
Io speriamo che me la cavo
«Lei è il Signor?»
«Italo Insegno, professore. Sono qui per l’esame.»
Il professore dall’alto della sua cattedra non lo degna di uno sguardo, dopo qualche attimo di religioso silenzio prende finalmente la parola, il tono non è per niente amichevole, tutt’altro.
«E allora entri, cosa aspetta? Che le freghino la sedia? Dai, si sieda che è libera.»
Oggi non è giornata, il professore deve essersi svegliato con la luna storta, è la prima impressione di Italo.
«Non ricordo di averla vista, la mia memoria ultimamente dimentica facilmente i volti, non è più quella di una volta e, purtroppo, non è la prima volta che mi capita. Lei porta un nome impegnativo: Italo.»
«Come Calvino, Svevo e Balbo professore. O forse intendeva il tormentone di questa estate, l’Italodisco del complesso The Kolors?»
«Non intendevo loro, neanche li conosco. Dagli esami che ha dato finora, non proprio brillanti, vedo che è anche un pochino fuori corso, due anni, dovrebbe rispettare di più la tabella di marcia, altrimenti si farà superare non solo dal Frecciarossa ma anche da un treno regionale scassato pieno di pendolari incazzati e imbestialiti per i continui e cronici ritardi, non le sembra Italo?»
«Ha ragione prof. Capuozzo, ma non dipende da me, anch’io sono stato costretto a delle fermate impreviste, come succede spesso ai treni per colpa di un blackout informatico.»
«Però lei non può dare la colpa al Ministro dei trasporti.»
«Io non lo farei mai, si figuri.»
«Non ne dubito. Ritornando a noi, a noi due intendevo, lei vorrebbe insegnare lettere.»
«Sì professore, è un sogno che spero si realizzi presto. Ho persino sognato d’insegnare, non crede sia un segno del destino?»
«D’altronde, chiamandosi Insogno…»
«Mi scusi se la interrompo professore, mi chiamo Insegno, non Insogno, come Pino Insegno.»
«Allora lei è un predestinato sig. Insegno, come si dice in questi casi?»
«Non saprei professore» è Italo visibilmente scosso, come un cavallo al palio di Siena senza cavaliere.
«Nomen omen! Si dice nomen omen, lo sanno tutti per Dio! La vedo contratto, si rilassi un po’, non le sto facendo un terzo grado, mi manca la lampada. Gliel’ho detto al mio assistente di procurarmene una già la settimana passata, ma inutilmente.
Da quanto ho capito lei vorrebbe insegnare lettere, bene, iniziamo dalla lettera “i’, che combinazione è la prima lettera della parola italiano. Senza di lei, non lei Italo, senza la lettera”i” potremmo parlare correttamente l’italiano?»
«Veramente non saprei.»
«Ci pensi un attimo, sforzi le sue meningi atrofizzate dai social, omettendo la “i” parleremmo il, il?»
«Il taliano, parleremmo il taliano professore» la risposta titubante di Italo.
«Bravo Italo, risposta esatta; ha imboccato il binario giusto, rischiava di deragliare o ben che vada di finire su di un binario morto se non mi dava questa ovvia risposta. E poi il taliano già fa un po’ di ribrezzo a scriverlo, figuriamoci a parlarlo. Adesso le farò leggere alcune righe, vediamo come se la cava con la dizione.» Poi, cercando qualcosa sul tavolo: «O bella! Dove ho messo il foglio che stava qua? Lei non ne sa niente, vero?»
«Ma, ma non saprei» è Italo, sempre più agitato, «forse è quello che le sbuca dalla tasca professore.»
«Lei non sa mai niente, però questa volta ha ragione; è vero, ce l’ho in tasca. Me n’ero dimenticato, allora lo prenda e inizi a leggere lentamente, scandendo bene le parole, mi raccomando.»
Il professore, dopo avergli consegnato il foglio, prende in mano lo smartphone. Accortosi dello sguardo incuriosito di Italo, copre lo schermo con una mano e con l’altra smanetta sulla tastiera.
«Su coraggio, cosa sta aspettando? La vedo incantato Italo. Sta forse aspettando il fischio del capotreno?»
Italo, non nascondendo un certo imbarazzo, il comportamento stravagante del professore avrebbe intimorito chiunque essere umano, prende coraggio e apre bocca leggendo delle frasi senza logica.
Il cielo in una stanza.
Ma il cielo è sempre più blu.
Il cielo d’Irlanda.
Ma quante volte ho guardato al cielo.
Dopo aver fatto il cielo, Dio creò le nuvole.
Cielo mia suocera!
Cielo duro.*
Terminata la lettura rimane in silenzio, al che il professore continua a interrogarlo.
«C’è qualcosa che si ripete in tutte queste frasi, me lo sa dire?»
