Insensatezza di onde e stormi

Il mare infrangeva le sue creste schiumose sul pendio del grande scoglio, su cui sedevano due ragazzi. Un ragazzo e una ragazza. Dicevano di essere fidanzati. Dicevano di amarsi. Dicevano tante cose. Tenevano le gambe a penzoloni e gli occhi rivolti verso l’orizzonte, pallido, giallastro o arancione (ogni punto di vista venga soddisfatto!). Ma la vera domanda che il ragazzo, che tutti chiamavano A, si poneva da dodici ore era: è realmente bello quello che vedeva? Non era come se l’aspettava prima di giungere in quel luogo. La fanciulla, che si faceva chiamare Z, distava sette mani umane da lui e non si domandava alcuna cosa, osservava il panorama con le sopracciglia rilassate, le palpebre laterali rivolte verso il basso, analogamente alle punte della sua bocca. A non sapeva come comportarsi, Z sembrava totalmente assente. Il pallore del suo viso lo allarmava e non sapeva cosa fare. Quando si girava verso di lei rimuginava su come potesse esordire per consolarla, ma prima di farlo si imponeva di capire quali fossero le ragioni che la turbavano così tanto. A non aveva oggettivamente compiuto alcuna azione malevola, o detto alcuna frase che avesse potuto ferirla: per dodici ore erano seduti a fissare l’orizzonte in silenzio. Non sapevano che ore fossero, ma il sole calava lentamente, verso il mare affamato, pronto a inghiottirlo. A doveva dire qualcosa, rompere quel silenzio mortale, non poteva lasciare Z in quelle condizioni. Si sentiva in dovere di rimediare e portare ordine e pace in quel momento agitato dalle emozioni negative.

“Tu lo reputi bello” chiedeva A.

“Cosa?” rispondeva Z.

“Quello che stai vedendo.”

“Cosa sto vedendo?”

“L’orizzonte”

“Cos’è?”

“Stai scherzando.”

“No.”

“Non sai cos’è l’orizzonte?”

“Credo di sì.”

“E secondo te è bello?”

“Dipende cosa intendi dire per bello.”

“Ti piace? È come te l’aspettavi?”

“Intendi quindi se mi appaga?” domandava Z.

“Esatto.”

“La natura mi appaga sempre. Da lei non aspetto nulla.”

“Ma non sembra tu sia appagata.”

“Come?” chiedeva Z.

“Sei triste. Puoi raccontare tutto quello che ti senti di raccontare. Possiamo capire assieme il perché del tuo malessere.”

“Non credo ci riusciresti”

“Perché dici questo?”

Non seguiva nessuna risposta. Come ci si comporta con persone come Z, A non lo sapeva. Però diceva di amarla, era suo compito salvarla da qualsiasi mostro dentro di lei, si sa che è possibile, anche se non tutti ci credono.

“Parla.” impose A.

“Che devo dire?”

“Quello che vuoi, ti prego”

“Non ha senso parlare, non capiresti.”

“Ti conosco da una vita, posso capirti eccome.”

“Non credo tu possa provare le mie stesse emozioni.”

“Ci proverò.”

Z non smetteva di ridere. Finalmente una reazione convenzionalmente positiva. Ma qual era il motivo per cui rideva così forte? Nessuno aveva pronunciato alcuna battuta o alcuna barzelletta.

Dopo qualche minuto smetteva di ridere.

“Guarda le onde.” esortava Z.

“Le guardo.”

“Così perfette.”

“Perfette? Ma non lo sono.” affermava A.

“Sì invece.”

“Se lo fossero avrebbero un moto regolare, non insensato.”

“Appunto.”

Z si proponeva sempre più inadeguata alle parole di A. Il silenzio dei due dava spazio allo spumeggiare delle onde sulle rocce aguzze che si stagliavano fuoriuscendo dall’acqua sotto i loro piedi.

“La natura mi appaga l’anima così tanto.” sospirava Z.

