Isabel De Obligado

Sparisce alla fine della seconda guerra mondiale e diventa una leggenda, soprattutto nel bellunese, destinata a fondersi con la guerra di liberazione. La contessa -nata Kuhn Von Kuhnenfeld in Svizzera, ma di nazionalità argentina- era molto corteggiata da Hubert Lauer: un tedesco allogeno dell’Alto Adige, verosimilmente, al servizio del Reich e consigliere amministrativo della Prefettura di Belluno. Era stato lui a concederle il permesso di soggiorno. E, forse, in cambio le aveva chiesto di collaborare con la Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista. D’altra parte vero è, secondo gli occhi del vicinato ed il controspionaggio, che non di rado lei ospitava “strane visite”. Altre voci, invece, la volevano divorziata dal marito (alto funzionario della Santa Sede) e rifugiata fra le Dolomiti per ricostruire una nuova vita e ridare un futuro alla figlia di sette anni. Ma si vociferava, pure, che lavorasse per gli americani ed il divorzio era un artificio poco ingannevole. I tempi, purtroppo, non erano dei migliori. Si uccideva tutti i giorni e tutti i giorni c’erano feroci e sanguinosi rastrellamenti. Senz’altro Isabel, nella sua villa di Mareson di Zoldo Alto, cosciente delle proprie iniziative, riceveva quelli che riteneva opportuno: anche per amore. “Così sei al corrente della storia della mia vita, capitano Hall?” sospirò lei fissandolo con velato pudore. Quindi aprì le labbra mostrando il candore dei denti mentre il viso le divenne fulgido. Poi chinò la testa in avanti e s’incamminò lungo il viottolo della propria villa. L’ufficiale americano, che fu preso alla sprovvista, fece un veloce doppio passo per affiancarla. Esclamò “Excuse me!”. Lei sorrise per l’espressione americana, poiché stavano conversando in italiano. Ed egli si chiese se bastava così poco per renderla felice. Non capiva se aveva costruito la sua vita come voleva che fosse, ma non poteva che ammirarla oltre che ad amarla. “Sono lieto d’averti conosciuta e mi piacerebbe continuare a frequentarti più assiduamente” confessò con slancio Hall. Lei ribatté “Che cosa te lo impedisce, capitano?” Lui obiettò “Il mio dovere di soldato”. Lei esclamò ambigua “La guerra!” Hall non ci fece caso. “Il mio Comando Generale mi ha dato altre istruzioni. Domattina, all’alba, devo partire per il Brennero”. Isabel insinuò “Ancora un incarico delicato”. Lui assentì. Lei propose “Potresti fermarti qui per questa notte”. Il capitano farfugliò “Ti ringrazio…” Lei interruppe energicamente “Non sono disposta ad accettare scappatoie”. Sostarono sotto l’antico larice, poco lontano dalla porta d’ingresso, e si baciarono liberandosi d’ogni trepidazione. Il capitano Hall non era un tipo insignificante e lei non voleva mantenere soltanto un rapporto di amicizia: avrebbe dato la vita pur d’essere amata. Isabel pensò che, forse, l’ufficiale americano poteva procurare l’amore e l’affetto cui ne sentiva la mancanza. Salvo, s’intende, lo zampino del destino! Non erano ingenui, tutt’e due cercavano una intimità. “No, non qui. Te ne prego” sussurrò lei svincolandosi dalla stretta. “Isabel, perdonami!” esclamò lui. “Desideravo farti capire che ti amo. Sono sicuro che mi sono innamorato di te”. Lei disse premurosa “Steve, ti assicuro che hai scelto il modo migliore per farmelo capire. Ti chiedo di rendermi felice. Ti fermi, dunque?” Lui con il fiato strozzato in gola da un cattivo presagio disse “Come potrei andarmene senza amarti?” La contessa s’intimorì, chiese apprensiva “Di che cosa sei preoccupato? Ti hanno affidato una missione pericolosa?” Hall la rassicurò “No”. Poi meditò sugli indizi che la volevano al servizio dei nazisti tramite il dottor Hubert Lauer. Ma si fece dominare da un amore sincero. “Sono azioni di sabotaggio poco rischiose. No, non sono in pensiero per questo. So come cautelarmi! Ho avuto una buona scuola sul territorio altoatesino…” Lei intercalò “Nel tuo tono di voce m’è parso di capire…” Hall riprese “Non ti sei sbagliata. Per un momento, ma soltanto per un breve attimo, con la mente sono andato altrove per il timore di perderti”. Lei interrogò “La motivazione?” Hall giustificò “Sono in appoggio alla brigata Alpina Val Cordevole e potrebbero assegnarmi in un luogo distante da te, costringendomi ad incontrarti sempre di meno”.  Lei, allora, propose con sicurezza “Se tu vuoi, posso farti trasferire da queste parti”. Lui non si sbalordì. Sentenziò con celia “Un agente dell’Intelligence Service non deve rifiutare mai nulla”. Isabel insistette “Parlo sul serio, Steve”. Lui sottolineò “Lo so, Isabel. Ma non me lo perdonerei mai. Sono abituato ad eseguire gli ordini del Comando perché sono sicuro che sanno di chi fidarsi”. Ma chi era, in fondo, la contessa Isabel De Obligado? Lavorava per il servizio segreto americano? Che cosa voleva dire, con la sua burla, il capitano Hall? Lei, d’altra parte, s’era fatta conoscere ed apprezzare come una donna piena di vigore e sempre pronta a difendere la gente del paese che l’aveva ospitata. Come era riuscita, in una occasione, a tenere lontano i rastrellamenti tedeschi ed a dipanare la matassa aggrovigliata per il sequestro di un sott’ufficiale della Todt (un’impresa di costruzione al servizio della Germania nazista e della Wehrmacht nei paesi occupati) da parte d’un gruppo di partigiani? Ma gli interrogativi non erano soltanto questi. Ed ora era innamorata d’un ufficiale americano! Di chi era al servizio? Faceva il doppio gioco? Oppure era una temeraria appartata e mascherata di avvenenza e garbo? Forse, tutto questo. O, forse, nulla. Isabel gli mostrò orgogliosamente l’automobile Lancia Asturia e si sentì dire “Spero di provarla, uno di questi giorni”. Lei civettuola stuzzicò “Sai guidarla?” Hall, scherzoso, rispose con tono di sfida “Molto meglio di te”. Quindi Isabel finse d’essere risentita e recitò “Non credo. Ma te ne darò l’opportunità”. Hall sorrise e, fingendo di ricordare in quell’attimo, chiese “Non hai pure un cavallo?” Isabel orgogliosa confermò “Ho dovuto portarlo dal veterinario”. Lui obiettò ” Ha qualcosa di grave?” Isabel rispose “No, assolutamente”. Poi guardò l’orologio. S’era fatto tardi. Il cielo era grigio e minacciava pioggia mentre si stava sollevando un vento gelido. Decisero, pertanto, di rientrare in casa quando apparve sulla porta la donna di servizio Teresa De Luca. Annunciò che tutto era pronto in cucina. “Come posso entrare in contatto con il capitano Benucci?” si sentì chiedere Isabel, che rispose senza imbarazzo “Ho una radio. Non preoccuparti. Se non mi sbaglio è il capomissione arrivato da qualche giorno e subito assegnato alla 7° Alpini”. Lui, dentro di sé, rimase a bocca aperta.

