
La banda
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
STAGIONE 1
Benedetta, la madre di Bianca, per ultimare la costruzione della casa: avere un bagno dentro, mettere le mattonelle sul pavimento di cemento e fare l’intonaco sulle pareti esterne ancora grezze, faceva spesso lavori saltuari, per mettere da parte qualche lira.
Era l’inizio di un inverno ancora mite, quella volta che Benedetta aveva ottenuto un lavoro di sei mesi che, per molti abitanti di Dexilongu e dintorni, iscritti all’ufficio di collocamento del paese, era come fare tredici al totocalcio. Un lavoro stagionale nel vivaio dell’azienda forestale locale. Ogni giorno, mattina e sera, le operaie dovevano riempire di terriccio centinaia di fitocelle nere in polietilene, per piantarci le talee da cui sarebbero cresciute nuove piante da rimboschimento. Un lavoro ben retribuito, facile e poco faticoso, a parte la schiena molto “cancarada”, come diceva Benetta, tornando a casa, a fine giornata. Una donna collaudata anche per mansioni ben più gravose. Imbiancava le pareti, spaccava la legna, zappava l’orto e fungeva da lavatrice, con l’acqua del Flumini e il sapone di Marsiglia. Di tirare il collo alle galline, però, se suo marito non era in casa, le mancava il coraggio. Chiedeva il favore a qualcuna delle vicine: tzi’ Anna Congiu o tzia Angelina, o Teresica. Il padre di Bianca, invece, non appariva per niente turbato, anche quando afferrava il coniglio per le zampe posteriori unite, con la coda in alto e la testa rivolta verso il basso. Sguardo freddo per mirare e mano destra decisa per sferrare il colpo che gli spezzava il collo. Il coniglio agonizzante vibrava tutto e si scuoteva a lungo, prima che finisse la sua agonia. Bianca qualche volta aveva assistito a quella esecuzione penosa ma necessaria, a garantire la carne per il pranzo della domenica, che pure Bianca, “amarolla o po forza” (per costrizione o per forza), doveva mangiare.
Per Pasqua e per Natale, c’era il maialetto arrosto o l’agnello, comprato da Giroxi, l’amico pastore che abitava a Dexicrutzu. Per suo padre quello era uno dei giorni più belli dell’anno: cibo e vino a volontà e siesta prolungata, anche fino al giorno dopo, senza dover sottostare a nessun padrone.
Bianca, quando sua madre era fuori casa per lavoro, andava a scuola ogni mattina insieme alla sua amica e compagna di classe che abitava in vico Polli Secondo. E quando tornava a casa, libera e spensierata, approfittava per stare insieme ai suoi inseparabili compagni di gioco, di vico Polli Primo. Cinque maschi vivaci e spericolati, come madre natura comandava, nell’età dell’incoscienza. Ragazzini con tanta energia, il giusto appetito e tanta voglia di nuove esplorazioni. Gira e rigira, senza andare troppo lontano, avevano scoperto che l’agrumeto, oltre il campo incolto che confinava con il piccolo orto della casa di Bianca, era carico di arance e mandarini grossi e maturi al punto giusto per essere colti. Uno di loro aveva preso sa cannuga, la canna usata dai genitori per raccogliere i fichi d’india dalle siepi. Di solito, dopo le prime piogge di fine estate, anche la mamma di Bianca, la mattina, appena si alzava, andava a riempire un secchio, di quella frutta “bona e baratta”. Una colazione nutriente e abbondante, ricca di zuccheri; invece del solito caffellatte col pane raffermo.
Quella volta, la lunga canna, tenuta aperta e divaricata all’estremità da una pietra, a mo’ di cono, stretto alla base da uno spago, era stata utile per raccogliere i frutti senza spine, attorcigliando e spezzando ogni ramoscello con un colpo secco. Stando in prossimità del confine, a poca distanza dal filo spinato che separava il frutteto dal terreno incolto, avevano potuto cogliere molti agrumi, dolci e succosi.
Più che un furto pareva solo un gioco, un piacevole diversivo, prima di sedersi a fare i compiti e molto prima di vedere la TV. I programmi sarebbero iniziati con la TV dei ragazzi. Quel passatempo serviva anche e soprattutto a soddisfare la pancia e il palato di chi, a parte i fichi d’india nel secchio e i limoni sulla pianta di ogni casa, raramente vedeva il cesto della frutta colmo.
