Io, Marta Zaia

Serie: Del mio racconto di amore e amicizia per Camilla


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Per la maggior parte del tempo, quando accaddero i fatti di questo racconto, ho vissuto da sola in casa. Non avevo fratelli o sorelle e mio padre era quasi sempre in viaggio per lavoro. Era amministratore delegato della filiale italiana della FoodCare, una multinazionale svedese specializzata nell’offerta di soluzioni per la riduzione dello spreco di cibo e nella redistribuzione delle eccedenze alimentari a favore di enti bisognosi.

Anche mia madre viaggiava spesso, molto indaffarata a seguire le mostre delle sue opere in giro per l’Europa e qualche volta anche oltre oceano. Fu una pittrice di grande successo fino a quando non rimase incinta di me. Durante la mia gravidanza e i mesi dopo quando nacqui, la sua produzione calò improvvisamente, anche qualitativamente a detta dei critici e galleristi che tanto l’avevano adulata. Nonostante ricevesse sempre meno inviti o pochi mostrassero interesse a organizzare una sua galleria, continuò ancora a presenziare luoghi d’arte, sparsi per ogni dove. Forse per capire cosa altri o nuovi artisti proponevano, per capire perché le loro opere erano all’avanguardia. E perché lei ormai non era più interessante. Io, al contrario, ho sempre creduto che, per lei, vivere e muoversi tra quadri, mostre, eventi culturali fosse come abitare nel suo ambiente naturale. Non era una donna di casa, non era una donna che avrebbe voluto essere una madre.

Ebbe una crisi depressiva. Si uccise, quando io avevo appena quattro anni. Alla sua morte ebbe un ritorno di popolarità; illuminò di nuovo per un breve momento il cielo dell’arte, come quell’ultimo fuoco d’artificio, roboante e intenso che chiude una festa.

So queste cose, perché di mia madre mi ha raccontato molto Clara, che fu prima la mia baby-sitter e tata. Poi, alla sua morte, passò al ruolo di governante. C’era bisogno di una donna che si occupasse della casa e di me. Quando mio padre non c’era, Clara dormiva in casa con me, per farmi compagnia in modo che non avessi paura della solitudine o nel caso avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa. Fu la mia amica e confidente, il mio unico sostegno nei momenti tristi. Non ebbi altre figure femminili di riferimento durante la mia adolescenza.

A quattordici anni chiesi a mio padre se potessi dormire da sola quando lui non c’era; che quindi non avrei più avuto bisogno di Clara. Sia ben chiaro, io adoravo Clara, ma sentii la necessità di vivere la notte in completa solitudine. Il vero motivo perché volli restare da sola, fu che iniziai a soffrire d’insonnia. Spesso mi svegliavo in piena notte e sentivo la necessità di alzarmi e girare per casa, fare qualcosa o semplicemente guardare fuori da una delle grandi finestre del lussuosissimo attico nel quale abitavo. Credo che Clara si sarebbe spaventata a sentire qualcuno girare in casa in orari così insoliti. E poi avrebbe saputo della mia insonnia e lo avrebbe interpretato come un problema. Ma per me era una condizione che non mi dava alcun fastidio, anzi mi ci trovavo pienamente a mio agio. Mi sentivo creativa, rigeneravo nella quiete del silenzio. Era quindi sufficiente che Clara venisse a casa per fare le faccende domestiche e cucinasse il pranzo quando tornavo da scuola e la cena. Fui accontentata senza particolari obiezioni da parte di mio padre, che oltre a essere spesso fuori per lavoro preferiva, quando non era in trasferta, stare a casa della sua nuova compagna. Non si permise mai di parlarmene, né mai tentò di portarla a casa nostra. Sapeva che per me sarebbe stato insopportabile. Mi voleva bene come poteva farlo un ricco uomo d’affari, che non faceva mancare niente a sua figlia ed esaudiva ogni suo capriccio.

Entrambi i miei genitori erano figli unici. Dei miei nonni non ho mai saputo niente o pochissimo. Clara mi raccontò che vennero qualche volta i genitori di mia madre a farmi visita quando nacqui, ma poi, alla morte della loro figlia, non misero più piede da noi. Litigarono violentemente con mio madre, attribuendo a lui la causa della depressione di mia madre che l’aveva portata al suicidio. Lo accusarono di essere un uomo meschino e veniale, che nei momenti difficili della moglie, non le era stato accanto.

Mio padre stesso, poi, aveva rotto tutti i legami con i propri genitori quando era giovane e andò via di casa. Non so quindi se i miei nonni paterni erano vivi all’epoca dei fatti di questo racconto, né dove vivessero. Nemmeno Clara ne sapeva niente.

Bene, cari lettori, questa era io, Marta Zaia, quando accaddero i fatti di questo racconto. Mai voluta da mia madre, evidentemente una mezza pazza già di natura, mai amata di vero amore da un padre assente.

Capitava che mi chiedessi come poteva essere l’amore di una madre desiderosa di sua figlia. Mi ero concessa soltanto di immaginare come potesse essere quella sensazione. Mai avrei potuto viverla davvero. E quel pensiero mi tormentava.

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Discussioni

    1. Grazie, per la verità (a parte gli errori che gentilmente mi hai segnalato) l’ho riscritto ma non ripubblicato, in quanto c’erano alcuni passaggi che ho cercato di migliorare. Grazie ancora per aver letto e commentato.

  1. “Mai voluta da mia madre, evidentemente una mezza pazza già di natura, mai amata di vero amore da un padre assente.Capitava che mi chiedessi come poteva essere l’amore di una madre desiderosa di sua figlia. “
    E quante di noi, come Marta, sanno esattamente come ci si sente. Quel tipo di vuoto che ti mangia e ti spinge a volerlo colmare. Lo stai descrivendo benissimo, con parole semplici ma di effetto. Rimango sempre colpita quando un uomo riesce a raccontare le donne meglio di quanto saremmo in grado di fare noi stesse. Davvero bravo Francesco.