La battaglia di Bosworth

Serie: La madre del drago


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ho preparato il mio unico figlio ad essere re di questa Inghilterra. Non mi è venuto in mente niente di meglio per salvargli la vita.” "Ho preparato il mio unico figlio ad essere re di questa Inghilterra. Non mi è venuto in mente niente di meglio per salvargli la vita." (Margareth Beaufort)

(22 agosto1485)

Eccoci alla resa dei conti, dunque.

Doveva necessariamente, quel ragazzino dalle ginocchia ossute, cambiarsi nel giovane uomo pronto a dare battaglia in cambio di una corona?

Davvero non c’era mai stato un altro cammino possibile?

“Aspettiamo che si alzi la nebbia” disse Henry, scrutando la linea bassa delle colline attorno.

Bosworth Field era stata una buona idea. Non l’aveva scelto a caso.

Di prima mattina, la nebbia aveva cominciato a sollevarsi, proprio come lui aveva sperato.

L’esercito di Richard sostava al di là della collina più bassa. Nell’ultima parte di quella lunghissima notte, gli erano giunti gli odori acri del campo nemico.

Cercava di pensare lucidamente, di mantenere il controllo. Era imperativo che ricordasse alcune semplici cose.

Nella sua mente, la voce della madre si colorava via via della tenue tinta dell’alba. L’aveva stretto forte, prima di lasciarlo ripartire con i suoi uomini. Ma non aveva avuto per lui parole di conforto.

Tutto, anche la tenerezza, contava per lei meno del saperlo vivo.

Per prima cosa, tutti dovevano vedere che non sfuggiva il confronto.

“Tutti significa tutti” bisbigliò, ripetendo tra sé i suggerimenti ricevuti. “Gli amici, ma soprattutto i nemici.”

Da principio si era chiesto perché mai fosse tanto importante, ma ora capiva. Gli uomini che seguivano Richard sarebbero diventati i suoi, se avesse vinto la battaglia. Dovevano poterlo stimare; o si sarebbe ritrovato presto con un coltello piantato nella schiena.

“Secondo: se dovessi perdere, muori. Perché ti assicuro che Richard non te la farà passare liscia, e ci si divertirà un bel po’.”

Ebbe un leggero brivido. Conosceva questo re solo per sentito dire, ma non dubitava delle parole di lei.

Raddrizzò le spalle.

Il sole ormai si allungava sul campo, minacciando una calda giornata, nonostante un principio di autunno avesse già cominciato a tingere il mondo dei suoi gialli e dei suoi rossi.

Beh, era tutto qui, dunque? Il suo grande destino.

Sembrava una faccenda piuttosto semplice. Uccidere, o essere uccisi.

Fece un cenno al suo attendente.

“Formate le schiere. Cominciamo.”

Margareth non si era voluta alzare dal letto. L’aveva congedato con un bacio, e una semplice richiesta.

“Comunque vada, voglio saperlo subito.”

E William aveva capito: se Henry non ce l’avesse fatta, non l’avrebbe ritrovata viva. Ma, arrivati a quel punto, non era più possibile fare marcia indietro. Anche la più lieve esitazione sarebbe costata loro la testa.

E d’altro canto, andasse come voleva – neanche lui poteva dire se avrebbe fatto ritorno.

Una stanchezza mortale l’aveva invasa. Non si mosse fino a mattino inoltrato.

Da tempo Margareth aveva smesso di dormire come si deve. Il volto pallido recava le tracce evidenti della fatica sostenuta in tutti quegli anni.

Aveva una faccia che urlava alto tradimento. Un vero miracolo che nessuno la guardasse mai troppo da vicino.

La sua sicurezza si andava incrinando di minuto in minuto.

Avrebbe voluto richiamare alla memoria il volto del figlio – ormai un uomo fatto – così come l’aveva visto in segreto, poco più di un mese prima.

Invece, chissà per quale motivo, rivedeva di continuo i boccoli leggeri che gli scendevano sulle spalle, nei due anni precedenti il primo taglio dei capelli.

