IX Agosto 

Quella notte ci ritrovammo di nuovo sotto un cielo stellato.

Ormai era diventato quasi un accordo tacito il nostro, una promessa mai pronunciata ma condivisa da entrambi con religiosa devozione: era quello il nostro luogo d’incontro prediletto.

“Ti va di andare a vedere le stelle cadenti stasera?” mi chiedesti di punto in bianco quel giorno senza pensarci troppo.

“Ma oggi è il 9 agosto, la notte di San Lorenzo è domani” risposi io un po’ perplessa.

“Lo so, ma il 10 devo lavorare” mi spiegasti tu dall’altro capo del telefono.

Accettai l’invito e, in anticipo di una notte rispetto a tutti gli altri, ci ritrovammo sulla cima di una collina sdraiati su un asciugamano umido ad osservare la volta celeste.

Parlammo a lungo quella sera, parlammo di niente ma anche di tutto.

Ci aggiornammo sugli avvenimenti più rilevanti che avevano interessato le nostre vite negli ultimi mesi, come ci capitava di fare ormai di tanto in tanto.

Mi parlasti di lei senza mai pronunciare il suo nome, era forse un vano tentativo di tenerla lontana dalla tua memoria il più a lungo possibile?

Anche se, a pensarci bene, da come ne parlavi sembrava invece che il suo ricordo fosse ancora perfettamente vivido nella tua mente e, molto probabilmente, anche nel tuo cuore.

Poi, per poco, non mi chiamasti proprio con quel nome che con tanta fatica stavi cercando di evitare a tutti i costi e per una buona manciata di secondi ti odiasti a morte per quell’errore tanto sciocco quanto comprensibile.

“Scusa, mi dispiace” mormorasti confuso, forse rivolto più a te stesso che a me.

“Tranquillo dai, non fa niente. Anzi è normale, i nostri nomi fanno anche rima” dissi io per cercare di sdrammatizzare la situazione, come a volerti giustificare a tutti i costi.

Credevo davvero a ciò che avevo appena detto, non ero infastidita ma tu sì, te lo si leggeva chiaramente in volto, così ti limitasti a rivolgermi un mezzo sorriso imbarazzato per poi cambiare subito discorso.

Il fantasma di lei, e di ciò che eravate stati fino a poco tempo prima, ancora ti perseguitava. Tu non hai mai fatto nulla per nascondermelo, come io non ho mai fatto nulla per impedirti di farmelo sapere. Al contrario, ti ho ascoltato silenziosamente annuendo nel buio della notte. Non sapevo esattamente cosa dire per consolarti, non sapevo quali fossero le parole giuste da usare né se  effettivamente spettasse a me trovarle. Non volevo cadere nelle frasi per incartate da biscotto cinese della fortuna.

Una buona parte di me era sinceramente dispiaciuta per tutto quello che avevi vissuto e che ancora stavi vivendo.

Ma una parte un po’ più piccola era felice perché io, diversamente da te, ero stata graziata e non ero andata incontro al tuo stesso destino in quegli anni passati che ci avevano visti lontani.

“Ne è valsa la pena?” avrei voluto chiederti quella sera, ma non l’ho fatto. Probabilmente perché conoscevo già la tua risposta. Per me non ne sarebbe mai valsa la pena, non con la consapevolezza lampante che un epilogo del genere sarebbe stato lì pronto ad aspettarmi dietro l’angolo. Ma tra i due sei sempre stato tu il più coraggioso in questo genere di cose, quindi sapevo che se ne avessi davvero avuto la possibilità avresti ripercorso la stessa strada passo dopo passo. Perché con lei non avevi conosciuto solo il dolore ma anche tanto amore e forse questo era abbastanza per te.

“Ehi, guarda là!” esclamai rompendo il silenzio notturno.

Puntai un dito verso l’alto e nell’esatto istante in cui pronunciai quelle parole un’enorme stella cadente illuminò il cielo squarciandolo in due.

“Wow” sussurrammo all’unisono con gli occhi che brillavano, poi scoppiammo a ridere. Per un momento ci sembrò di essere stati catapultati indietro nel tempo, sembravamo due bambini alle prese con la prima stella cadente della loro vita.

Ma come biasimarci? Quella era stata davvero la stella cadente più grande e luminosa che avessimo mai visto, si era presa tutto il tempo del mondo per fare la sua traversata nel cielo, probabilmente voleva farsi vedere da tutti durante la sua lunga sfilata e così noi l’avevamo subito accontentata beandoci di quello spettacolo magico senza fiatare.

“Sai perché le stelle cadono?” mi chiedesti tutto d’un tratto inclinando la testa verso di me.

“Beh, sì. Perché entrano in contatto con l’atmosfera terrestre. Tecnicamente non sono neanche stelle ma solo pezzi di roccia provenienti da chissà quale corpo celeste. Quelle che vediamo noi ad occhio nudo si chiamano ‘meteore’, se non ricordo male” risposi io cercando di far riferimento a quei pochi ricordi confusi riguardanti le noiose lezioni di scienze delle medie.

Tu iniziasti a ridere divertito e lì capii che non te ne importava un fico secco della spiegazione scientifica di quel fenomeno così sbuffai per poi ammettere:

“No, non ne ho la più pallida idea. Perché le stelle cadono?”

Il tuo sorriso sbiadì come inghiottito dalla notte stessa, tornasti improvvisamente serio per poi spostare di nuovo lo sguardo verso il cielo sopra di noi.

