La baita

Era iniziato durante una breve vacanza con degli amici in montagna. L’ultimo giorno affrontammo la pista più impegnativa. La neve era polverosa, perfetta, il cielo terso.

La pista scendeva dapprima larga e dolce per poi incanalarsi in un’ampia curva tra pareti di roccia a strapiombo. D’un tratto ci trovammo di fronte a una piccola baita adagiata contro due grossi massi. Gli spioventi del tetto, scanditi da una teoria di ghiaccioli, formavano un riparo asciutto su una balconata di legno.

Ci sedemmo contro gli zaini bevendo caffè dai termos e guardando l’anfiteatro magnifico di vette innevate, pendici boschive e pascoli. Sul fondovalle s’intravvedeva il villaggio con le case sparse lungo il fiume come una manciata di ciottoli bianchi.

Ed ebbi un’idea.

Dovevo finirlo quel libro. L’editore lo sollecitava, il mio orgoglio lo richiedeva. Ma non ci riuscivo.

Per cui quel pomeriggio mi ripromisi di affittare quella baita tra i monti per isolarmi, senza distrazioni e tentazioni.

Per vari impegni tutto fu rimandato di alcuni mesi e quando vi tornai era l’inizio di autunno.

Mostrai all’oste una fotografia della baita chiedendo informazioni. Mi guardò in silenzio, poi, quasi controvoglia, indicò con un cenno del capo un uomo anziano seduto in un angolo.

Mi avvicinai. L’uomo aveva occhi piccoli e miopi quasi nascosti da sopracciglia folte e irsute. Continuava a muovere la bocca come se masticasse, facendo oscillare su e giù un sigaro spento annegato tra baffi neri e barba bianca.

“No!” aveva risposto “Non affitto e poi è in disordine, non ci vado da anni, presto inizierà a nevicare e non è facile da raggiungere se non si conosce la montagna.”

“Tre settimane, trecento alla settimana.” provai ad insistere “Per il disordine non si preoccupi, mi terrà occupato, quanto al resto non penso di scendere a valle. Mi porterò abbastanza provviste. Sono uno scrittore, ho bisogno di silenzio e pace…”

Aveva risposto di no ma poi dopo un paio di giorni mi aveva fermato per strada.

“Pagamento anticipato, ecco la chiave. Non so se il cellulare prende lassù.”

La salita fu molto più impegnativa di come l’avevo immaginata. Giunsi alla baita ansimando. Mi fermai un attimo accanto ai grandi massi che la sovrastavano. Alcuni arnesi arrugginiti, una gerla sfondata. Una lastra di granito infilata sghemba nel terreno con un cappello di neve.

Girai l’angolo salendo sulla terrazza di legno. Aprii con la grossa chiave di ferro e spinsi l’uscio.

Un unico locale scuro. Un’alcova con un letto, un fornello a gas su un ripiano, una stufa di ghisa e scaffali con bicchieri e piatti.

Un tavolo al centro della stanza, un grande lume a petrolio decorato da corna di cervo appeso alle travi del soffitto.

E tutto in ordine perfetto, non un granello di polvere! Cuscino e piumino sul letto, una tovaglia a quadri e una ciotola sul tavolo. Il pavimento consumato dal tempo sembrava incerato di fresco.

“Diavolo di un vecchio” pensai “forse alla fine gli ero simpatico e ha mandato qualcuno a pulire.”

Sistemai le mie cose, raccolsi della legna da una catasta di fianco alla casa, esplorai in giro. Appese al muro, un’immagine sacra, una cartolina sbiadita e una vecchia fotografia parzialmente coperta da un rametto di ulivo pasquale. L’immagine sbiadita di un giovane in divisa da alpino. Per le fasce ai polpacci, il tipico cappello con la penna di corvo, la giacca di panno e le giberne, doveva risalire all’incirca alla prima guerra mondiale.

Infine portai fuori una sedia, accesi la pipa e mi misi a contemplare il tramonto.

Apparve all’improvviso.

Doveva essere salita dal sentiero aggirando la casa non vista. Quasi lanciai un grido.

Mi era sembrata una donna anziana per via dei vestiti ampi e pesanti, ma quando si avvicinò vidi che non doveva raggiungere la trentina. Aveva un viso ovale dalle guance rosse, lunghi capelli neri trattenuti da un foulard. Una gonna di panno lunga, un grembiule e uno scialle attorno alle spalle.

Si era fermata al margine della terrazza continuando a guardare verso la valle.

“Resto poco, aspetto qualcuno.”

Lo aveva quasi sussurrato, non ero neanche sicuro di aver sentito bene.

Dopo la prima sorpresa, la visita inaspettata non mi dispiaceva. Poteva essere interessante parlare con qualcuno del luogo.

“Posso offrirvi…” esitai, non avevo molto “un caffe? In verità sono appena arrivato e non so neanche…”

“Nella scatola di biscotti sullo scaffale, quella con i fiori.” disse lei senza guardarmi.

