Irene (Parte V)
Serie: Ricevimenti al crepuscolo
- Episodio 1: Il tuo amore per la neve (Parte prima)
- Episodio 2: Il tuo amore per la neve (Parte seconda)
- Episodio 3: Il tuo amore per la neve (Parte terza)
- Episodio 4: Irene (Parte I)
- Episodio 5: Irene (Parte II)
- Episodio 6: Irene (Parte III)
- Episodio 7: Irene (Parte IV)
- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
STAGIONE 1
«La persona che è appena passata potrebbe essere il dottor Gustav» disse Irene, con una voce gelida, alludendo a un’ombra che aveva incrociato per qualche istante la loro postazione.
Otto alle sue parole sussultò. Sollevò la tempia dalla sua spalla, cercò smarrito gli occhiali, che Irene teneva sulle ginocchia. Li raccolse di furia e li rimise sul viso.
«Lei è venuta qui per un motivo preciso? Mi dica la verità!» spalancando lo sguardo, che da torpido diventò minaccioso.
«Non sono tenuta a dirle i motivi di ciò che faccio, al di là delle mie ore ufficiali di lavoro. Non è per niente un suo diritto rivolgersi a me in questi toni! E adesso, mi perdoni, è arrivato il momento di scendere. La ringrazio per l’accompagnamento» e fece per aprire lo sportello dell’auto, che il dottor Otto bloccò all’istante, azionando la chiusura automatica delle portiere, poco prima di spegnere i fari.
Irene ebbe una reazione strana. Si mise ad aspettare con una sola mano davanti al viso, il capo lievemente chino, paziente. Il dottor Otto pretese delle spiegazioni. Lei stava ferma, gli occhi nascosti dalla stessa mano, dove lui scorse un’altra striscia di eczema che non ricordava, mentre i passi della figura ritornarono cauti verso la macchina.
«Se non mi apre immediatamente la portiera, lancerò un grido!» disse Irene.
Il dottor Otto si limitò ad abbassare con lentezza il finestrino, cercando di intravedere la figura che si avvicinava alla sua macchina, e valutare se si trattasse del dottor Gustav, come temeva, o di qualcun altro che gli somigliasse.
La feritoia del finestrino abbassato consentì allo sguardo di Otto un’analisi sommaria della persona, ormai sempre più vicina, ma probabilmente orientata a proseguire oltre, dal momento che dall’esterno e da una certa distanza, per i fari spenti e per i vetri dei finestrini appannati, la sua macchina appariva vuota, nemmeno esistente.
«Se non apre lancerò un grido» ancora Irene.
Otto non si decideva a sbloccare le portiere e nemmeno Irene a lanciare il grido che aveva minacciato. La persona che avanzava nella nebbia era proprio accanto a loro, ignara di cosa stesse accadendo a pochi centimetri da lui, all’interno dell’abitacolo.
La figura dell’uomo, forse del medico, si era appena fermata. Frugò in una tasca del suo cappotto, dove prese dei fiammiferi e un pacchetto sformato di sigarette. Accese da fumare, inazzurrando in un istante il vortice spettrale di nebbia. Tirò una boccata piena e si appoggiò alla macchina del dottor Otto dal lato anteriore del cofano. Puntò la testa verso l’alto, in direzione del suo fumo.
«Perché non grida, Irene? Ha perso il coraggio o soltanto la voce?»
Irene puntava lo sguardo sulla schiena dell’uomo dal cappotto chiaro, che aveva il viso astratto, sollevato verso la profondità della notte.
«Se lei grida, io posso mettere in moto e travolgerlo. Ci pensi bene» continuò il dottor Otto.
«Lo farebbe sul serio? Con un suo amico?»
«Potrebbe non essere lui. Stanotte lei mi sta ingannando, Irene, come ha già fatto prima, inventando un appuntamento con una sua amica immaginaria.»
«Immaginaria, adesso…» disse Irene, con un sospiro lento, sofferto, girandosi verso il dottor Otto. Il suo occhio rosso era sempre più ardente quando si posò le mani sul vestito di velluto, all’altezza delle ginocchia, e lo sollevò con lentezza, lasciando intravedere le sue cosce divorate da piaghe, croste e profonde lesioni, nonostante fossero velate dalle calze. Un’immagine terrificante.