Anche Bianca, che aveva partecipato all’impresa, aveva gradito quegli agrumi ben maturi, scelti fra i più grossi. Le clementine, senza semi, più dolci e più facili da sbucciare, erano andate a ruba, nel vero senso della parola. Le piante più vicine e facilmente raggiungibili, erano state alleggerite del loro carico sui rami grondanti di frutti.
Dopo la scorpacciata ognuno di loro era tornato alla sua abitazione, sazio e contento, per quell’impresa portata a termine con risultati soddisfacenti. Bianca non aveva la pancia di Pierpaolo, il più grande e il più robusto del gruppo, né quella di Adriano che aveva il verme solitario, mangiava per due ed era alto e magro che pareva una cannuga con i pantaloni. Bianca non aveva neppure lo stomaco di Dodi, il più piccolo, ma vorace come un piranha. Dopo aver consumato tre o quattro mandarini, belli grossi, aveva portato via il resto della sua razione, usando come sporta la parte anteriore del maglione nuovo, di lana, fatto a mano da sua mamma. Aveva pensato di metterli da parte, non in vista, per non doversi giustificare con i genitori. E quando Benedetta li aveva trovati, nell’incavo tra un ciocco e l’altro della catasta di legna per il camino, le aveva chiesto spiegazioni. Per un po’ era rimasta in silenzio; forse soltanto in quel momento si rendeva conto della gravità di quell’azione che poteva essere considerata nient’altro che rubare. Settimo comandamento: un peccato grave. Lì per lì, più dell’’inferno, con le sue fiamme, o la penitenza che don Lapis le avrebbe imposto, Bianca temeva soprattutto la punizione che le avrebbe inflitto sua madre. L’unica via di scampo che le era venuta in mente, escludendo la fuga – che tanto prima o dopo l’avrebbe presa, rincarando la dose della surra a cratzolla – era stata una grossa bugia. E senza pensarci troppo, si era inventata che sua zia Luigina, commerciante di frutta di produzione propria, fosse andata a portarle una cassetta di mandarini.
«E la cassetta? E il resto dei mandarini? E le bucce?»
«La cassetta l’ho tornata a zia… I mandarini… mangiati io… E le bucce alle galline.»
Bianca non aveva calcolato che sua madre, più veloce di Sherlock Holmes, avrebbe indagato e scoperto tutta la verità. “In tempu ‘e fai gruxi”, (il tempo di farsi un segno di croce), come diceva spesso Benedetta, era emerso che sua cognata non vedeva Bianca da una settimana e non le aveva dato neanche uno spicchio di mandarino dall’inverno precedente. Le bucce sparse nel terreno incolto erano state la prova schiacciante di quel reato.
Una bella giornata avventurosa si era conclusa, per Bianca, con tripla razione, per cena: una per il furto, un’altra per le bugie e l’ultima per il maglione bucato. Tutt’e tre a colpi di ciabatta, senza neanche una briciola di pane nello stomaco.
Serie: I ragazzi della via Polli
- Episodio 1: I ragazzi della via Polli
- Episodio 2: La banda
- Episodio 3: Il cortile
- Episodio 4: La vaccheria
- Episodio 5: I Siciliani
- Episodio 6: Suole cuore e umore
- Episodio 7: Il fico
- Episodio 8: La caccia
- Episodio 9: La banca dei topi
- Episodio 10: Le biglie
Il mio pezzo preferito ( a parte tutto il racconto 🤣 ) è quando parli di cosa usò per portarsi via i frutti che non sarebbe riuscito a mangiare. Fare una saccoccia piegando la roba da vestire, appunto da creare così un grosso spazio, non credo sia una cosa che abbiano vissuto tutti. Questo gesto ha rievocato in me tutte le volte che lo feci da bambino, trasportandomi nei ricordi di quei periodi, quei cibi, quei profumi… cose che solo la scrittura riesce a fare, diventando quasi un sesto senso.
Non sai quanto mi mandi in brodo di giuggiole sapere che anche altri autori qui presenti abbiano fatto, anche in minima parte (arrotolando un pullover) esperienze simili – piú o meno spericolate – a quelle dei miei carissimi amici della via Polli. Ti ringrazio di cuore perché sono condivisioni che mi confortano e danno un senso alla mia passione per la scrittura.