Dopo un attimo di esitazione Italo, sempre più preoccupato, risponde: «La parola cielo, professore, è ripetuta in tutte le frasi».
«Santo cielo! Cosa sentono le mie sorde orecchie! Non per una volta! Per ben sette volte!»
Italo inizia a sudare freddo vedendo l’agitazione del professore, non ne comprende il motivo. Cosa avrò detto di tanto strano per irritarlo?
«Lei è un ignorante, un ignorante con la “i”, o meglio un gnorante come direbbe lei omettendo la “i”. Ha capito?»
«Non capisco, cosa intende dire professore?»
«Se non ci arriva glielo spiego: cielo si scrive con la lettera “i” o no?»
«Con la “i” professore, è allora?»
«E allora perché non l’ha letta? Io ho sentito celo, se vuole le faccio sentire la registrazione dallo smartphone.»
«Ma professore qui al nord nessuno legge la lettera “i” di cielo, non se n’è mai accorto?»
«Non trovi delle giustficazioni, se tutti si buttano dal cavalcavia lei che fa, si butta?»
«Ma neanche la “i” di scienza e fantascienza non la leggiamo a Trieste, pur scrivendola».
«Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Anche insiste, complimenti. Sa che le dico? Che l’esame finisce qua. Mi ridia il foglio e se ne vada sig. Talo Nsegno! Mannaggia, ho dimenticato le sue “i”, ma guarda, mi sono fatto influenzare da lei. La prossima volta che ci vediamo non dimentichi le “i”, anche se per lei sono inutili.
Arrivederla. E avanti col prossimo.»
Italo, con la coda tra le gambe, guadagna rapidamente l’uscita. Se la racconto in giro mi daranno del matto, a volte la realtà supera la fantasia. Nel corridoio lo attende Ciro Esposito, un compagno di corso di origini campane, precisamente di Afrágola o Afragóla, vattelapesca o vattelappesca, di sicuro dopo di lui in lista per l’esame.
«Com’è andata Italo?»
«Male Ciro, male, mi ha bocciato quella carogna.»
«Oh ci-elo! Quanto mi dispiace.»
«San Gennaro ti darà una mano, vedrai.»
Ciro, senza indugiare un attimo, alza le mani al cielo rivolgendo la sua supplica al Santo partenopeo: «San Genna! San Genna! Tu che me vede d’o ci-elo, famme ‘o miraculo!»
«Ciro vai tranquillo.»
«Io speriamo che me la cavo.»
«Evvai Ciro! Non restare immobile Ciro, evvai!»
*Album degli Squallor
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco
I tuoi racconti sono belli e divertenti perché l’ironia di cui sono intrisi è ragionata e studiata.
Questo testo è un’altra piccola perla! 😊👍
Troppo buono Giuseppe! Adesso Gongolo per il tuo Dotto commento. Tra un po’ Pisolo. Buonanotte 😴.
Wow. Scegli e calibri le parole, doppi sensi, riferimenti, con l’abilità di un giocoliere e la sapienza (vera, non come il professore del racconto) di un maestro.
I miei scritti sono come la gomma da masticare. A qualcuno piace proprio perché ti si appiccica ai denti, vorresti sputarla ma continui senza motivo a masticarla, non la puoi mangiare eppure ti piace. Sono proprio i difetti che diventano pregi. A scuola con un racconto scritto alla Fabius P. verresti giustamente bocciata, peccato che il mio stile sta proprio nei miei difetti. Non sono quindi un modello da imitare ma se ti piace mastica, mastica. Grazie Dea dei complimenti, ti mando un fiore, un’orchiDea. Adesso ti devo lasciare Dea perché ho in mente un’iDea. Ma no è un dubbio: e se ti piaceva una gentiana asclepiaDea?
Carino! I tuoi librick fanno sempre ridere
Faccio il possibile, se il librick è passabile sono contento. Per l’impossibile mi sto attrezzando.
Sai a cosa ho pensato leggendoti? Che le università andrebbero svecchiate. Perché è davvero così: la maggior parte delle cattedre sono ancora occupate da pretenziosi dinosauri convinti che il tempo si sia fermato. Le generazioni cambiano e anche l’approccio allo studio, certe cose invece non cambiano mai. Magari tu, Fabius, avevi in mente altro, mentre scrivevi. Io, però ho pensato a questo e ho sentito in pieno l’ansia, rivivendo certi momenti che, anche se lontanissimi nel mio caso, forse sono ancora esattamente uguali a una volta. Quando ti leggo, non posso fare altro che notare la tua genialità camuffata da un perfetto humour, santo celo!
Macché genio, da bravo pensionato guardo nello scavo, come Nello Scavo guarda le macerie dell’Ucraina da bravo e preparato inviato di guerra.
Beh, che dire: semplicemente geniale. Inoltre mi ha fatto rivivere in pieno l’ansia da esame…
Complimenti!
