
Io sono rara. E voi no.
Partiamo da un enunciato assolutamente fondamentale che, dopo queste interminabili settimane di ipertrofia social, dovete avere ben chiaro in testa, limpido, luminoso, senza dubbio alcuno: avete rotto il cazzo. E no, non sono una presuntuosa, tuttologa, laureata all’Università della vita. No. Mi dispiace deludervi, e non fare il minimo sforzo per farmi accettare come vostro simile. Davvero, sono affranta, miei cari, nel dirvi, senza pudore alcuno, che io non sono come voi.
Un attimo, niente proteste, niente schiamazzi, per carità. Almeno dal vivo, un minimo di creanza. Che poi vi riconosco, se ripetete le stesse frasi che avete digitato ovunque sotto pseudonimo in questi giorni. Siate furbi. Sssshh.
Io non sono come voi. E giuro, non è una fortuna, anzi. È una gran sfiga che condividerei volentieri con qualcuno. E con certi elementi dalla povertà di cuore e di grammatica in particolare. Però, ahimè, questa allettante possibilità di condivisione non mi è concessa. La mia vita non è un post di Facebook. O almeno, una grossa parte non lo è.
Signori, io non sono come voi, io sono rara. Come? Anche qualcuno nel pubblico? Ci giurerei. Più unico che raro. E meno male. Ma io sono rara certificata. Clinicamente cartellata. Lei ce l’ha il certificato? Allora non vale, signora mia. Qui le cose si fanno sul serio, documentate, se no, niente. Pensi che da qualche anno lo sono anche ufficialmente per il governo e l’istituto superiore di sanità. Che culo, eh?
Già. Essere malati rari è un gran culo. Nel senso che te lo fai un gran culo. È una vita faticosa. Perché, per esempio, non puoi mangiare quando vuoi quello che vuoi. Ogni quattro ore, con assunzione di pasticche. Molto poco stupefacenti, purtroppo. Sbronze in isolamento? Proibite, ci pensano già le pasticche a perforare il fegato. Sesso selvaggio da quarantena? Sì, ma con doppia protezione, e prescrizione della pillola in ginocchio sui ceci. Perché il ginecologo non è un urgenza, con la pandemia in corso. Quindi, castità fino a quando non si sa. Pa-pa-rappa-pà!
Per distrarti, scrolli social a caso, nella speranza di trovare i cari vecchi gattini. E invece no. Gente che scopre che lavarsi le mani elimina i virus. Wow! Altra gente che “la curva epidemica non calerà mai se fate gli egoisti”. Ma dai! Ancora altra gente che “se mi dedico a me, lavoro meglio”. Bravo! E la mia testa rimbalza. Ripetutamente. Sul muro. A secco. Tipico ligure.
Facendo due calcoli, la mia rarità l’ho guadagnata sette anni, sei mesi e ventotto giorni fa. Non ne ho mai fatto segreto. E ho, forse presuntuosamente, sempre cercato di condividere le lezioni che man mano imparavo dalla malattia. Spesso e volentieri, facendomi seppellire dai commenti di quei “sani” che mi definivano “pesante”, “saccente” e “monotematica”.
Poi arriva il virus. Il contagio. Il lockdown. Le dirette del presidente. Il pane fatto in casa. La canzoncina per lavarsi le mani. Le mascherine egoiste. Gli arcobaleni. All’improvviso, tutti esperti di malattia! Di morte! Di lutto! Di medicina! Di empatia e solidarietà! Adesso. Farvi contagiare prima, no? Quando lo scrivevo io. O Nadia. O Ezio.
Ora, alzi la mano in sala chi di voi non ha condiviso nulla, niente, zero contenuti riguardo la pandemia nell’ultima settimana. Ok, posso crederci. Nelle ultime due settimane? Mmh. Nell’ultimo mese? Non mentite a voi stessi…
Voi siete quei “sani” per cui io, da sette anni, sei mesi e ventotto giorni, sono “pesante”, “saccente” e “monotematica”. Io. Voi, che adesso cucite mascherine al ritmo dei topolini di Cenerentola e andate a far la spesa col metro in mano, siete quelli che distoglievate lo sguardo dal mio amico, pelato di chemio e con la mascherina, in darsena. Voi, che ora sbandierate i numeri dei morti urlando «Incosciente!» al vicino di casa che va a correre, siete quelli che parlavano della suocera con l’Alzheimer a bassa voce, perché “i panni sporchi si lavano in casa, non sta bene”. Voi, paladini degli starnuti nel gomito e del gel disinfettante di più e per tutti, siete quelli che si assentavano dal lavoro per un funerale, dicendo di essere “indisposti”, perché “sono fatti miei”.
Vi sentite fragili ora? Prestate attenzione a ogni sintomo? Quanto ci mettete a decidere se vale la pena uscire di casa? È faticoso, vero? È un gran culo. Ve l’ho detto. Vivere da “malati” è un gran culo.
Solo che io, noi, lo sapevamo già. E non abbiamo rotto il cazzo. Mai. In sette anni, sei mesi e ventotto giorni. Per noi è la quotidianità della sopravvivenza. L’unica nota contagiosa era il sorriso di farcela comunque.