Grazie Loris.
Credo non sia semplice scrivere immedesimandosi in una bambina, perchè questo presuppone una certa purezza d’animo.
E, lo ammetto, da bambina rubavo le noccioline dall’albero del vicino.
Se é vero che invecchiando si torna bambini, presto dovrebbe essere ben piú facile, per me, immedesimarmi in Bianca. Scherzo, ma non troppo, se consideri che sono una ragazza degli anni settanta.
Grazie Mary.
Con la tua consueta linearità hai fotografato la vita rurale di quel periodo. Il posto di lavoro visto come una vincita al superenalotto, l’uccisione degli animali da cortile lontana dalle logiche dell’allevamento intensivo, i furtarelli visti come un gioco… Sulle punizioni corporali il discorso sarebbe lungo e intricato, preferisco semplicemente dire che allora c’era una coscienza diversa da quella odierna.
Dici bene Francesco, vita rurale, furtarelli che sembravano giochi, e niente carne da allevamenti intensivi. Ognuno si allevava in proprio i suoi animali da cortile. Il superenalotto, peró, é venuto dopo, a dicembre del 1976. Io mi riferisco a un periodo precedente, quando il posto di lavoro alla
“Forestale”, anche se precario, veniva considerato come fare 13 al Totocalcio.
La schedina era bianca e rosa, mi pare. Oppure bianca e rossa. I miei ricordi sono un po’ sbiaditi.
Grazie Francesco.
Si, lo so. Ho scritto SuperEnalotto per tutti i giovani fan che ci leggono. Se avessi scritto “fare 13” non avrebbero capito. 🙂
Errore mio: 1997 e non 1976. E avevo pure verificato poco prima. Non mi sarei accorta di aver sbagliato scrivendo la data di intriduzione del Superenalotto se non mi avessi scritto quest’ultimo commento; perció grazie.
Si respira un’atmosfera d’altri tempi: nostalgica, ma, al tempo stesso, felice. Come uno di quei ricordi che è sempre bello riportare alla mente di tanto in tanto.
Grazie Giuseppe, nostalgia é una delle parole piú ricorrenti nei commenti di questi primi episodi della serie. In realtâ non rinnego nulla di ció che ho visto o vissuto, in parte, anche direttamente, nel periodo di cui parlo. Tutto serve nella vita, finché c’é vita che continua e che si puó raccontare ridendoci sopra. I lividi non ci sono piú e neanche chi dava le botte. I genitori di quei bambini, (ormai adulti tra i cinquanta e i sessant’anni, e oltre), sono tutti morti e sepolti. Solo uno resiste ancora resiste, da un secolo, e ogni tanto alza la voce, in tono di comando, pur non riuscendo piú ad alzarsi in piedi da solo. E ormai non fa piú paura a nessuno, neanche a chi si spaventava tanto, per un suo sguardo minaccioso.
Questa storia è bellissima, scritta con la mano di una professionista e gli occhi di un bambino, preziosa come le cose che rischiano di scomparire.
Tra luci e ombre, lacrime, e risate spensierate, con questa serie spero di far pace col passato e far sorridere o risvegliare ricordi – anche migliori – di qualche ragazzo/a degli anni 70. Grazie Roberto.🙏
Scrivo sempre senza prima leggere i commenti degli altri, per non farmi influenzare. Ho letto le considerazioni sulle punizioni. Non credo di averne prese molte ma qualche sculacciata la ricordo e non mi ha ucciso. Nella stragrande maggioranza dei casi “le botte” si limitavano a uno sculaccione e a qualche ceffone impulsivo. Non ricordo assolutamente frustrazione nei miei genitori e neanche in quelli dei miei compagni d’infanzia, solo qualche raro padre aveva la mano appesantita dall’alcol e dall’amarezza ma era biasimato da tutti. In compenso nei ragazzi di oggi vedo il frutto delle mancate punizioni, dei NO mancati e la conseguenza è un’assoluta mancanza di rispetto: verso genitori, insegnanti, adulti e coetanei. Le punizioni corporali erano, forse, un errore ma sono state sostituite dal nulla assoluto e i primi a pagarne le conseguenze saranno questi ragazzi incapaci di prendersi delle responsabilità.
