Irene (Parte II)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Irene, dal suo osservatorio di bambinaia e poi dama di compagnia, ormai scaduta dalle consuetudini dell’epoca (ed eletta a suggestiva rarità), viveva da ben otto anni con la famiglia del dottor Otto, importante avvocato penalista, dove la sua figura brillava di una luce benefica e rassicurante…

Al mattino, il dottor Otto usciva sempre di buon’ora. Dietro i vetri della finestra della sala degli specchi c’era solo sua moglie a vegliare sui suoi passi. Le bastava guardarlo allontanarsi, senza mai attenderlo svanire oltre la curva del viale Malebranche, non ritenendo necessaria un’ulteriore verifica o segnale di scambio. I due bambini, nelle grandi camere piene di echi, parevano assenti; sempre minuti e serissimi, dalle poche parole e dalle minime pretese, educati a un rispetto estremo delle convenzioni domestiche, facendo pensare a due esserini pensierosi e già adulti, che precorrevano senza ostacoli i tempi e le problematiche della loro crescita.

La signora Silvia aveva notato per prima, e con una certa apprensione, la lacrimazione copiosa dell’occhio sinistro di Irene, la quale lasciava sempre correre, non dando mai un’importanza eccessiva a un sintomo ritenuto da lei innocuo, pur se manifesto in un progressivo aggravamento, quanto accadeva ai dorsi delle mani, ai gomiti e su alcune zone interne degli avambracci per l’insediarsi radioso di un eczema e la tortura di un prurito incessante, che si accaniva sulla povera Irene durante le ore notturne, quando aveva meno distrazioni e la sua pelle era sottoposta ai raggiri tortuosi della malattia. Non gradiva troppo i rimedi della medicina ufficiale e cercava, per quanto possibile, di sottrarsi ai controlli che le venivano suggeriti con insistenza dalla sua signora, che nonostante fossero dettati unicamente dall’affetto e dalla premura di una padrona per il benessere della sua unica dipendente, cominciavano visibilmente a pesarle. Irene diceva sempre alla signora del cattivo tempo, delle correnti d’aria e dei mutamenti climatici improvvisi «… d’accordo, ma che cosa ti costa farti controllare un attimo dal nostro medico?» le rispondeva Silvia, cercando di convincerla a un breve consulto informale e domestico.

Il loro amico medico era il dottor Gustav, che frequentava spesso la loro casa. Un omone altissimo e simpatico, con i capelli grigi, gli occhi chiarissimi, le guance grasse, dalla rasatura impeccabile. Un personaggio stravagante, scapolo e solitario, che amava scherzare, portarsi i due bambini sulle ginocchia e raccontare loro delle storie terrificanti, ritemprate dall’intercalare delle sue risate omeriche, che sussultavano tra gli angoli più funesti delle sue narrazioni, rischiarandole nel picco del loro assedio. Ma né Marcus né Giada si erano mai turbati nell’ascoltare i racconti neri  del dottor Gustav; ne rimanevano al contrario affascinati, specie dai più spaventosi. A ogni sua venuta, non doveva mai mancare un nuovo affresco di una sua storia, che entrambi attendevano come il sole, quando sapevano che Gustav sarebbe passato a trovarli, di ritorno dallo studio medico.

«Immagino che i racconti di un medico saranno in qualche modo balsamici. Confido nel suo buon senso e nella sua temperanza» sospirava Otto a sua moglie, carezzandole un braccio fino al polso, dopo averle sollevato la manica della camicia da notte, poco prima di addormentarsi, commentando sottovoce gli ultimi eventi e riverberi di una giornata qualunque, una come tante, ritratte nell’abisso del suo vuoto, dove non accadeva mai nulla di sostanziale in nessuno di loro, ormai da molti anni.

L’occhio di Irene intanto lacrimava sempre di più. Era in fondo l’unica cosa che accadeva e che progrediva nella vita dell’avvocato e della sua famiglia, segnando il passaggio sottile del tempo e il mutamento graduale della luce nelle grandi camere. Ma Irene, nonostante le insistenze del dottor Otto e della sua signora, continuava a trascurarsi e a sdrammatizzare, dicendo di non volere arrecare nessun tipo di disturbo per un semplice rossore all’occhio, e aggiungendo che avrebbe già cominciato ad applicare da qualche giorno alcuni impacchi naturali, gli stessi che le sarebbero stati consigliati da una zia paterna afflitta dallo stesso disagio – qualcosa di ereditario, per cui nulla di troppo oscuro e di cui allarmarsi.