“Ma sei triste.”

“Lo deduci da quale mio atteggiamento?”

“Dal tuo sguardo vuoto.”

“Ecco cosa non tollero di te. Di te non tollero questa saccenteria sconfinata. Pretendi di capire le cose secondo un’unica direzione. Non esiste solo una risposta alle cose. Il mio sguardo perso può avere molteplici significati.”

“Spiegameli! Ho bisogno di spiegazioni!”

“Quale sentimento inconcepibile!” infastidita esclamava Z.

“Non è un semplice sentimento. È un bisogno umano. Tutti hanno bisogno di spiegazioni e di perché. L’uomo non fa altro che chiedersi perché.”

“Difatti, soffre.”

“Non credo di aver mai sofferto dopo aver dato una spiegazione ai miei dilemmi, che fossero esistenziali o meno. E’ più invitante un piatto con mille varietà di cibo disposte disordinatamente, o un piatto con mille varietà di cibo disposte in ordine?”

“Non apprezzi la natura.”

“Non ho mai detto questo.”

“Non apprezzi le onde. Non apprezzi che ci siano mille altre spiegazioni al mio sguardo vuoto. Invece di chiedere che pensassi, hai esordito affermando e pretendendo una mia presunta tristezza, tentando subito di capirne il motivo. Ai tuoi dilemmi non sei mai riuscito realmente a dare la risposta giusta.”

“Cosa stai criticando?”

“La tua saccenteria.”

“Perché?”

Z non dava alcuna risposta. A girava il suo sguardo accanto a sé, squadrando intelligentemente una pietra su cui aveva intenzione di poggiare la sua mano. Convinto della stabilità di essa, la toccava, essa però si staccava dal terreno per cadere giù nel mare. A stava per scivolare con essa, ma è riuscito a riprendere il suo equilibrio.

“Io amo la natura. Può essere studiata e ordinata razionalmente dalla scienza. Tutto va come è stato scritto. Tutto segue una logica.” provava a recuperare il discorso A.

“Ne sei sicuro?”

“Sì.”

“No.”

“Come?”

“La scienza è una materia umana.” spiegava Z

“Sì.”

“Soggetta a errori. Questa non è logica.”

“Non capisco.”

“L’uomo sbaglia. Hai poggiato la tua mano su una pietra potenzialmente instabile. Hai sbagliato. Nonostante tu l’avessi osservata attentamente, probabilmente studiata al solito tuo. Eppure hai deciso di poggiartici lo stesso, non avevi dedotto la sua instabilità. La scienza sbaglia, l’uomo sbaglia. L’uomo sbaglia, la natura non ha senso. Non si può ordinare.”

“Però vedi dove l’uomo è arrivato. La scienza aiuta persone e scopre cose impensabili.”

“Ogni volta però è costretto a ritornare indietro. La natura non dà via libera a nessuno. Il progresso porta avanti, ma saremo costretti a ritornare indietro se vogliamo sopravvivere. Ma con l’avidità e la pigrizia del cittadino progredito, che ozia nel benessere, ciò sarà impossibile. Il nostro destino è cadere.”

“Se affermi che la natura non ha senso, che nulla può essere ordinato, come pretendi di prevedere il futuro e parlare di destino? Non puoi sapere come andrà.”

Il cuore di Z saltò qualche battito. Successivamente si strinse. Soffocava stretto dalle parole del ragazzo, che avevano colto nella fanciulla sofferente un’incoerenza che non dava più spazio alla ragazza di continuare la sua teoria: anche ella era succube e prigioniera della ragione stessa tipica dell’essere umano.

“Non si capisce nulla! Perché è tutto così complesso! Non ci sono spiegazioni! Ragionare fa solo soffrire!” piangeva Z.

“E’ la prima volta che sento pronunciare da te questa parola.”

“Quale?”

Perché.”

