Irene (Parte IV)

Serie: Ricevimenti al crepuscolo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Irene confida a Otto il contenuto terrificante delle storie narrate ai bambini, entrando nel merito delle domande che le fanno prima di addormentarsi, e che riguardano il regno dei morti e i loro misteri. L’avvocato cerca di sdrammatizzare, ma Irene sembra molto provata da quegli argomenti.

Conclusa la cena, mentre il dottor Otto ascoltava con interesse i racconti spaventosi dei suoi figli, sollecitati da una serie di sue domande mirate, Irene chiese alla signora il permesso di poter uscire. Doveva incontrarsi con un’amica che non vedeva da tempo; accadeva così di rado che le fu concesso.

«Devi promettermi di coprirti per bene l’occhio infiammato, d’accordo? Non vorrei che ti peggiori» le disse Silvia.

«Indosserò degli occhiali scuri, signora.» 

«Sarebbe meglio proteggerlo con della garza umida, non credi?» le disse Silvia, ma Irene era già andata a prepararsi.

Il dottor Otto continuava ad ascoltare dai suoi figli le loro storie inquietanti, originate come sempre dalla fantasia feroce del dottor Gustav, stavolta legate ad alcuni ragazzini che spaventavano a morte le persone, per lo più sole, che passavano di sera tardi in alcune zone della cittadina. Un gruppo di piccoli malvagi, come ripeteva con entusiasmo Marcus, che dopo le dieci della sera strappavano i capelli di alcune donne, arrecando loro ferite profonde sulla pelle e intorno agli occhi, fino a sfigurarle con delle fiamme o con dei piccoli oggetti appuntiti, detti da Gustav i lattimi delle torture.

«Oddio! Ma chi ve li racconta questi orrori?» disse la signora Silvia, contrariata, fissando a ruota i suoi figli, poi suo marito.

Giada precisò che gli agguati avvenivano realmente all’interno di stradine isolate, come nella traversina dei candelieri, nei pressi della contrada Jaspers, oltre gli agglomerati popolari di via Schiller, e poi nella piazza Huntington, sin dentro i vicoli azzurri del fieno, poco lontani dall’ingresso del cimitero di via Schnabel. «È tutto vero!» insisteva.

Otto intanto, pensando al pericolo per una donna che si inoltrasse da sola nei pressi di strade poco trafficate, per raggiungere il luogo del suo appuntamento, la chiamò a gran voce. «Irene!» 

Lei era già vestita di tutto punto, con i capelli ben pettinati e un grosso paio di occhiali neri sul viso, che sfioravano il tratto di un rossetto vermiglio, dello stesso colore del suo vestito di velluto, che le arrivava fino alle ginocchia.

«Come sei bella, Irene!» disse la piccola Giada, guardandola con soggezione e rinnovato stupore, avvertendola diversa, forse per gli occhiali scuri e troppo grandi rispetto al suo viso minuto, da renderla un personaggio fantastico, ricolmo di orrore e di fascino.

«Preferisce che la accompagni io al suo appuntamento?» le domandò il dottor Otto, con voce incerta, guardando subito sua moglie, quando Irene era già di spalle, a districarsi di fronte a uno specchio i capelli impigliati nel bavero del cappotto.

«Ma certo, Otto. La trovo una scelta assennata. Irene converrà con noi che sia opportuno. Saremo tutti più tranquilli, non crede?» gli fece Silvia.

«Non è necessario, signora, davvero. È già molto tardi, e non mi sembra giusto scomodare suo marito» le rispose Irene, rientrando con ansia nella sala degli specchi.

«Mi aiuti a dire. Se non fosse così tardi avrei potuto capirlo, ma a quest’ora, lasciarti uscire da sola non se ne parla, mi dispiace» disse la signora Silvia. Giada si alzò da tavola e andò a stringersi al fianco di Irene, come non era mai successo.

«Comincia a prendere la macchina, intanto» disse Silvia a suo marito. Irene, rassegnata e ben circuita dalla stretta di Giada, taceva nella sua resa, senza poter dire o fare altro per svincolarsi dall’assedio – mentre il dottor Otto si annodava con lentezza la sciarpa, palpandosi le tasche in cerca delle chiavi. Ormai era tutto deciso, senza via di scampo, per nessuno di loro.

Nel giro di qualche minuto la tavola ritornò deserta. Silvia, dai vetri della finestra ovale della sala degli specchi, alzò un braccio verso la macchina del marito, mentre si allontanava, con Irene seduta al suo fianco, verso il luogo misterioso dell’appuntamento – forse una sala da ballo, un cinema, una birreria. Con un dito Silvia scrisse sulla condensa i nomi obliqui dei suoi figli, che erano già a ciondolarsi, inquieti, nella loro cameretta in penombra. La donna li raggiunse, prelevò i pigiamini dal termosifone e si accovacciò accanto a loro, senza dire nulla, ma limitandosi a guardare che cosa facevano e il gelo con cui la evitavano, come se nemmeno si trovasse più lì, o non fosse la stessa di sempre dopo l’uscita di Irene. Una donna senza luce e senza viso, con lo sguardo eterno di una statua, come lei stessa, attraverso i loro occhi assenti, si immaginò.

La macchina procedeva con lentezza. Il freddo delle strade si addentrava nel buio dell’abitacolo. Proseguiva in un principio di nebbia, senza margini tangibili o direzioni. Il dottor Otto ogni tanto girava il suo viso verso Irene. Lei aveva tolto gli occhiali scuri e guardava fissa in avanti l’offuscarsi della realtà delle cose, del silenzio, della notte.

«Dove devo lasciarla?» le fece lui.

«Nei pressi dell’ambasciata tedesca, la ringrazio.»

L’avvocato proseguì con lentezza lungo il suo tragitto obbligato. Le strade notturne erano libere, le luci delle case già spente, così una buona parte dei lampioni. I due si parlavano poco. Tutto era sospeso, insonorizzato.

A un semaforo rosso, all’incrocio con via Max Planck, dove si scorgevano i palazzi storici e il tetto illuminato dell’ambasciata tedesca, Otto si fermò.

«Va bene qui all’angolo. La ringrazio» disse Irene.

Otto attese il verde, svoltò e dopo qualche metro accostò.

Non c’era ancora nessun’amica ad attendere Irene.

«È sicura che il luogo dell’appuntamento fosse questo?» le chiese.

«Sì. Non è la prima volta che ci incontriamo qui» fece lei.

«Ha modo di telefonarle, in modo da verificare se abbia avuto dei problemi?»

«Non è necessario. Può anche andare, se vuole. La mia amica arriverà a momenti, stia sereno.»

«Per il suo ritorno?»

«Non vi sono problemi. Troverò il modo.»

«Non ha sentito i racconti dei miei figli a tavola?»

«Certo che li ho sentiti.»

«E trova che sia prudente rimanere da sola, fino a tardi?»

«Ora crede ai loro racconti, avvocato? Durante il pomeriggio mi era sembrato alquanto scettico, o ricordo male?»

«Ora è diverso, Irene. Si tratta di pericoli reali. Le strade deserte, la notte, le persone sole… non sono fantasmi.»

«Stanotte è come se lo fossero, invece» disse Irene, abbassando lo sguardo sulle sue mani di cera.

Continua...

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Discussioni

    1. Ciao, Laura. In effetti il suo ritratto, più si fa strada nei capitoli, più si fa torbido, cupo, misterioso. Qualcosa non quadra del tutto in lei. Ancora due parti per svelarlo del tutto. Grazie della visita. Un saluto e a presto.