Un pomeriggio, portando del tè rosso nello studio del dottor Otto, una lacrima di Irene scivolò nella tazza dell’avvocato. Otto era a testa china sulle sue carte da lavoro e non si accorse di nulla. L’occhio di Irene quel pomeriggio era rosso fuoco. La donna, allungando il braccio sulla scrivania, gli porse la tazza, senza dire nulla del segreto della sua lacrima, che si era appena confusa con il suo tè. Lui sollevò con lentezza il viso e le scrutò con interesse la minutezza dei seni, sfiorati dal filo attorcigliato della catenina di oro bianco. Poi, risalendo, si perse nella sua aria aristocratica di sempre. Prese la tazza e sorseggiò l’infuso con la lacrima, fissandole meglio l’occhio sinistro in fiamme, dove colse il rigurgito di un cratere infernale.

La casa era vuota. Dai vetri si scorgeva un rigo celeste di pioggia. C’erano solo Irene e il dottor Otto. Fuori, come dentro, regnava l’adagio dell’inverno. Ogni tanto qualche uccello di passaggio, che lasciava nell’aria pomeridiana una replica del suo grido. Non altro che raccontasse lo scorrere della vita nel suo cerchio magico, oltre quei  pochi segnali, alquanto vaghi e impalpabili.

«I suoi impacchi, Irene? Pensa che le stiano giovando?» le disse Otto.

E lei: «Vorrei parlarle prima dei racconti che il dottor Gustav narra ai bambini. Mi perdoni, dottore, ma non li trovo per nulla educativi, anzi: temo possano disturbare seriamente l’armonia della loro crescita e compromettere la loro serenità, facendo loro del male. È da tempo che volevo parlargliene, ma non ne ho avuto il modo».

«Ecco perché non vuol farsi visitare dal dottor Gustav! È per colpa dei suoi racconti, o sbaglio?»

«La mia è una questione secondaria, invece. Sono seriamente preoccupata per i suoi figli, e non per il mio occhio, mi creda. Se sapesse le domande che mi fanno, non mi parlerebbe in questo modo.»

«E allora? Che cosa le avrebbero mai chiesto i miei figli di tanto tremendo? Ora mi fa diventare un ragazzino curioso, lo sa?» le fece l’avvocato, con un certo sarcasmo.

«Sono domande strane, soprattutto inquietanti, alle quali non riesco mai a rispondere per bene né a sottrarmi del tutto. Non mi sento pronta, perché non lo trovo giusto. Provo sempre del disagio, dottore, e non le nascondo che mettono freddo e anche paura, soprattutto quando è tardi.»

Continua...

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Discussioni

  1. “Il loro amico medico era il dottor Gustav, che frequentava spesso la loro cas”
    Un nome a caso, oppure non c’ é mai niente di casuale nella scelta dei nomi dati ai personaggi dei racconti?

  2. Inquietante. Riesci a farci impigrire nella assoluta banalità quotidiana per poi turbarci con delle angoscianti immagini: la lacrima che cade nella tazza, il Dottore (subdolo?) che ammalia i bambini. Chapeau, caro Luigi, ho sempre apprezzato il tuo scrivere, ma in questi racconti ti superi!👏👏👏

    1. Caro Giuseppe, sapessi quanti dubbi e quante paure ho vissuto, e ancora vivo, nell’inoltrarmi in questo progetto. La forma racconto è molto complessa. Devi arrivare all’essenza ma nello stesso tempo concedere degli strati di profondità senza perdere mai la rotta. La forma più lunga, quando e se la si riesce a perseguire fino in fondo, la trovo, personalmente, meno infida, anche perché perdona maggiormente eventuali abbandoni o diramazioni dalla strada maestra, specie per un contesto come questo, dove è molto importante un tipo di comunicativa e di immediatezza, tenendo conto anche degli strumenti che vengono utilizzati per la lettura dei capitoli. Inutile dirti che il tuo commento e le tue sensazioni a caldo sono davvero una ventata di freschezza, una sorta di balsamo prezioso, che di certo risanerebbe anche l’occhio infernale della nostra Irene. Un saluto e un grazie di cuore.

    1. Ti ringrazio di cuore per la tua generosità. È il passaggio che amo di più. È anche il più piccolo e insieme il più inclusivo dello sfondo emozionale della storia e del suo mistero. Anche il tempo del racconto, almeno fino ad ora, lo avverto un Adagio.

  3. non so se preoccuparmi più per la lacrima caduta (il signor Otto sarà infetto?) o da questo annuncio finale riguardante l’atteggiamento del dottore verso i bambini… mi ha lasciato l’inquietudine addosso

    1. Cara Laura, la tensione di questi istanti apre la mente di chi legge, come di chi scrive, a più scenari, semmai tra i più imprevedibili. Ho provato anche io le tue stesse sensazioni. Quella lacrima caduta per caso nella tazza dell’avvocato Otto potrebbe avere le sue conseguenze, rappresentando, semmai, una sorta di fattore di correzione, o il battito d’ali della farfalla prima di un ciclone. Grazie della tua visita. A presto.