche righe già mi sentivo vicino ai protagonisti e ai loro pensieri. Mi è piaciuto molto, complimenti
Grazie, Virginia. Sei stata molto gentile a passare di qui. Alla prossima.
Ciao Cristina, grazi per aver onorato il LAB come ogni mese, sei fantastica.
Mi è piaciuto molto il modo che hai trovato per inserire il LAB nel tuo racconto, spesso i pensieri e i ricordi fanno fare strane facce pure a me. Brava
Grazie a te, Ale! Non mancherei mai: ho un appuntamento fisso. Per cui, ci si rivede presto! Comunque hai ragione, i ricordi sono tremendi. Un saluto.
“era sfilata un sandalo”
Qui ho pensato a Cenerentola… Fa riflettere, mi è piaciuto!
Martina, grazie per essere passata! Che bella interpretazione, non ci avevo pensato. Alla prossima.
Complimenti per la il lab, Cristina!
Grazie Kenji! Un saluto e un abbraccio.
La bestia nascosta. In fondo ognuno di noi nasconde un lato oscuro (in alcuni più oscuro che in altri).
Ho letto una certa musicalità in questo racconto, forse è dovuta al fatto che tu sei anche un’ottima poetessa.
Ciao Dario, grazie per avere letto e commentato. Purtroppo chi scrive talvolta si deve cimentare anche con temi scomodi. Altrimenti non saremmo di nessuna utilità, penso. Per fortuna ho una vena poetica, dai! Un abbraccio.
Carissima @cristina-biolcati, proprio a me vieni a parlare di temi scomodi? 😅
Io racconto quasi esclusivamente temi scomodi. Ahahah. 😉