Grazie Antonio, allora ritorno nella lampada soddisfatto. I professori carogna non mancano mai.
Leggendo questo racconto mi venivano in mente tante domande da farti: cosa ti ha ispirato, qual’é il messaggio o i messaggi vari che hai voluto lanciare, qual’é il senso legato ai nomi e cognomi particolari che hai scelto. Insomma avrei voluto farti un’intervista vera e propria da pubblicare sulla rivista LibriCK, come quella che si fa ai grandi scrittori e scrittrici affermati, del calibro di Cristina Caboni che pubblica con la casa editrice Garzanti un genere di romanzi un “tantino” diversi dal tuo stile. Io peró credo che, iniziando molto prima, una decina di testi umoristico-grotteschi, li avresti potuti pubblicare anche tu. Ma non tutto é perduto. Di tempo ce n’é ancora tanto (speriamo per noi tutti) da poter scrivere, nero su bianco, una montagna di carta o una catena montuosa di testi virtuali. L’importante é continuare a giocare, con le parole e con la vita.
Grazie M.Luisa per il lungo commento. Forse sei troppo generosa con me, mi stai sopravvalutando. Devo confessarti come nasce un mio racconto, prendiamo quest’ultimo. Prima devo trovare qualcosa di strano, come ad esempio la “i” di cielo pronunciata dai tanti napoletani che vivono a Trieste, che stona alle nostre latitudini; poi devo trovare chi può sottolineare questa differenza di pronuncia ed ecco il professore che deve essere napoletano, Capuozzo calza alla perfezione. A lui tocca prendersela col nordico perché alla fine ha ragione, la “i” c’è e deve essere letta. Poi devo trovare un napoletano doc, Ciro Esposito fa al caso mio, per di più è il protagonista del film “Speriamo che io me la cavo”. Poi trovare la battuta finale d’effetto. Una volta concepita l’ossatura del racconto la devo rifiorire di battute intermedie possibilmente con un filo conduttore, il nome Italo è ottimo per abbinarlo ai treni. Dopo, rileggendo la prima stesura che è sempre scarna, devo cercare i possibili giochi di parole per renderlo divertente. Poi devo rifiorire di aggettivi o metafore. Infine arriva la parte più difficile per chi è poco avvezzo nella scrittura: controllare la sintassi e l’ortografia in quanto, non lo nego, mi mancano le basi, considera che nel dialetto triestino mancano le doppie, solo la doppia esse esiste. Per fortuna col tablet il lavoro è molto facilitato, i tagli, gli inserimenti, i cambiamenti dovuti ai tanti ripensamenti sono facilmente gestibili. Scrivere su carta è un caos, non mi ci raccapezzavo più con le continue modifiche. Dopo aver letto centinaia di volte quanto scritto, trovo sempre qualche errore di battuta, finalmente il racconto è pronto. Nel caso di Romea e Giulietto ero esausto. Ultimamente sono un po’ migliorato, ma sempre lontano anni luce da te e dalla maggioranza degli altri scrittori. Comunque il risultato finale mi soddisfa. S’impara anche alla mia età e come si dice: non è mai troppo tardi.
Mi hai svelato tutti i tuoi segreti di scrittura, grazie. Non per adularti ma, secondo me, rispetto ai tuoi primi testi che erano comunque divertenti, hai acquisito una maggiore capacitâ di rendere il racconto piú fluido e piú organico, creando storie sempre un po’ surreali ma con riferimenti chiari a tante situazioni attuali. Credo che quel tono un po’ ironico che cerco di dare alle mie storie lo abbia preso anche da te. A camminare si impara cadendo e noi a scrivere impariamo sbagliando.
Come sempre riesci a catturarmi, a farmi sorridere e a impormi lo sforzo di cercare di capire come fai a costruire un esercizio così difficile e divertente! I miei complimenti Fabius. Talian!!!
A volte mi sorprendo anch’io per la quantità d’idiozie che riesco ad assemblare in un racconto mantenendo comunque un filo logico e sensato. Per fortuna a qualcuno piace, come un bicchierino di liquore ad alto tasso alcolico. A proposito di “talian” mi ricordo quando andavo a trovare mio nonno in Istria fine anni ’60 dove l’aggettivo “talian” veniva utilizzato da alcuni croati, una minoranza, per indicare gli italiani in modo poco amichevole ; ero un ragazzino ma ancora adesso mi ferisce. Grazie Giuseppe del commento.
Anche qua “talian” o nella forma ancor più spregiativa “talianel” è usato dai più beceri personaggi come definizione di cialtrone o furbacchione scansafatiche. A volte però è usato con accezione affettuosa e complice, il mio nei tuoi confronti questo voleva essere. 😊🤗
Non ne dubitavo caro Giuseppe. Purtroppo “talian” è un appellativo spregiativo come lo è “s’ciavo” detto dai triestini nei confronti degli slavi.