Le portai sulla terrazza una tazza di caffè e mi sedetti. Cercai di trovare qualcosa da dire ma fu lei parlare, sottovoce, sempre guardando verso la valle e il sentiero.

“Arriva tutti gli anni, sapete? un uomo grosso, con un cappello brutto, batte il bastone mentre cammina. Prima fa un giro in paese poi sale sui monti dove ci sono le famiglie più povere e quelle più numerose.

Una specie di contratto. Paga anticipato e ci si vive con quello se i mariti partono. Prende quelli di sei, sette, a volte otto anni, ma solo se sono magri. Gli guarda in bocca come alle bestie, gli palpa le braccia e le gambe. Devono essere magri ma sani, forti ma esili.

Torna a prenderli a fine estate dopo il raccolto. E i ragazzi scendono a valle per seguirlo e salgono sul treno. Con i pantaloni e il giubbotto e le scarpe nella sacca per non consumarle. Hanno occhi grandi e la bocca aperta, non sono mai stati sul treno e non sono mai andati lontano. Ancora non hanno provato la nostalgia che quella viene dopo.

Le madri piangono alla stazione, ma la più parte non regge di andarci. Li saluta sulla porta.

E i bambini vanno, il naso contro il vetro. Vanno per finire a dormire uno sugl’altri in una cantina a terra o su un pagliericcio, a mangiare zuppa e polenta senza lavarsi che alla mattina si fa prima.

Il padrone se li tira dietro all’alba per le strade dei palazzi, e gridano ‘spazzacamino’ e se qualcuno getta un soldo devono correre.

Si arrampicano per la canna spingendo la spazzola sopra la testa, e lo mangiano e lo respirano il creosoto che anni dopo gli viene fuori se sputano.”

La ragazza si alzò versando il caffè e sciacquando la tazza nella fontanella. Rabbrividii. Si era alzato il vento e volavano fiocchi di neve.

“È caduto nella canna del camino,” disse infine guardandomi “Si è rotto le caviglie ma gliele hanno guarite male. Ora cammina zoppo… ma almeno torna.”

Avevo smesso di capire.

“Chi?”

“Piccolo. Non è un nome da cristiano, ma si chiama così. Lo chiamava così suo padre e il nome è rimasto. Piccolo torna.”

Con uno scatto si avviò per il sentiero prendendomi alla sprovvista. Il tempo era cambiato, nuvole nere correvano ora veloci sui crinali, raffiche di vento battevano l’erba dei prati degradanti verso il fondo valle. D’un tratto si fece più buio e iniziò a nevicare.

“Aspetti, non può andare ora, sta peggiorando.”

Aveva lasciato il sentiero, il vento le faceva schioccare i vestiti e le scarmigliava i capelli.

“Fa fatica, fa fatica coi bastoni, devo cercarlo che si fa buio.”

La voce mi raggiunge appena nel sibilo del vento.

“È giovedì, Piccolo torna…”

M’infilai gli scarponi senza allacciarli, mi lanciai per il pendio chiamandola. L’erba ricoperta di nevischio era viscida. Inciampai, rotolai a terra.

La donna era solo un’ombra indistinta in un turbinio di neve.

Cercai di alzarmi, il piede mi sfuggì, caddi su dei sassi, poi fu buio. Buio senza coscienza. Il vento mi portava grida lontane, non riuscivo a muovermi… piccolo… Sentii qualcuno che mi afferrava, mi sollevava.

Devo aver delirato. Ombre, luci. La schiena del vecchio, credo. L’odore del suo alito di grappa e sigaro.

Aprì gli occhi e mi alzai a fatica. Ero solo. I vetri appannati, la stanza in penombra.

Frastornato, guardai attorno e all’improvviso mi colpì. Qualcosa che avevo visto… Cercai di ricordare…

Di slancio uscii affondando nella neve fresca soffiata dal vento contro la porta. Girai l’angolo della baita.

Una lastra di pietra dai bordi smussati incrostata di ghiaccio. Spazzai la neve e graffiai la superficie gelata cercando di liberarla.

Sulla lastra di granito, una croce incisa e una scritta consunta.

“Alda e Piccolo, 27 gennaio 1917”

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Valentino, mi sono piaciute le descrizioni che danno concretezza ai luoghi. Paesaggi di montagna che fanno sognare, immaginando quella baita immersa nel verde e nel bianco candido della neve. L’ idea del libro non puo` che piacere a tutti quanti noi, che nascondiamo manoscritti incompiuti nel cassetto e vorremmo mollare tutto e tutti, isolandoci, per dedicarci solo alla scrittura.
    E poi c’e` sempre un alone di mistero, anche in questo tuo racconto, che desta curiosita` e coinvolgimento nella lettura.
    Ti ha ispirato qualche leggenda particolare?

  2. Buongiorno Valentino, questo racconto mi è piaciuto. Hai saputo portarmi in quella baita, mi hai fatta incuriosire. Ti seguirò con piacere.