“Perché soffrono. Perché il loro amore non è più corrisposto o magari perché non lo è mai stato. Così non gli resta altro da fare se non distruggersi. Si fanno coraggio e si lanciano a peso morto contro la nostra atmosfera per poi prendere fuoco e svanire nel nulla, come se non fossero mai esistite. Alla fine noi diventiamo i soli ed ultimi testimoni della loro esistenza.”

Rimasi in silenzio per qualche secondo a riflettere.

Sai, in un certo senso anche Pascoli la pensava come te. Con la sua famosa poesia del ‘X Agosto’, proprio nella storia della rondine che non riesce a tornare al nido, è lì che ci infilò le stelle cadenti della notte di San Lorenzo.

Lui doveva saperlo molto bene perché così tante stelle brillavano e cadevano nel cielo tranquillo, così bene che alla fine pregò disperatamente affinché la Terra venisse inondata dal loro pianto.

Mi decisi a scuotere la testa contrariata per poi dichiarare:

“No, non sono d’accordo.”

“Su cosa? Sull’amore non corrisposto?” chiedesti genuinamente, perché dopo più di quindici anni di conoscenza sapevi perfettamente che non ero mai stata una persona particolarmente romantica e che avrei potuto avere molto da ridire su quel passaggio in particolare.

Ma io scossi nuovamente la testa.

“No, su quello potrei anche essere d’accordo.”

“E allora su cosa?”

“Sulla parte del coraggio.”

“Spiegati meglio” mi incitasti incuriosito.

“Non credo ci voglia coraggio per autodistruggersi. Anzi, per le stelle è la scelta più ovvia da fare, se prendiamo la tua teoria per buona. Chi mai vorrebbe rimanere a fluttuare nello spazio per l’eternità senza il proprio amore?”

Dopo quelle parole calò uno strano silenzio che ingombrò l’aria intorno a noi.

“Ci vuole molto più coraggio a rimanere lassù e continuare a brillare da soli” mi sentii quasi in dovere di aggiungere.

“In ogni caso non spetta certo a noi giudicare le loro scelte. Possiamo solo compatirle e soprattutto ringraziarle, perché senza di loro non potremmo esprimere i nostri desideri. A proposito, tu l’hai espresso un desiderio con la stella gigante di prima?”

Mi accorsi con la coda dell’occhio che annuisti rimanendo però in silenzio.

Tornai anche io con lo sguardo verso il cielo.

“Io no, mi sono dimenticata” borbottai un po’ dispiaciuta.

“Puoi sempre farlo ora.”

“Ma funzionerà comunque?” chiesi perplessa. Ero convinta che i desideri dovessero essere espressi nel momento esatto in cui si vedeva una stella cadere.

“Se non ci provi non lo saprai mai.” mi rispondesti in tutta tranquillità.

Capii che avevi ragione così chiusi gli occhi ed espressi anch’io il mio desiderio.

Vorrei che voi stelle cadenti la smetteste di soffrire così tanto per amore. Vorrei che non vi autodistruggeste più, anche se questo significasse non vedervi più illuminare il cielo con le vostre scie. Vorrei che imparaste ad essere felici anche da sole, perché ve lo meritate davvero.’

“Fatto?”

“Fatto.”

“Era un desiderio bello lungo il tuo. Cosa hai chiesto a quelle poverette?”

“Non te lo posso dire, lo sai. Sappi solo che se mai un giorno si dovesse davvero avverare tu saresti uno dei primi a scoprirlo.”

Feci una breve pausa, poi ripresi:

“Però devi avere la pazienza ed il coraggio di aspettare fino a quel momento.”

Calò nuovamente il silenzio, questa volta molto meno ingombrante e fastidioso di quello precedente.

Ti voltasti verso di me ed io feci lo stesso.

“Grazie” sussurrasti.

Il buio mi impediva di leggere le espressioni sul tuo volto ma ti conoscevo abbastanza bene da sapere che stavi sorridendo, così sorrisi anche io e poi ti risposi: “Non devi ringraziare me ma le stelle, è tutto nelle loro mani adesso.” 

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Discussioni

  1. Cavoli, sono arrivato a fine racconto con gli occhi lucidi.
    Ho trovato bellissimo il desiderio espresso dalla protagonista. C’è molta sensibilità in questo racconto, e lo stile è decisamente approrpiato, pulito e scorrevole.
    PS: Sì, secondo me ne vale la pena.

  2. Molto molto bello. Molte parti mi hanno colpita, la metafora delle stelle, nel particolare, è molto potente. Quello che maggiormente mi ha commossa, e che credo renda la tua bravura, è il coraggio che la protagonista ha di rimanere in silenzio, scegliendo esattamente le parole da non dire. Quando decide di parlare, lo fa in funzione di ciò che prova lui, mettendo a parte il proprio dolore per curare quello dell’uomo. Hai fatto un lavoro notevole, segno di una spiccata capacità introspettiva. Complimenti.

  3. “Vorrei che non vi autodistruggeste più, anche se questo significasse non vedervi più illuminare il cielo con le vostre scie. Vorrei che imparaste ad essere felici anche da sole, perché ve lo meritate davvero.’”
    Ho letto questo passaggio con l’interpretazione stelle cadenti=esseri umani nella mia testa. Che altro dire, sempre molto apprezzato il doppio strato di significato con cui costruisci le tue belle storie!

  4. Un racconto davvero bello, leggerlo e’stato come guardare una fotografia, cogliere un momento speciale del tempo. Ci sono davvero tanti spunti di riflessione che spingono a meditare sulla condizione umana e il riferimento al Pascoli e’forse il momento più romantico di un romantico testo. Molto brava