Irene (Parte I)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
STAGIONE 1
Prologo
Irene, dal suo osservatorio di bambinaia e poi dama di compagnia, ormai scaduta dalle consuetudini dell’epoca (ed eletta a suggestiva rarità), viveva da ben otto anni con la famiglia del dottor Otto, importante avvocato penalista, dove la sua figura brillava di una luce benefica e rassicurante, con cui la donna oscillava tra i sentimenti borghesi della famiglia e il tenero incanto della magia e dei sortilegi.
Una rapida scorsa ai componenti: il dottor Otto, l’avvocato. Silvia, sua moglie. I due figli, Marcus e Giada.
Ciascun membro della famiglia era vegliato dalla figura amorevole di Irene, che spesso ne serbava col pensiero le forme fragili e sempre più impegnate, nei rari momenti in cui il loro congegno di vita familiare non fosse condiviso, misurato e testimoniato dall’attenzione di tutti i presenti. Quando non si era a colazione, a pranzo o a cena, per esempio; quando i due bambini non dovevano studiare o fare sport. Ma quando poi c’era il sole alto nel cielo e si usciva in una giornata di bel tempo, Irene non accompagnava mai la famiglia fuori, restando ritirata nelle ombre della casa, nell’attesa paziente del loro ritorno.
Quando tutti i componenti della famiglia del dottor Otto uscivano a piedi – questo accadeva solo in alcuni pomeriggi domenicali, se non troppo freddi o piovosi – , Irene li studiava con attenzione dai vetri della finestra ovale della sala da pranzo, detta da tutti la sala degli specchi, per via delle decine di specchi che erano stati affissi alle pareti per sopperire alla costante oscurità dell’ambiente, attendendo sempre che qualcuno di loro, da un punto imprecisato del percorso lungo il viale Malebranche, provasse l’impulso generoso di voltarsi verso di lei, nei pochi istanti sufficienti a controllare se il suo viso affiorasse o meno dai fondali tenebrosi della sala deserta. Sarebbe bastato un lieve movimento del collo, il tempo di intravederla prima di girarsi in avanti, come se nulla di reale fosse mai stato visto.
Irene attendeva sempre che uno dei quattro, quando uscivano tutti a piedi, dei due, quando uscivano i coniugi, o dei tre, quando i coniugi uscivano con la piccola Giada, si voltasse e le riservasse quel segnale affettuoso di commiato. Difficilmente il movimento all’indietro del collo di chi si accingeva a voltarsi poteva essere interpretato come un saluto ulteriore alla sua persona, la quale, dalla finestra ovale della sala-osservatorio, sarebbe stata a stento visibile, per quanto le ombre degli olmi affollassero dai vetri i riflessi sfumati del cielo invernale.
Chi salutava e si girava all’indietro verso di lei, lo avrebbe fatto senza testimoni, quindi. Ma Irene attendeva sempre con pazienza che uno dei quattro si orientasse nella sua direzione, prima che la famiglia svanisse nello stesso momento, e la persona che lei in qualche modo immaginava, e forse attendeva, era sempre il dottor Otto, senza che nessuno lo anticipasse e lo scorgesse nel cenno segreto d’intesa. Era infatti solo l’avvocato il primo e l’ultimo dei quattro a salutarla, poco prima che la curva obbligata del viale Malebranche non glielo impedisse, relegandolo nell’oblio di un pomeriggio festivo e silenzioso come tanti.
In casa, durante l’ora di cena, lo sguardo severo di Otto si posava con esitazione sulle mani di Irene, mentre lo servivano, sempre svelte e gradevoli, nonostante qualche striscia di eczema che la dannava da tempo, dando sempre a lui, al capofamiglia, la precedenza su tutti i commensali, anche quando a tavola c’erano ospiti di riguardo. Di solito gli occhi del dottor Otto faticavano a intrattenersi su zone troppo sane e scoperte di Irene, dagli zigomi sporgenti alla bocca, fino alla sua fronte pallida e pensosa, preferendovi delle aree più opache e lacustri, come la linea della nuca – quando Irene raccoglieva i capelli in un nastro di velluto verde –, e la curva facile del collo, che sporgeva di lato da una camicetta rosa in organza, dove scendeva il filo di una catenina di oro bianco, per poi scorrere lungo le vene azzurrine degli avambracci, screziati di poche macule pervinca, fino ai trenta occhielli che soffocavano negli incroci dei lacci gli stivaletti di cuoio.
Quando il dottor Otto si voltava verso la finestra per recuperare la sua ultima boccata di ombre, Irene sollevava una mano e i loro occhi si sfioravano in qualche attimo di accidia, rimanendone soggiogati, senza vedere altro se non la loro ventura di commiato e inconsolabilità.