“E’ una parola così idiota! Cercare risposte a questa domanda porta solo bruciore. Corrode e distrugge il mondo, pretende di dominare la Fortuna. Non si può domare! E’ una bestia inferocita! Uccide chi vuole non avvertendo nessuno prima! La Scienza è il fallimento della mente umana!” sbraitava Z.

A non sapeva come continuare. Sembrava che Z avesse colto una verità. Anche ella però non poteva fare a meno di chiedersi il perché delle cose. Anche ella voleva scovare disperatamente un senso. Anche ella era incatenata e destinata al dolore.

La pelle le si stringeva. Furiosamente grattava la testa tirando i capelli della sua lunga chioma. Gli occhi le si stringevano dal dolore. Dalle tempie scivolavano perfide le gocce di sangue. Le unghie bestialmente laceravano il cuoio capelluto. Portando le mani davanti agli occhi che ora erano aperti, fissava le sue unghie macchiate di rosso. Sentiva la testa andare a fuoco. Il cervello si piegava su se stesso. Le viscere si abbracciavano intrecciandosi. Cosa stava facendo? Non si sentiva amalgamata alla Natura che la circondava, essendo anche lei vittima di quella maledetta ragione che rende gli uomini vulnerabili. I succhi gastrici ribollivano, risalivano lungo l’esofago; sembravano inondare i suoi polmoni.

Z guardò le onde. Così irregolari. Uno stormo di uccelli volteggiava nell’aria, senza un senso. Le rocce che si stagliavano sulla superficie marina, assumevano forme scriteriate: solo l’uomo potrebbe assimilarle a qualcosa che si intana nelle sue memorie. Ora guardava A. I suoi occhi erano sbarrati, arrossati, quasi piangevano. I suoi muscoli erano rigidi, le vene delle braccia che ben distese si reggevano sulla superficie rocciosa apparivano piene e pronte a lacerarsi. Z sentiva il mondo girare. Finalmente smetteva di ciondolarsi per l’inquietudine. Sotto i suoi piedi che penzolavano scrutava le rocce infastidite dal mare sempre più agitato. Nubi nere si avvicinavano. Il vento soffiava irato e spostava i suoi capelli davanti i suoi occhi. Non ci vedeva più. Finalmente la Natura la capiva! Lei agitata e l’altra pure! Solo la Natura è empatica! L’uomo non riesce a esserlo, non compatisce cosa lo circonda. Pretende che la realtà sia come lui. È così che la rende cattiva. Z voleva sposarla.

“Cosa vuoi fare?”

Z spinse il suo corpo e la sua mente martoriata giù per il grande scoglio. Volteggiava come gli stormi. Sorrise. Poi uno strano rumore. La colonna vertebrale si frantumò. La pelle si squarciò. La testa si aprì. Il mare cullava la fanciulla come fosse un neonato, nel suo lettino, che dorme. Ora Z è Natura.

A rimase immobile. Non trovava risposte. Non dava un senso. Non c’era un senso.

La tempesta si avvicinava e A cominciava a sentire freddo. Guardò il cielo e pianse. Non riusciva a capire e quindi soffriva. Si alzò e decise di tornare a casa nella città fumosa che si stagliava qualche miglio dietro di lui. La Natura lo compativa: cominciò a piangere grosse gocce pure lei. A però ne era indifferente. Preferì ritornare nella società che l’aveva distrutto. L’unica cosa che però riusciva a pensare era che Z finalmente fosse felice.

Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Sono stupito dall’assenza di commenti su questo pezzo in cui scorgo un impegno notevole da parte dell’autore, che merita i complimenti.
    Seppur sono presenti piccole sbavature formali, il dialogo serrato è sorprendente e si fa leggere fino alla fine. Profondità, psicologia, riflessioni interessanti. Ho apprezzato in particolare il voler omettere perfino i nomi, a esaltare l’importanza del contenuto. Senza dimenticare il titolo, che già ci mostra un percorso accidentato, quello dei limiti della conoscenza.

    Veramente bravo.