Lo spettacolo infernale delle carni martoriate durò qualche istante, il tempo che Irene si ricompose e ritornasse in sé. Otto, devastato dalla visione orrorifica, respirava a fatica, con gli occhi sbarrati, traboccanti di raccapriccio.
«Ecco la mia costellazione satanica, avvocato. Il mio piano probatorio, direbbe lei. Ogni crosta e ogni disegno sulla carne ha il suo nome, la sua storia, la sua congiunzione e precisa influenza sui sentimenti, i pensieri e i ricordi, fino al perfezionamento della mia natura e del mio nuovo equinozio. Ho dato istruzioni alla sua signora per il mio ultimo lavoro a maglia. Sono stata precisa, come mia abitudine. Era importante che qualcuno lo portasse a compimento. È una copertina arancione, dovrebbe ricordarla; per la sua Giada, dottore, la sua preferita, se non ricordo male.»
«Che cosa le sta succedendo? Da quando è ridotta così?»
«Mi apra, per favore. Sarà meglio per tutti» disse Irene, con fare sprezzante.
«Le ho fatto una domanda.»
«Non ha importanza, avvocato. Deve lasciarmi uscire.»
Otto, stravolto, chiuse gli occhi e aprì le portiere. Irene rimase sorpresa dal suo gesto di resa. Lo scatto dell’apertura fece girare la figura dell’uomo che fumava dando loro le spalle. Il suo viso cercò di individuare chi ci fosse nella macchina, come se solo in quel momento l’auto fosse rientrata nella sua percezione sensibile, all’interno del suo stesso livello di realtà. Irene stava immobile, come se le portiere dell’auto fossero ancora chiuse e le impedissero di uscire, così di gridare. L’uomo che fumava era sempre più curvo, incuriosito: il suo viso bianco, livido, era fisso al finestrino opaco del guidatore, cercando di disappannare il vetro con una mano, sbuffando ancora fumo dalle labbra tumefatte.
Il dottor Otto lo riconobbe. Era proprio lui, il dottor Gustav, come aveva temuto. Gli occhi dei due amici si guardarono, adesso contratti nella stessa asfissia. Irene aprì la portiera, scese e si avvicinò con premura al dottor Gustav, stringendosi al suo corpo con le braccia tremanti. Gli posò una tempia su di una spalla e si rasserenò, ritornando nel viso fioco della donna premurosa ritratta nell’incubo ovale della finestra della sala degli specchi. Il dottor Gustav si girò verso di lei; la baciò sulla fronte, poi sulle labbra, e con la bocca bianca di fumo si insinuò nelle trame dei suoi capelli.
I due rimasero vicini, a fissare lo smarrimento del dottor Otto. Poi si allontanarono con lentezza lungo il viale deserto dell’ambasciata, con un passo debole, che li allontanava senza farli svanire mai e nello stesso tempo li faceva svanire senza allontanarli mai.
Il dottor Otto li accompagnò con il solo sguardo, come un gatto domestico il fumo di un incendio.
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- Episodio 8: Irene (Parte V)
- Episodio 9: Irene (Epilogo)
non mi aspettavo questa relazione. E la malattia di Irene? Non è stata causata dal dottore vero? Lo so, immagino scenari orribili…
È tutto molto nebbioso, poco definito, eppure esiste una traiettoria sottile, se non invisibile, che conduce e organizza gli eventi. Io, in fondo, la sto ancora cercando. Mi giocherò tutto nel prossimo capitolo, il conclusivo. Per quanto riguarda la malattia di Irene è indipendente dai personaggi in gioco, ma è parte della sua essenza. A presto e ancora grazie.
mi incuriosisci ancora di più
Un episidio carico di mistero e un appuntamento romantico inaspettato; oppure un incontro che nasconde ben altro? Attendo con curiosità i prossimi episodi.
Manca poco, ormai. Il prossimo è l’ultimo di questo racconto.
“Poi si allontanarono con lentezza lungo il viale deserto dell’ambasciata, con un passo debole, che li allontanava senza farli svanire mai e nello stesso tempo li faceva svanire senza allontanarli mai”
Mi piace questa descrizione suggestiva e profonda.👏 👏 👏
Grazie, M. Luisa. Sono contento che questo momento ti sia arrivato. È ineffabile ma in qualche modo ci parla, o forse ci ascolta. Anche qui si evince un contrasto tra le direzioni e le dimensioni. Un saluto.