“CAPTAIN STEVE HALL, FROM WASHINGTON, FALLEN FOR HIS COUNTRY . CHRISTMAS 1944 CHISELLED ON THE 6 POUND CARTH.”

Quando la contessa Isabel De Obligado apprese la notizia della morte del capitano Steve Hall, così lei riteneva di averlo conosciuto ed  amato, fece incidere una epigrafe su una targa di ottone e la inchiodò al larice, dove lui amava baciarla prima di rientrare in servizio. L’ufficiale americano era caduto in una imboscata ad opera d’una spia  fascista; ed era stato torturato e giustiziato dal truce maggiore delle SS Augusto Schiffer. Il cuore della contessa rimase straziato dal dolore per la perdita del suo uomo e dalla mancata possibilità di poterlo salvare per il credito che riscuoteva presso alcuni canali delle alte cariche del Comando tedesco. Isabel era una donna forte e coraggiosa ma pure lei, adesso, si sentiva tradita… tradita dalla speranza. La quale l’aveva fatta maturare una passione per quel soldato americano dai cui occhi leggeva tanto amore. Mentre i suoi, ora, non sgorgavano che lacrime. Pianse intensamente, senza vergognarsi, pari ad una fanciulla fragile. Altro non sapeva fare. Era stata scelta dalla malasorte, che crudelmente le aveva inflitto un duro castigo; e l’avvertiva che non doveva più inseguire un amante. Ma  si sarebbe rassegnata? Avrebbe accettato l’idea di vivere chiusa nel proprio dolore, anche se adesso l’avvertiva più vicino? Glielo avrebbe chiesto Steve? Il capitano americano l’aveva incantata a tal punto che non meritava d’essere tradito una seconda volta! Ed i pochi momenti trascorsi insieme erano stati belli ed intensi che non si potevano cancellare così come si fa con il gesso sulla lavagna nera. Tra le vette delle montagne fece capolino il sole, rischiarò la quiete della sua residenza e baciò -con il suo timido raggio- il larice e lei lo immaginò, lì, presente. Ma era un sogno… soltanto un sogno. Si sentì stremata dalla violenza delle emozioni ed accusò una perdita di sensi. Poi si sforzò d’essere viva e si riprese e fu incantata dai lamenti del cane che sembrava avesse capito tutto. Così Isabel scelse d’essere sensibile esclusivamente ad un dolore, il dolore che gli procurava la scomparsa di Steve. E la devastante consapevolezza della perdita del suo uomo la spinse ad imbracciare  fucile che aveva dentro casa, a portarsi sull’uscio della porta ed a sparare in aria diversi colpi in segno d’un estremo saluto al valoroso soldato. Da lontano, la giovane cameriera Teresa De Luca seguì ogni gesto. Che cosa, adesso, avrebbe perso la contessa De Obligado? Dopo diversi giorni ricevette la visita del maggiore inglese Harold William Tilman, capomissione Simia. E quando gli Alleati angloamericani stavano affrancando il bellunese dal nazifascismo, Isabel De Obligado scivolava nel silenzio lasciando il palcoscenico ai liberatori. Pure il dottor Hubert Lauer scomparve. Ed ancora oggi la vita di Isabel, a Mareson di Zoldo Alto, è ammantata di mistero e amore.

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