Interbagno

Serie: Sopra il naturale


Per farlo la cosa ovvia è ripartire dalle cose che ho in mano. Mi scoccia terribilmente ma questa volta dovrò desistere al desiderio di vedere come va a finire questa storia per cominciarne un’altra. D’istinto mi torna alla mente di quando qualche mese prima un amico mi domandò se preferissi vedere solo la prima o la seconda parte di ogni film per il resto della mia vita. Per quanto mi appassioni la costruzione della trama e la preparazione del climax finale non posso certo condannarmi a non saperne mai l’esito; per questo risposi in modo convinto che di sicuro vedrei la fine.

Il dilemma si era ripresentato ma questa volta senza esitare so il da farsi. Ci ho già ragionato, anche se solo in forma teorica. Abbandonare qui mi apriva le porte a una prospettiva ignota e chissà se l’avrei portata a termine o mi sarei ancora una volta fermato a metà, tagliandola. Raccolgo il biglietto lasciato a terra tra le occhiatacce di chi sta affianco quando ancora una volta le luci si spengono.

Ecco che ricomincia. Lo guarderò meglio una volta fuori. Mentre scendo i gradini stando attento a non cadere, rivivo nella mente l’entrata in sala dell’uomo sempre più convinto che c’entri con me. Continuo a non spiegarmi il modo in cui è sparito. Come è potuto accadere? Eppure l’unica strada verso l’uscita era questa non c’erano dubbi: mi infastidisce, ma non mi sorprende. Il rimorso di avere lasciato qualcosa in sospeso e di aver perso una buona opportunità di agire è qualcosa con la quale mi ritrovo spesso a fare i conti da quando ne ho memoria. Al termine della scalinata vedo ora l’uscita e la luce verde in corrispondenza a segnalarla. Da lì lo schermo evidenzia in contrasto con il buio della sala lo spazio vuoto che lo separava dalla prima fila rivelando i volti di chi è seduto e lo sporco ai loro piedi. Sporco?

No, quelle sono impronte, e vanno nella mia direzione. Dalla posizione in cui sono do una rapida occhiata all’altro lato della sala, dalla quale l’uomo è arrivato. Fisso lo sguardo verso la scalinata opposta. Qualcosa non torna; o forse torna perfettamente! Le impronte sono le stesse: le dimensioni, il colore. Nella mia direzione parevano forse più secche, e pensandoci ha senso dato che il trascorrere dei minuti avrebbe dovuto essiccare il fango sulle sue scarpe. Se ne è andato da qui allora, ma come ho fatto a non vederlo? Sento toccarmi sulla gamba. La signora irritata, davanti a cui mi ero per sbaglio incantato mi ordina di scansarmi. Ero così assorto da non essermi reso conto di starle oscurando il campo visivo, sembrava inviperita ma non ho idea di quanto fosse passato. Con imbarazzo mi affretto verso l’uscita seguito dal bisbiglio incomprensibile di lei e le due persone affianco. Starà cercando supporto con gli insulti. Come darle torto. Prima fila e impedimenti visivi farebbero infuriare forse tutti i presenti; compreso me. È come se avessi rimosso del tutto che il film era ripreso.

La scia di impronte come effettivamente non si rivela sterile, ma porta al corridoio centrale da cui si diramano le diverse sale. La domenica porta bene alle casse del cinema, ma non a me. Una folla di gente stava poco a poco cancellando le impronte e tagliandomi la prospettiva. In questi casi di norma avrei già desistito alla ricerca, se non stessi iniziando a sentirmi preso in giro. Mi sembrava l’ulteriore dimostrazione che agire, l’azione, non necessita di altro che non se stessa. Fui grato a me stesso di non essere rimasto dentro a pensare. Avrei perso quel poco che mi era rimasto.

Seguo la traccia con camminata spedita. Conduceva ai bagni. Già in lontananza riesco a scorgere l’inserviente intenta a pulire le macchie sul pavimento a goffe movenze in polemica con le macchie sulla moquette, di quanto fosse stanca, del tempo rimasto prima dello scadere del turno. Mi affretto ad entrare e nello stesso istante sento squillare quella voce che fino a un attimo prima sembrava così dimessa:

“Non lo vedi il cartello?”

“Ehm no, scusi.”

“Ah già, che sbadata. Ecco. Ora lo vedi”. Era rimasto nascosto tra il muro e la porta completamente aperta. Lo schianta a terra lasciando che le due ante, aprendosi, annuncino a tutti la loro sistemazione a terra.

“Non posso entrare comunque? E’ urgente.”

“E’ più urgente che il pavimento si asciughi, non intendo ripassare ancora. Oggi non è giornata. E poi credo che un paio di minuti tu possa tenerla, così siamo felici entrambi.”

Sempre al momento sbagliato, pensai. Conosco le regole non scritte di approssimazione dei tempi al minimo in questi casi; dentro è tutto completamente bagnato. Nessuna finestra. Lì dentro potrebbe nascondersi la persona che sto cercando. Quella non si berrà mai una scusa. Ma tu dimmi cosa si deve mettere in mezzo ora.

FINE.

Serie: Sopra il naturale


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Discussioni

  1. Bello il tuo io narrante: non fa l’eroe, si irrita, si vergogna, si impunta , e proprio per questo la tensione cresce. L’ultima frase (“Ma tu dimmi cosa si deve mettere in mezzo ora”) chiude bene: sembra una domanda pratica, ma sotto c’è la rabbia di uno che sta sempre arrivando un secondo dopo.