La questione dell’educazione, senza nessuna pretesa di avere la veritâ in tasca, é spinosa, oggi, come ieri, per motivi diversi. Questi racconti che scriviamo non hanno la pretesa di essere dei saggi scientifici. Io tentavo soprattutto di ironizzare e quindi di sdrammatizzare sui colpi dati che comunque, come dici tu, non uccidevano nessuno. Oggi, troppo spesso, succede che qualcuno venga colpito in modo violento e muoia per mano di chi, probabilmente, non é stato traumatizzato dalle punizioni corporali date dai genitori e forse neanche dalle troppe negazioni e continui rifiuti ricevuti. La risposta non ce l’ho, però credo che ci sia, spesso (non sempre), un troppo pieno materiale da una lato e un troppo vuoto dall’altro, di tante cose immateriali che mancano, tolgono senso alla vita propria e non riconoscono il valore della vita altrui.
Ciao M.Luisa, quanti ricordi mi hai riportato agli occhi. Che dolce lettura: un filmino di quegli anni, senza inutile retorica ma con tanto amore. Grazie!
Ciao Giuseppe, che piacere ritrovarti. E che gioia mi dai nel condividere ricordi simili, anche se non perfettamente uguali, che qui su Open molti hanno sentito raccontare solo dai nonni o tutt’al piú dai genitori.
Grazie di cuore.
Queste finestre di realtà che ci sembrano così lontane… e invece basta forse fare un salto indietro di una generazione o massimo due.
Questo racconto in particolare mi ha ricordato tanto gli episodi che spesso mi racconta mio nonno della sua infanzia: uno di quei “ragazzini con tanta energia, il giusto appetito e tanta voglia di nuove esplorazioni” di cui parli tu.
Li racconta con un sorriso, anche quando parla di quante ne ha prese, mia nonna pure.
Non è tanto la punizione corporale secondo me il “nemico”, ma quello che ci sta dietro: stai colpendo il bambino perché sei frustrato? Vuoi fargli davvero male per ‘fargli capire chi comanda?’ Questo è devastante per un bambino…
In ogni caso, questo racconto è dolce-amaro e non vedo l’ora di leggere il proseguo.
Giusto ShanLan, ció che fa piú male, che é piú negativo e ingiusto é colpire un figlio o chiunque altro, per scaricare la propria rabbia, la frustrazione o il risentimento verso qualcuno che funge da sacco paracolpi, per potersi sfogare. A volte, oggi come ieri, puó bastare una cosa da poco, insignificante, per scatenare l’aggressione verbale o fisica di certi adulti borderline. Persone che non riescono a tollerare neanche una goccia di pioggia sul naso.
Grazie di questa tua osservazione che contribuisce ad arricchire la discussione sul tema dell’educazione, dei bambini, indispensabile per poter prevenire i danni che potrebbero manifestarsi nell’adolescenza o in un’età piú adulta.
a me sembra tutt’altro che una favola per bambini. E non riesco a provare nostalgia né tenerezza per una condizione sociale e umana dove la frutta era un lusso. Per tacere delle punizioni corporali inflitte ai più piccoli, che sembravano assolutamente legittim e, anzi, salutari: e non è escluso che qualcuno la pensi ancora così.
Detto ciò, la testimonianza, raccontata in stile tutto sommato bonario ma senza indulgere in sentimentalismi, resta senz’altro valida nella sua autenticità.
Non sono favorevole alle punizioni corporali. Credo che possano lasciare segni o ferite profonde anche nell’anima e non credo possano favorire una crescita equilibrata. Non ho mai dato uno schiaffo, o un calcio o una sculacciata a nessun bambino; a volte, peró, mi chiedo come sarebbero diventati tutti quelli che arrivano al parricidio o al femminicidio, solo per citare due crimini molto frequenti, se avessero avuto genitori inflessibili su certe regole e principi e valori, dimostrando anche grande coerenza nei comportamenti. I no che aiutano a crescere sapevano dirli senza nessuna esitazione; peró punivano i figli, molto spesso, a suon di botte. É un dilemma che non so risolvere. Il dubbio resta.
