Inutile Ritorno

Entrai per caso.

Avevo camminato a lungo. Niente insegna, la porta sembrava l’accesso di un negozio di alimentari. Dal vetro non scorgevo gente, il colore plumbeo mi invitò ad entrare. Mi resi conto di dovermi muovere con calma, quasi stessi interrompendo qualcosa.

La mancanza di parole ondulanti nell’aria, il rumore di qualche accendino ogni tanto, qualche brocca posata sul legno duro. Le persone che provavo a cercare con lo sguardo, non alzarono gli occhi. Sedevo su questa seggiola marrone di legna, poggiavo i gomiti su questo tavolo di albero. D’un tratto il barista, interrompendo la sua contemplazione, fece gesto:

“Non c’è servizio al tavolo”. Non che mi ebbe a dar fastidio, anzi, sollevò un sorriso, quasi manifestando l’incapacità di poter servire tutti. Mi avvicinai, porsi il mio saluto notturno. “Southern comfort, liscio!” Il bancone scuro, legno ben trattato, di buon gusto. Intorno mille bottiglie, tutto ordinato, colore da soffuso. Il silenzio imperava. Mentre il barista preparava il mio bere, mi offrì qualcosa da stuzzicare riempiendomi una ciotola con patatine e anacardi. Passai attraverso una nuvola di sigaretta, intorno brulicava di bionde accese e albine rollate al tabacco. Non sentivo quest’odore da tempo, la legge non permette più di fumare nei locali, e pur fumatore di gusto, ho sempre condiviso questa regola. Andai a sedermi. Il fumo, gradevole. Dolci blandelle grigie accarezzavano i capelli, mentre le cartine stropicciate anticipavano lo schiocco di accendino. Rivolsi al barista: “Mi darebbe un posacenere?” “Qui non si fuma”. Gli occhi si collegarono, e lui sorridendomi chiarì: ”La responsabilità è tua, qui non si fuma…”. Fece occhiolino, e indicò i posacenere all’entrata. Ne presi uno, e mi risedetti. Sgranocchiai, rallentando la masticazione, per non distogliere i compagni di silenzio dalla loro contemplata assenza. Brave persone, vestite di gradevole semplicità. Contemplanti di silenzio. Avevo un libro con me, cominciai a leggere. L’arancia del liquore brezzava la gola, la nicotina seccava la bocca, l’astio sale degli anacardi faceva il resto.

Il libro scorreva veloce nei suoi sorpassi, finito un capitolo alzai la testa. Il barista aveva tenuto su un sottofondo jazz che ben si accompagnava alle mura sabbiose e al marrone delle travi. In quell’istante, si accese una nota di basso. E i Rosa avevano iniziato la loro canzone. Confortably Numb – “Piacevolmente insensibile”. 

Onirici versi, allucinazioni, ricordi di bambino, perdita del dolore, un’iniezione, forse eroina, malattia di uomo, il piacevole distaccamento dalla realtà, la pace dell’anima, nella tranquillità del proprio essere. Un assolo finale da guerra dei sensi, un misto tra la vita e la morte. Ne avevo bisogno. Origliavo le discussioni sussurrate dei locandieri, cercando un discorso in cui potermi inserire. Mentre tutti appendevano i propri occhi verso il basso, i miei cercavano caverne di scambio. Abbassai anche i miei, e grattai il tavolo con la chiave dell’ auto. Quasi lacrimando, una shell di comando scema l’equilibrio e lascio scivolare i gomiti, bevo un sorso, mangio un paio di anacardi e accendo un’altra sigaretta. La chitarra sta finendo il suo giro. Riff di malinconia e battute lente spingono ancora più giù la mente, e mi ritrovo a fissare un punto inesistente del mondo e fare da teatro il muro della mia testa. Una serata storta, e quella discussione avrebbe fatto da sceneggiatura.

Ero uscito con un caro amico, dopo almeno un anno. Ormai scendevo a Catania ogni sei mesi, allo scoccare delle ferie, e passavo il tempo a girare la città, quasi non la conoscessi, incontrando tutti quelli che avevo lasciato. Il lavoro mi aveva preso, vivevo nella costante possibilità di un ritorno alla vita passata, vita libera, vita vera, pre famiglia, pre carriera. Man a mano che incontravo tutti, sentivo che avevano molte meno fiammelle accese di me, nessun istinto di libertà gli veniva più concesso. Vivevano tutti nella matematicità del tempo, secondo il ritmo degli anni duemila. Tutto veloce, senza un goccio di pioggia a bagnare la loro strada, senza goccia di vino a liberare le ali, senza un vomito improvviso per una bottiglia in più, nessuna piacevole insensibilità. L’unico che avrei potuto ancora trovare in sintonia di corde, poteva essere Mario. Ma lui, che aveva fatto, più di tutti, della voglia di conoscere il suo credo, quella sera aveva chiuso il suo portone, ed era entrato al monastero dei corrotti.

Con una frase ruppe i cristalli. Dinanzi del vino, incastonava la sua pietra di nuova vita. Mi richiamò sulla mia continua voglia di scrivere e di pubblicare a mie spese. “Come puoi passare ancora il tempo con queste idiozie? E’ tutto un perditempo il tuo! Hai un ottimo lavoro, una ottima paga, e cerchi ancora di rendere alla società il romanzo della tua vita e la poesia del tuo mondo?”

“L’arte è finita, conta solo la classifica”. “Smettila di perdere tempo e trovati una bella studentessa”. “Ogni tanto qualcuna mi avanza, ogni tanto lascio intendere che possono ottenere qualcosa.”

Mi aveva distrutto. Ero indignato. Era diventato un professore universitario, un conte, un barone, un asservito, e il suo cuore di pietra per il tradimento di Anna ormai l’aveva reso marcio.

Mela cattiva, di un albero che aveva fatto frutti divini, si era  buttato verso il treno in corsa della cattiveria meschina, della vita senza pensiero, senza filosofia, senza bellezza, senza onore, senza anima, senza spiritualità. Si era coperto d’oro, ed era diventato un bullone qualsiasi della macchina su cui non saremmo mai voluti salire.

Lo salutai con un pugno, che ancora mi doleva, e lui lasciò sulla faccia un ghigno inconsistente, un ghigno da coca, un ghigno da uomo dell’altro lato.

Raccolsi la lacrima, il liquore ormai a goccia, e insieme ai restanti anacardi, feci su la mia ultima bionda. Quel silenzioso bar di pensanti religiosi, mi aveva fatto da amico silenzioso, nel freddo della merla.

Sarei partito l’indomani, verso nord, lontano dal mio mare, dalla mia gente ormai andata, dai miei ricordi infiniti.

Solo Mare mi avrebbe fatto tornare, il blu e la voglia di fare conoscere la mia terra al mio nascente bambino, o, da solo in questo pub silenzioso, a rinvangare un po’ di ricordi, un po’ di fumo e un po’ di pensieri. Sperando di incontrare un giorno qualcuno dei miei vecchi ricordi.

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Discussioni

  1. Un pezzo intenso. Un ‘noir dell’anima’ con un atmosfera densa, quasi cinematografica. Un bel soggetto. Se posso permettermi da rivedere la punteggiatura e ‘scaricare’ un po’ il testo che a volte risulta un po’ ‘troppo’ carico e può rallentare la lettura.