Iride

Avete mai provato ad osservare un’iride? Avete mai notato tutte quelle sfaccettature nascoste, quelle gradazioni velate? Non basta guardarla, sarebbe troppo facile… bisogna fermarsi ed osservare.

Non dovrebbe bastare la nomina di un colore per descriverla. La vista, in quanto senso della bellezza, non può ridursi in descrizioni oggettive sul corpo umano. Se ognuno è a sé, le nostre descrizioni di noi stessi e degli altri non potranno essere altro se non soggettive o riduttive. Ma allora come si dovrebbe descrivere la vista di quello sguardo?

Come descrivereste la comparsa di un astro azzurro nel cielo limpido del mattino? Sarebbe impossibile, non credete? Io sicuramente non potrei. Qualsiasi parola pronunciata sarebbe razionale e forse è proprio questo il punto. Nel descrivere quello sguardo non c’è nulla di razionale. Le sensazioni provate nel riceverlo non c’entrano con ciò che è razionale.

Ero poco più che un ragazzino la prima volta che mi sono immerso nel profondo blu dei suoi occhi. E nonostante di Lei ce ne siano ormai state tante, quel tuffo è sempre stato ciò che di più emozionante potessi provare. Una costante in mezzo a tutte quelle incertezze, tutte quelle variabili. Se avessi intravisto il bagliore di un astro, Lei sarebbe diventava la mia ossessione.

Fin da quando ero bambino, ho cercato di descrivere a parole la bellezza di quegli occhi, riducendomi sempre a dipingerli con la banalità di un colore. Solo adesso, alle porte dell’essere uomo, riesco a capire quale fosse realmente il problema, ciò che mi ostacolava dall’approvazione del mio stesso giudizio.

Non volevo descrivere la sua iride, non l’avevo realmente mai voluto. Io volevo intrappolare uno sguardo nello schema delle parole. Volevo averne una riprova fisica dell’esistenza, scritta o orale che fosse. Ma questo era ed è realmente impossibile.

Dicono che noi esseri umani patiamo di una forte bramosia per ciò che è bello. Siamo gelosi di qualsiasi cosa ci piaccia. È il nostro primo istinto, la vogliamo per noi, la vogliamo nostra. È per questo che sono gli sguardi a farci innamorare. Gli occhi non mentono, giusto? Ci spaventa di poter perdere quel velo leggero che ci unisce l’uno all’altro, che ci attrae. Vogliamo conservare quell’intensità, quell’energia per noi stessi. Moriamo all’idea di doverla condividere al mondo intero perché sappiamo che una volta che quello sguardo svanisce da quegli occhi, nulla al mondo lo potrà mai far tornare. E non basta una foto, non basta un romanzo, per poterlo fermare e conservare. E non lo si può intrappolare, ma solo apprezzare.

Ed è questo ciò che più mi spaventa quando giunge la fine, il fatto di smarrirlo, senza poi sapere dove poterlo ritrovare.

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Discussioni

  1. Sono contenute molte cose negli occhi, ci si può costruire un mondo immaginario o il più possibile vicino al reale incontrando uno sguardo, e lì fermarsi. Ho inteso la morte, l’unica a chiudere il velo dell’iride, quello che hai descritto qui nel racconto. Agghiacciante proprio perché vero.