Cose brutte a leggerle, e in fondo, anche a subirle. Eppure a qualcosa servivano: erano lezioni per la vita. Si sbaglia, si paga. E quanto si pagherà, lo si sa stimare da subito, prima di compiere “il gesto” che porterà al castigo. Questa capacità di fare un bilancio costi-benefici ha aiutato tante persone a vivere. Altre, forse, a credere che dopo un reato grave sarebbero arrivati in fondo solo scapaccioni. Non saprei dirlo con certezza.
Di certo, tante persone oggi sono convinte di non dover pagare per ciò che fanno. E qualche volta, troppo spesso, ci riescono.
Non sono riuscito a contemperare le altre cose che volevo dirti nello stesso commento di sopra e ne ho aperto un altro.
Non mi sembra che si tratti di favole per bambini, ma di vita vissuta osservata con la lente della dolcezza e della benevola comprensione. Comprensione di tutti: di chi le dava e di chi le prendeva, perché così andavano le cose e così si era abituati a spiegare le ragioni ai figli. A torto o a ragione, allora era così, almeno in certi ambiti, e da questa comprensione scaturisce, credo, la dolcezza delle tue descrizioni. Grazie sempre, io imparo e comprendo.
Grazie Giancarlo, se non ci fossi, in questo spazio virtuale così pacifico e gradevole, bisognerebbe cercarti, come diciamo noi, “a perda furriada”. Sei davvero prezioso, per ció che scrivi (ho appena letto il terzo episodio), e per la tua generisitâ nella lettura e nei commenti dei nostri racconti.
Grazie di cuore.
É una questione lunga e complessa. Hai toccato un tasto dolente, per tutti noi che assistiamo, giorno per giorno, alla crudeltà e all’efferatezza che appare spesso insensata, di certi giovani e neno giovani. Non sono in grado di capire sino in fondo, perché certi fatti stiano succedendo con una sempre maggiore frequenza. Talvolta peró mi chiedo e dico: forse l’esempio e l’educazione rigida, non priva di sani valori e principi morali, in fondo non era poi così negativa e del tutto sbagliata.
Bellissimo racconto. Come il precedente, si ha la sensazione di essere in una favola e ci scorda il lato povero e crudo che anche è parte delle vite che narri. È come se tu avessi il dono di renderci dolce l’amaro, e ogni cosa diventa un prezioso ricordo.
Ciao Dea, anche qualcun altro, dopo aver letto uno dei prossimi episodi di questa serie che non ho ancora pubblicato, mi ha detto che sembra una favola per bambini. Potrei essere d’accordo anch’io, in un certo senso, e ne sarei felice se questa sensazione venisse confermata anche da altri. Guardare con ironia e dolcezza un passato che, direttamente o indirettamente, ho vissuto e che pareva allora, spesso aspro e amaro, mi rallegra.
Grazie Dea. A presto con il prossimo racconto, tuo o mio o di qualcun altro, da condividere qui, su Open.
È come se tu possedessi una lente d’ingrandimento della vita, che te la fa scorrere davanti senza perdere alcun particolare. Voglio dire: che tu sappia scrivere molto bene è un dato di fatto ma questo non basta per fare uno scrittore. Quesllo che in te colpisce, perché non è comune, è la capacità di vedere ogni più piccolo particolare della vita, e di amarlo attraverso le tue parole.
Cara Francesca, queste tue parole mi hanno dato i brividi e mi hanno fatto luciccare gli occhi. La tua gentilezza; anzituttto, mi commuove. E poiché le tue parole le sento dal profondo dell’anima, mi toccano e mi confortano, nella consapevolezza, (grazie a te e ad altri lettori-autori di Open), che il passato puó essere doloroso per tanti, ma bispgna cercare di elaborarlo, di integrarlo nel nostro vissuto, facendone tesoro. Il tempo, cosiddetto “galantuomo”, e la scrittura, con un po’ di ironia, aiutano.
Pardon: luccicare gli occhi e non luciccare gli occhi.
Naturalmente Maria Luisa mi farebbero piacere le tue recensioni, anche di “Maschere” se ti va. Ti lascio la mia pafina Facebook https://www.facebook.com/profile.php?id=61565511064250
“Sguardo freddo per mirare e mano destra decisa per sferrare il colpo che gli spezzava il collo. Il coniglio agonizzante vibrava tutto e si scuoteva a lungo, prima che finisse la sua agonia.”
Dalle mie parti si usava sgozzare i conigli. Ricordo ancora qualcosa. Brava!
