Io sono la casa
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
STAGIONE 1
Il giorno dopo entro in terza C con la sensazione di non aver dormito davvero. Le voci della notte non si dissolvono con il caffè. Restano come impronte umide sulla coscienza.
Il bambino è al suo posto. Non alza lo sguardo quando entro. Allinea le matite. Blu, rosso, verde. Sempre nello stesso ordine. Sempre con la stessa distanza millimetrica. È un rituale satanico, non un gioco.
Mi siedo. Il registro pesa più del solito. Sembra che dentro ci siano tutte le anime dell’inferno.
Durante l’ora di disegno gli chiedo di rappresentare “un luogo sicuro”. È una consegna semplice. Gli altri bambini riempiono il foglio di case, cani, sole con raggi esageratamente lunghi e gialli.
Lui disegna una porta. Solo una porta. Nera e senza maniglia.
«Cosa c’è dietro?» chiedo.
Alza finalmente gli occhi. Non sono occhi accusatori, sono specchi del mondo che vede.
«Tu.»
La parola cade senza enfasi. Senza ironia. Senza paura.
Sento un freddo sottile come un verme salirmi lungo la schiena.
«Io cosa faccio?» domando.
Lui inclina la testa, come se la domanda fosse sbagliata.
«Non lo sai?»
Silenzio.
Poi aggiunge: «Esci quando dorme.»
Quando dorme.
Non dice “quando dormi”. Dice “quando dorme”.
La terza persona è come una lama pulita. Ripenso al lettino di Caroline. Alle coppie trovate mano nella mano.
Ai giardini irreali piuttosto che a quelli dei Reali. A Margherita. A Bateman che chiede sangue. A Omen che sussurra divieti. A Andrew che vuole toccare. Chiedo anche a qualche altro santo.
Forse Alder non è un nome. È anch’essa una soglia. Ogni nome un porto sicuro.
La campanella suona ma io resto fermo. Il bambino ha già ricominciato ad allineare le matite. Per lui la conversazione è finita. Era solo una constatazione, non una rivelazione.
Torno a casa attraversando i portici. Torino sembra normale. I tram scorrono. Le coppie camminano strette l’una all’altra.
Mi fermo davanti a una vetrina. Il riflesso restituisce il mio volto, ma per un istante è sfalsato, come se il tempo si fosse fermato per un micro secondo. Un attimo di buio dall’inferno.
Come se qualcuno dietro il vetro stesse guardando fuori. E fuori ci sono io.
La notte successiva non voglio dormire. Resto seduto al buio. Aspetto.
Alle tre e diciassette il mio respiro cambia ritmo. Non me ne accorgo subito. È il corpo che decide.
E poi succede di nuovo. Non mi alzo.
È qualcosa in me che si alza.
Una sensazione di scivolamento. Di distacco. Come una giacca lasciata sulla sedia che scivola via piano quando nessuno la guarda.
Dal fondo della stanza una figura prende consistenza. Non ha un volto definito. È il mio profilo, ma più netto. Più deciso. Senza esitazioni.
Alder.
Non parla, si dirige verso la porta, la maniglia si abbassa da sola. Prima di uscire si volta appena.
E in quel mezzo secondo capisco che non uccide per invidia e neanche per vendetta.
Uccide le coppie perché rappresentano una fusione che lui non può abitare. Non può entrare nella porta dell’amore. Può solo attraversarla distruggendo ciò che contiene.
E io?
Io sono la casa. Il bambino non è l’assassino ed è l’unico che vede quando la porta si apre.
E domani, in terza C, mi guarderà di nuovo.
Con precisione chirurgica.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
In questo capitolo, hai usato l’incontro tra insegnante e bambino per raccontare la nascita di una doppia identità, dove il vero orrore non è esterno ma abita dentro il protagonista.
La trama si sviluppa come una lenta presa di coscienza in cui il bambino diventa lo specchio che rivela l’esistenza di Alder, la parte oscura che agisce mentre l’altro dorme.
Il tuo stile preciso e progressivo accompagna molto bene questa discesa psicologica, rendendo il testo inquietante e narrativamente molto riuscito.
Un altro tassello. La storia è sempre tesa, si fa fatica a capire quale sia la reale “anima” protagonista tra le varie figure che danno vita al racconto, e forse questo è il pregio. Bello che sia ambientato a Torino, città misteriosa e crocevia di correnti esoteriche. Seguo.