La battaglia del santuario

I tamburi e le trombe suonavano, gli zoccoli dei cavalli macinavano il terreno e le truppe si disposero.

Aldo vide dalla seconda fila lo schieramento delle carote prendere forma. Le unità di fanteria erano moschettieri che circondavano i picchieri, le cui armi erano delle selve fitte. A frapporsi si vedevano pure i cavalieri, corazzieri le cui armature nascondevano le carote di cui erano composti.

Aldo sospirò. Gli asparagi avrebbero vinto, ne era sicuro.

«Avanti, forza!». Il capitano del reggimento di Aldo era autoritario.

Aldo e gli altri militi si mossero. Intorno, anche gli altri reggimenti si stavano spostando. Sembravano dei mille piedi e gli asparagi con cui erano fatti si sforzavano sotto i corpetti metallici.

Le carote furono le prime ad agire. I loro reggimenti cambiarono forma. I picchieri spianarono le loro armi bianche e i moschettieri infilarono nel terreno i bastoni sui quali poggiarono le pesanti armi da fuoco.

«Stanno per sparare! Le carote stanno per sparare!».

Le carote esplosero i colpi e le biglie di piombo sibilarono nell’aria. Erano imprecise, ma molte perforarono elmi e corpetti e alcuni asparagi caddero al suolo, gli asparagi che formavano i loro corpi furono spappolati. Erano feriti, erano morti, erano inutili.

Anche il reggimento di Aldo cambiò forma. I picchieri avanzarono e quel reparto diventò irto di aculei.

Aldo imitò i moschettieri delle carote. Di lì a poco appoggiò l’arma sul bastone e prese la mira.

«Fuoco!». Il capitano era sempre energico.

Aldo premette il grilletto e di lì a pochi istanti si sentì un tuono.

Il moschetto aveva sparato.

Il proiettile vagò come un moscone e Aldo lo perse di vista. Sperò avesse ucciso una carota, o quantomeno danneggiato una carota.

«Avanti, asparagi! Per la nostra patria».

Ma le carote avanzarono, avanzarono di prepotenza e le loro picche si intersecarono a quelle degli asparagi. Scoppiò la zuffa e molti soldati, da tutte e due le parti, furono trafitti.

Aldo stette attento e poi mise mano allo stocco appeso al cinturone che portava alla vita.

***

Marcolino era in cima al cavallo. Era chiuso nella corazza, abbellito dalla sciarpa che indicava la sua unità ed era pronto al combattimento.

Il capitano dello squadrone passò di corsa, il suo cavallo che nitriva e gli zoccoli facevano un suono sordo che a stento si sentiva. «Prepararsi! Fra poco si va alla lotta».

Marcolino aveva le pistole cariche.

A un cenno di stendardo, lo squadrone avanzò e poi prese velocità. Raggiunse un reggimento di fanteria delle carote e Marcolino spianò un braccio fatto di asparagi con la pistola. Esplose un colpo. Poi ne sparò un secondo con l’altra pistola e subito la prima fila si scisse. La metà a destra si ritirò a destra, la metà a sinistra si diresse a sinistra, poi si ritrovarono nell’ultima fila per ricaricare le armi, mentre la seconda fila era adesso la prima e stava per sparare.

Ma anche le carote esplosero dei colpi con i moschetti e i picchieri cercarono di punzecchiare i cavalli.

Era il caracollo, quella tattica, e molte carote stavano morendo, o quantomeno le carote che costituivano i loro corpi erano rovinate del tutto. Ci sarebbero volute molte carote per guarirli.

Marcolino gioì.

***

Dall’alto del rilievo Furio osservava la battaglia in corso. I reggimenti di asparagi stavano spezzando lo schieramento delle carote. Un po’ grazie al bombardamento delle bocche da fuoco, un po’ grazie alla conoscenza del punto debole, quel fronte si stava spezzando. Furio ordinò: «Continuare a bombardare».

Le artiglierie proseguirono.

A quel punto, i reggimenti di fanteria degli asparagi si insinuarono in una spaccatura fra le forze delle carote e la allargarono a colpi di picca e a colpi di stocco, finché i cavalieri non si intromisero e aggredirono da sinistra e da destra le carote, le quali provarono a reagire ma furono perseguitate e molte perirono.

Dal campo di battaglia, Furio sentì le urla e le esplosioni delle armi da fuoco. Nell’aria restava il fumo dei botti e certo l’odore non era dei più buoni, ma quel che importava era che gli asparagi stessero vincendo.

Furio era felice e già si immaginava un dipinto di lui con il corpo fatto di asparagi mentre trionfava sulle carote dal naso adunco, il colorito arancione. Erano così insopportabili le carote.

Furio ordinò ai suoi subalterni: «Venite. Raggiungiamo il santuario».

Il santuario era lì, e presto vi furono davanti. Era l’edificio in cui era sepolto il pittore, e solo conquistandolo si avrebbe potuto possedere l’incredibile dono di essere immortalati in un quadro epico, che avrebbe tramandato agli asparagi del futuro la vittoria di quel giorno.

Il santuario recava la scritta: Qui è sepolto il pittore Arcimboldi.

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Discussioni

  1. “Furio era felice e già si immaginava un dipinto di lui con il corpo fatto di asparagi mentre trionfava sulle carote dal naso adunco, il colorito arancione. Erano così insopportabili le carote.”
    ? Questo dipinto lo conosco…

  2. “Ma le carote avanzarono, avanzarono di prepotenza e le loro picche si intersecarono a quelle degli asparagi. Scoppiò la zuffa e molti soldati, da tutte e due le parti, furono trafitti.”
    ?