Grazie Giuseppe per la lettura e per la condivisione su queste pratiche di soppressione degli animali allevati in casa, a cui, molti di noi hanno assistito da piccoli e conservano nitido il ricordo di una visione che per alcuni é stata a dir poco, impressionante.
Davvero incredibile come riesci ad esprimere certe sensazioni!
Grazie Giorgio, spero di migliorare anche leggendo i vostri racconti. Credo di avere tanto da imparare. Il genere sul giallo che non viri troppo sul noire, per esempio, mi piace molto ma non ne sono capace. Forse, a furia di leggere i vostri testi, qualche pennellata di ocra o canarino tenue, riuscirò a darla anche ai miei piccoli racconti. A presto.
Secondo me sei sulla buona strada. Io cerco di curare molto le atmosfere per renderle in sintonia con le emozioni dei personaggi. E’ questo che ho fatto anche nei 2 prossmi libri che presto saranno disponibili su Amazon: “La villa dei castagni” e “Fori di ginestre”.
Ecco! Lo dicevo io che sei un vero scrittore. Il mio fiuto di solito non mi inganna. Leggeró volentieri i tuoi libri appena saranno disponibili su Amazon. I titoli mi piacciono assai. Se, come penso, mi coinvolgeranno, mi piacerebbe fare una recensione, se sei d’accordo.
Grazie Maria Luisa. Appena sono pronti ti avviso. Per il momento ho pubblicato su Amazon la mia raccolta di poesie “Maschere” https://www.amazon.it/Maschere-Giorgio-Rini/dp/B0D2YPTC7M
Parto dalla chiusura di @Privodanima ‘Nostalgicamente meraviglioso’. Un tuffo a rotta di collo nella nostra infanzia, ciascuno la sua, perché non importa a quale epoca apparteniamo. I tuoi racconti sono universali, sono diari di esperienza vissuta. Un applauso per la tua capacità di condividerli, come se, una volta scritti appartenessero a tutti. Bravissima.
Ciao Cristiana, grazie per la tua attenzione puntuale e per le immancabili parole di incoraggiamento. Grazie anche perché, nonostante l’ impegno per la presentazione di Isabel, che va di bene in meglio, direi, continui a dedicarti ai nostri racconti, senza alcuna interruzione.
Sono rimasta indietro come non mai 🙈 ma vi recupero tutti. Per me la lettura è tanto preziosa quanto la scrittura. Credo siano imprescindibili l’una dall’altra. Anzi, in questo periodo mi sento più a mio agio con la prima. Un 🫂
La promozione di un libro credo che richieda tempo ed energia; forse se ne può anche ricevere in cambio, attraverso la partecipazione e il calore delle persone presenti. Non so, non ho esperienze dirette di questo tipo. E non oso pensarci. Poi mi mi darai qualche suggerimento, spero.
Sarai bravissima ☺️
Quando leggo i tuoi racconti ho come l’impressione che in qualche modo tu riesca ad aggiungere degli effetti olfattivi e dei sapori… Tipo gli effetti sonori di un audiolibro ben recitato. Leggendoti, avevo la netta impressione di avvertire l’odore della cucina di Benedetta, il profumo di mandaranci e agrumi che impregna i vestiti della piccola. Il sapore di quella clementina con quel colore così arancione… Odore di olio d’oliva fatto in casa e di spezie, di aceto di vino e di pane riscaldato nel forno. Mi è venuta pure una gran fame! Se fossi stato in campagna mi sarei preparato due fette di pane preparato col forno in pietra (da noi si chiama vastedda se è semplicemente tondo o cucciddatu se la forma somiglia ad una ciambella) con olio, sale e olive nere, ma purtroppo sono a casa mia e credo di avere solo dei cracker nello sportello delle provviste d’emergenza. Me li farò bastare!
♥ Nostalgicamente meraviglioso.
Grazie Emiliano, sapevo che il mio modo di masticare il cibo con gusto, invogliasse chi mi stava accanto a mangiare lo stesso cibo. Non ero sicura di riuscite a trasmettere con le parole gli odori e i sapori della mia terra, soprattutto della frutta matura, raccolta e mangiata. Grazie per avermi rassicurata sull’effetto gradevole, nonostante la descrizione poco piacevole del mattatoio di animali allevati nei cortili delle case.