Il tempo della permanenza di Irene si dilatava nella vita metodica di Otto e della sua famiglia in modo discreto e indolore, rappresentando ormai un elemento indispensabile per gli equilibri del focolare domestico.
La donna si muoveva tra le grandi camere con la discrezione e l’eleganza di un parente mite, una sorta di fedele antenato con le abitudini zelanti di un’altra epoca. Non sedeva mai a tavola con loro, ma si limitava a servirli con una dedizione amorevole, che difficilmente avrebbe avuto eguali, come spesso diceva l’avvocato Otto ai suoi amici e colleghi, quando capitava di parlare della sua famiglia e di lei, che veniva spesso decantata come angelo bianco del focolare, suscitando spesso non pochi cenni di sarcasmo e ilarità, pur se contenuti nel giusto riserbo che una figura autorevole come Otto avrebbe senza alcun dubbio meritato, se non preteso, per la sua statura morale e professionale.
Nonostante la signora Silvia le avesse proposto di mangiare insieme a loro, Irene preferiva pranzare e cenare da sola, in cucina e in disparte, qualche volta nella sua camera, apparecchiando su di un tavolino basso, disposto accanto all’unica finestra, prima dell’orario prefissato dei pasti – circa due ore in anticipo: intorno alle sei per la cena, alle undici del mattino per il pranzo.
Il dottor Otto le offriva spesso del vino pregiato, dalle numerose bottiglie di annata avute in dono da colleghi, clienti o amici, ma lei non accettava mai, mostrando sempre una resistenza ai diversi agi che le venivano offerti, la stessa che le impediva di abbandonarsi a ogni minimo approccio di relativa intimità, come di sola cortesia, con l’avvocato e con sua moglie, che in qualche modo la svincolasse dal suo rapporto formale di lavoro domestico dipendente.
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
Una scrittura di un’accuratezza e una nitidezza impressionanti. Non si tratta solo di una ottima ricostruzione di un ambiente e di un certo clima sociale, ma di una meccanica narrativa che integra dettagli e sfumature in un tutto assai articolato e delicatamente sensuale. Mi è sembrato di leggere certe cose di Schnitzler o giù di lì. Poi leggerò il resto, ma per ora ti faccio i miei complimenti.
E’ stata un’immersione totale, capace di annullare la percezione del tempo e dello spazio come solo l’incipit di un grande romanzo sa fare. La sensazione è stata quelle di aver letto almeno venti pagine. Il registro linguistico non si limita a descrivere l’ambientazione vittoriana, ci trasporta letteralmente dentro. Prosa densa, importante, e frasi memorabili (“preferendovi delle aree più opache e lacustri, come la linea della nuca – quando Irene raccoglieva i capelli in un nastro di velluto verde –, e la curva facile del collo, che sporgeva di lato da una camicetta rosa in organza…”) – Ora mi alzo e vado a coprire le gambe del tavolo…:) 🙂 🙂
Il tuo bel commento è davvero impegnativo. Non ti nascondo che mi riempie di orgoglio nonché di responsabilità per quanto tu abbia colto, superando le mie aspettative e la mia immaginazione nei confronti di questa prova. Sei entrata in profonda sintonia con le dinamiche e le atmosfere più sottili della narrazione, come se facessi parte della sua tessitura e dei suoi artifici. In effetti mi sa che ne sei parte lesa, o forse illusa, quanto me, come accade ogni volta che la nostra incredulità si prende qualche istante di permesso, se non di vacanza. Credo che sia il momento propizio per comprendere quanto il leggere raggiunga la stessa intensità e bellezza dello scrivere, restando comunque un atto creativo capace di forgiare e trasformare ciò che i nostri occhi prima non avevano visto, come se prendesse forma solo in seguito al loro contatto. Grazie davvero per il tuo tempo, il tuo sguardo ispirato e la tua attenzione.
La lettura che dà forma all’incantesimo con la stessa intensità dell’indice creatore. E’ una splendida visione, grazie. A mio avviso la sospensione dell’incredulità – intesa come epifania onirico-romantica e non come patto intellettuale – è l’abbandono sublime che accade
quando nessuno lo invoca, e ci si ritrova complici senza averlo pianificato.
Insomma, lesa, illusa e miracolata 🙂 🙂 🙂
Grazie per il racconto e per la bellezza di questo scambio.
sembra tutto così perfetto da dare l’orticaria, eppure si scorge un “non detto” tra le parole
È così, Laura. È dentro gli spazi che si concentra il nucleo. In ogni caso abbiamo un eczema di tutto rispetto a rincuorarci. 😎
Questa pregevole descrizione idilliaca mi turba, sembra sia carica di presagi di possibili tempeste.
Mi sa che sei sulla strada giusta, Giuseppe, ma non posso anticiparti nulla. Un saluto.