iPhone 18
L’ombra del grande condominio dove abitava copriva un’area che lei non conosceva, era diversa da quella abituale, a quell’ora lì lei non c’era mai. Anche le persone erano diverse. In giro c’erano solo vecchietti o mamme con bambini piccoli. La prof di matematica era malata, avevano detto. Non c’è supplente purtroppo. Vabbè, ce ne faremo una ragione. Vi mandiamo a casa dopo la terza ora.
Mamma era al lavoro fino a mezzogiorno, Arianna voleva farle una sorpresa, lo sapeva che da quando papà se n’era andato lei si faceva un mazzo tanto e non si lamentava mai. Avrebbe preparato lei il pranzo oggi, la voleva ringraziare in qualche modo. Tra l’altro le aveva promesso di comprarle l’iPhone 18, quello che lei aveva sognato per mesi.
Entrò nell’atrio che sapeva di detersivo alla lavanda, la temperatura lì dentro era sempre bassa. Si strinse la felpa addosso e salì velocemente le scale. L’ascensore era roba da vecchi. Arrivò al pianerottolo del terzo piano e inserì la chiave nella porta di casa. Strano, non era chiusa con i soliti due giri.
Il corridoio d’ingresso era in penombra, ma la musica? Una canzone strana, tipo anni ’80. Veniva dalla camera di mamma. Ma che succede? Si girò e fece per uscire, doveva avvisare qualcuno. Pensò alla signora Lorenzi del piano di sotto. Poi si bloccò.
La voce di mamma. Inconfondibile. Non riusciva a capire le parole ma sentiva gemere, magari stava male. Ma no, parlava. Frasi sconnesse.
La porta era socchiusa e Arianna si spostò a sinistra, verso la porta del bagno. Da quell’angolo riusciva a intravedere l’interno della camera da letto. Sospiri.
Vedeva mamma. Era seduta sul letto. Ma non era mamma, lei aveva i capelli corti. Ma la schiena era la sua, non aveva il reggiseno. Era di fronte al computer portatile, l’aveva appoggiato su un comodino che aveva spostato di fronte a sé. C’era anche una voce maschile, ma lontana, non si capiva quello che diceva. Arianna capì, veniva dal computer.
Un conato di vomito le salì lungo l’esofago, Arianna dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Non si mosse per un bel po’, voleva scappare ma le gambe non obbedivano.
Mamma si alzò in piedi, Arianna si ritrasse per non essere vista. La sentiva, aveva cambiato tono di voce, non sospirava e mugolava più.
«No guarda, non si può. Se vuoi allungare devi fare il versamento» stava dicendo mamma «centocinquanta euro… sì, PostePay come prima».
Arianna si spostò camminando all’indietro lungo il corridoio. Arrivò alla porta d’ingresso e la spinse con la schiena. Si trovò sul pianerottolo, tremava dal freddo. Scese i tre piani di corsa e si lanciò in strada. E adesso? Chiudeva gli occhi e vedeva la schiena nuda di mamma, quei lunghi capelli biondi che non erano i suoi. Centocinquanta euro.
Arianna voleva tornare a scuola, entrare in classe e stare con i suoi compagni. Con i suoi prof. Cercò di pensare a quello. Tirò fuori dalla tasca il cellulare, le venne in mente l’iPhone che sarebbe presto arrivato. Ma le vennero anche in mente tutti i vestiti, i libri, le sere al pub con gli amici.
Pensò alla domenica precedente quand’era andata a pranzo da Erica. I suoi genitori sorridenti, la madre gentile. «Salutami tua mamma» le aveva detto quando lei se ne stava andando. Abbassò lo sguardo sul telefono, scorse la rubrica con il pollice e si fermò al numero di suo padre. Doveva dirlo a qualcuno. O forse no? Papà si sarebbe arrabbiato, o magari messo a ridere. Rimise il telefono in tasca. Iniziò a camminare, non sapeva dove andare e lasciò decidere alle sue gambe. Le persone che incontrava sembravano guardarla e sogghignare, adesso aveva caldo e stava sudando, l’odore pungente le entrava nelle narici. Cosa le aveva detto mamma ieri? Che avrebbero fatto una vacanza insieme, non mamma e figlia ma due amiche. No, non doveva dirlo a qualcuno. Guai. Se si fosse saputo sarebbe stata finita.
Senza sapere come ci fosse arrivata si trovò davanti alla scuola. Stavano uscendo le altre classi. Non si voleva avvicinare, si sentiva sporca e puzzolente. Da lontano vide Giulia, la sua amica della IV C. Vide che si stava abbracciando con Marco, il nuovo fidanzato. Una vita normale, «studiamo insieme oggi? che facciamo sabato?»
Chiuse gli occhi e strinse i denti. Sognò di portare indietro il tempo di un’ora, non le sarebbe servito di più. Sarebbe andata da Giulia, da Erica, a parlare di ragazzi, di compiti in classe, di vestiti. E invece non avrebbe più potuto guardare in faccia nessuno. Neanche i professori.
Davanti a scuola non c’era più nessuno, i ragazzi erano andati tutti a casa. Dalle loro famiglie. Si sarebbero seduti a tavola con i loro genitori che avrebbero chiesto loro come fosse andata a scuola. Erica avrebbe detto che erano state fortunate, la prof di matematica non era venuta e le avevano fatte uscire due ore prima.
Arianna si girò e si allontanò. Quando passò davanti a una rosticceria si fermò, controllò di avere i soldi e poi entrò. Un pollo con le patate avrebbe fatto piacere a mamma per pranzo.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mah… prima di giudicare, bisogna sempre vedere il contesto. E un racconto così breve (non per colpa tua), non permette di trarre conclusioni.
In fondo, meglio “da remoto” che “dal vivo”…
“Senza sapere come ci fosse arrivata si trovò davanti alla scuola. Stavano uscendo le altre classi. Non si voleva avvicinare, si sentiva sporca e puzzolente.”
È un impatto notevole. Di quelli che lasciano il segno. Non ti sei fermato sulla superficie, si vede che hai cercato di descrivere a fondo le reazioni emotive
Non è giusto, in generale, guadagnarsi da vivere in questo modo ma è anche vero che il racconto offre una visione parziale: se hai immaginato che questo fosel’unico modo per quella donna di tirare a campare.. allora sì è accettabile! Mi spiace per la vergogna, la rabbia e il dolore dell’altro personaggio.. la figlia e poi sapere da dove verrà il suo nuovo Iphone….