Irene (Epilogo)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Otto accompagna Irene nel luogo del suo appuntamento. L’amica con cui doveva incontrarsi non è ancora arrivata, ma al suo posto, dalla nebbia fitta che avvolge il viale, affiora una figura familiare, che a Otto ricorda il suo amico Gustav.

Otto guidò ancora per pochi metri, prima di accostare nei pressi di un bar con l’insegna lampeggiante verde e rosa, che gli rigò di riflessi una parte del viso. Pensò al viso astratto di Irene, ai suoi tratti dublinesi, alle sue ultime parole, come alle sue cosce piagate e terrificanti, quando le aveva scoperte e rivelate all’interno della macchina, poco tempo prima.

Poi avvertì uno spasmo violento, concentrato intorno a un solo occhio. Si guardò per bene nello specchietto: il suo occhio sinistro era diventato di un rosso vermiglio, che divorava tutto il bianco come l’inferno l’anima di un bambino. Quando rialzò il viso, Otto intravide di nuovo Irene e Gustav, seduti e abbracciati dietro di lui, nella sua macchina, come due ragazzi sfiniti dopo una festa, con i visi ricolmi di lacrime. Gli chiesero di mettere in moto e tornare subito indietro. Non dissero altro, come se non avessero respiro.

«Indietro dove?» chiese atterrito il dottor Otto. I loro volti erano ormai spenti e già conclusi, senza concedergli alcuna ragione di risposta.

* * *

«La macchina del dottor Otto fu ritrovata vuota, alle prime luci dell’alba, con una sola portiera aperta, nei pressi di un cinodromo abbandonato. Dei due uomini, il dottor Otto e il dottor Gustav, non si è saputo più nulla. Qualcuno ha parlato di satanismo, o di stregoneria; qualcun altro di odio sociale, ma sopra ogni cosa di una vendetta per l’esito inatteso di assoluzione in una sentenza di abusi, dibattuta di recente in tribunale dallo stesso avvocato Otto, che ne sarebbe uscito vincente nell’esercizio ostinato della difesa esemplare del suo medico pediatra amico, nonché principale imputato, Gustav Steinerdorf, accusato di aver molestato, durante le sue visite, diversi piccoli pazienti della contrada Jaspers, oltre gli agglomerati popolari di via Schiller, e poi della piazza Huntington e dei vicoli azzurri del fieno. Ma nessuna delle ipotesi ha mai trovato il minimo riscontro di una conferma, restando in un limbo sospeso e probatorio, come lo è l’amore per le cose o le persone non state, fino alle bambole inglesi, i bambini scomparsi, la nebbia, i desideri, i ricordi.

«La signora Silvia era tra la veglia e il sonno, avvolta in una copertina arancione, quando mi sono presentata come collaboratrice sostituta, per portarle, come già concordato, le mie referenze.  I letti bianchi dei bambini erano vuoti, intatti, ma non ho mai chiesto di loro. Ho saputo solo più avanti che dopo giorni dalla loro scomparsa, sono stati trovati in un fossato, con i crani fracassati da una miriade di biglie di vetro brandite da un collant.

«C’è chi racconta di scorgere le loro figure vicine, addossate ai vetri della finestra ovale della sala degli specchi, in attesa di un possibile ritorno, o di un cenno segreto di affetto e di compagnia per i lunghi pomeriggi di solitudine, trascorsi a trascrivere pagine di quaderni fitti di ricordi e di foglie autunnali. Chiunque abbia mai incrociato, verso le ore del crepuscolo, di passaggio per il viale Malebranche, uno dei visi e degli sguardi perduti nell’attesa – nei rari momenti in cui il loro congegno di vita familiare non fosse condiviso e testimoniato da tutti i presenti –, non lo avrebbe mai più dimenticato.

«Sono stata una di loro. Le mie poche pagine di diario, disordinate e imprecise, lo riconosco, non sono che il frutto dello spavento di quella stessa visione ricorrente, che mi ha reso impossibile ogni possibile grado di oblio, fino alle dimensioni meno comuni e tangibili che attraversano una vita dimenticata e nascosta, ma non per questo meno attenta e sensibile al dolore degli altri, signori della corte, come lo è stata quella di mia sorella, in fondo. Non me ne vogliate, ma non ho null’altro da dichiarare. Posso andare?»

Fine

Continua...

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