Ora chi mi guarderà strano quando tirerò fuori l’Amuchina prima di bere il caffè al bar? Chi la prenderà male quando gli chiederò di non venirmi a trovare se ha l’influenza? Chi potrà darmi torto se do il giorno libero ai miei animatori anche la settimana di Ferragosto? Dai, provate ad alzare la mano.
Vediamo se adesso vi offendete come prima: avete rotto il cazzo. Qualcuno ancora alza gli occhi al cielo? Bene. Tu, sì, tu. Hai rotto il cazzo due volte. Perché stasera pubblicherai indignato la foto di chi, uscito da qua, teneva il naso fuori dalla mascherina. Che ha “la stessa utilità del pisello fuori dalle mutande”, bravi, la sapete la filastrocca!
Perché io, che non sono come voi, lo so che morirò. Lo so che un’influenza potrebbe mandarmi in rianimazione. Lo so che per lavorare meglio devo riposare. Lo so che se starnutisco per aria vi innaffio di schifo. Lo so, cazzo, che non posso pretendere di prendermi cura degli altri se prima non mi prendo cura di me. Che il tempo è prezioso. Che i miei congiunti sono importanti e devo dedicargli tempo di qualità. Lo so che un vaccino salva la vita, ma la prevenzione di più. Lo so che medici e infermieri sono angeli indispensabili. Lo so che il mio stare bene dipende anche dalla responsabilità degli altri verso di me. Lo so. Da sette anni, sei mesi e ventotto giorni. E ho cercato di dirvelo, con le buone, per sette anni, sei mesi e ventotto giorni. Quello era il momento di farvi “contagiare”. Ma quando ve lo scrivevo io, povera bimba malata, ero pesante, saccente, e monotematica. Lo ha pensato, almeno una volta, ogni singolo culo appoggiato ora sulle poltrone di questo, finalmente di nuovo aperto, meraviglioso teatro.
Guardatemi bene. Perché adesso ho in mano un cazzo di microfono, io. Voi, no. Voi, come prima, un cazzo di cellulare. Fatemi il piacere di mettervi in diretta, tanto in queste settimane avete imparato a farlo su ogni piattaforma esistente, no? Ci siete? Ok.
Sono tre le cose che pretendo vi rimangano in testa per sempre.
Uno: i “sani” non esistono, come i supereroi. Ognuno di voi ha la sua kriptonite. Adesso si chiama coronavirus, ma ieri aveva mille nomi che mascheravate con “indisposto”.
Due: la vita è un rischio. Nessuno la attraversa illeso. Cioè, uno ce l’ha fatta, ma aveva il babbo ai piani alti. Quindi vivete, rischiate, senza rompere il cazzo a chi ne ha più voglia di voi.
Tre: la morte non è un virus. Arriverà. Fateci pace.
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Complimenti per questo testo. Intenso e vero, rapido, srotola parole che suscitano uno scossone da quanto sono perforanti e genuine. Un grande pensiero in queste righe che non si lascia interpretare.
Dichiaratamente vissuto. Grazie.
Grazie 🙂
Un ironia che travolge a fronte di pensieri vissuti e condivisibili
Grazie mille David! ☺️
scusa volevo solo aggiungere che anche io ho avuto culo e sono rara.
E che il riferimento al tronco di faggio è in un mio racconto
Ok, ho capito che sei malata, ma anche che sei di una cattiveria verso tutto e tutti peggio della mia, e questo mi fa molto molto piacere. La cosa che mi fa un po’ incazzare è che la mia astinenza è volontariamente subita, contrastante con autosesso ad accessi selvaggi da autoquarantena. Sbattendo craniate sul cementoarmato tipico milanese.
Ho capito che sei malata. Ma cosa vuole dire? Non vuole dire niente perché siamo veramente tutti malati! Che culo!
E hanno ancora più culo quelli che la Kriptonite ce l’hanno dentro al cervello e nessuno la vede!
E se per qualcuno il rischio della vita è arrampicarsi sulla parete di una radice di faggio, per altri è morire senza aver rischiato nulla, senza essersi accorti di vivere.
Ciao
Laura
Non puoi immaginare quanto io abbia Amato questo racconto. Parola per parola
Grazie mille, davvero… <3
“Due: la vita è un rischio. Nessuno la attraversa illeso. Cioè, uno ce l’ha fatta, ma aveva parenti ai piani alti. Quindi vivete, rischiate, senza rompere il cazzo a chi ne ha più voglia di voi.”
👏 👏 👏
“Perché stasera pubblicherai indignato la foto di chi, uscito da qua, teneva il naso fuori dalla mascherina. Che ha “la stessa utilità del pisello fuori dalle mutande”, bravi, la sapete la filastrocca!”
😂
“Ti senti fragile ora? Presti attenzione a ogni sintomo? Quanto ci metti a decidere se vale la pena uscire di casa? È faticoso, vero? È un gran culo. Te l’ho detto. Vivere da “malati” è un gran culo.”
Condivido perfettamente per situazione personale
🙂
Finale al cardiopalma… Apperò!
Grazie mille! 🙂