La guardava, leggermente affranto per qualcosa. Non piangeva, ma aveva tutta l’aria di chi non è affatto d’accordo con il modo come il mondo è stato fatto.

Le mancava il respiro, al pensiero di aver mandato incontro al macello una creatura di tale fragilità e bellezza.

Perché mai aveva voluto caricare quel suo corpo gracile del peso di una corona?

Quando l’aveva visto arrivare, alla testa dei suoi cavalieri, le era parso un alieno, alto e forte, sebbene ancora leggermente sgraziato. E quando l’aveva presa ridendo tra le braccia, per poco non si era messa ad urlare che doveva tornarsene in Francia immediatamente.

Era stato quasi insopportabile stringerlo di nuovo tra le braccia sapendo che avrebbe potuto essere l’ultima volta.

Molto lentamente si sollevò dal letto. Posò i piedi sul pavimento e lasciò che il gelo le salisse fino ai ginocchi.

Non era ormai alto, il sole?

Perché mai nessuno le faceva sapere nulla?

“Quanti uomini ha Richard?”

“Sono per la maggior parte mercenari, mio signore…”

“Non è quello che ho chiesto.”

“Non conosciamo la cifra esatta, ma oso dire che i campi sono piuttosto equilibrati.”

Henry strinse le labbra. Dunque sarebbe durata a lungo. I mercenari non sono soliti cedere terreno con facilità.

Sarebbero stati costretti a battersi con la furia della disperazione. Neppure uno dei suoi uomini poteva considerarsi superfluo.

“Fate schierare anche i ragazzi dei carriaggi.”

“Mio signore… Quei ragazzi non sanno combattere…”

“Allora è tempo che imparino. Dite loro che domani a quest’ora potrebbero essere creati cavalieri sul campo.”

Quanti uomini aveva Richard?

William gliel’aveva detto, naturalmente, ma si accorse di averlo dimenticato.

Si morse un labbro con forza, astiosamente. Non era da lei preoccuparsi come una donnetta qualunque. Avevano un buon piano. William conosceva bene l’entità delle forse alle quali, per giuramento, apparteneva.

Cosa le aveva detto? Si sforzò di richiamarne il volto, le esatte parole.

“Le forze sono ben bilanciate. Il piano ha funzionato: sotto le insegne del Pendragon si è raccolta una larga frangia della nobiltà rimasta, e anche un gran numero di persone comuni. Richard ha dovuto ricorrere ai mercenari.”

Quelle parole, che da principio l’avevano così rassicurata, ora d’improvviso la turbavano.

Gente comune? Cioè, non addestrata? Mio Dio, si sarebbero colpiti a vicenda! E Richard invece aveva dei mercenari, gente che sapeva come usare la spada…

Margareth si mosse verso la finestra e aguzzò istintivamente l’orecchio, quasi potesse intuire, in distanza, lo scintillio delle picche e il clangore delle lame che si spezzavano.

“Fai tutto ciò che è necessario” sussurrò. “Henry, non morire.”

Era come una preghiera.

L’elmo gli schiacciava la fronte, facendogli colare il sudore negli occhi. La cotta di maglia gli toglieva il respiro; e tuttavia, già tre spade avrebbero lasciato nella sua carne il morso dell’acciaio, se non l’avesse avuta.

Henry scalciò un avversario che lo attaccava da sinistra, scivolò nel fango insanguinato e per poco non si impalò nella picca che quello aveva lasciato cadere. Roteò la spada che reggeva nella mano destra, calandola con forza sulla spalla di quel poveraccio. Anche attraverso il caos, poté sentire l’osso schiantarsi di netto.

Un cavallo senza cavaliere, lanciato in una corsa folle, lo sfiorò, mancandolo di poco. Solo per miracolo riuscì a conservare l’equilibrio.

Con un urlo di rabbia si scagliò sul primo disgraziato che indossava i colori di Richard, aggrappandosi a lui in un bizzarro balletto, petto contro petto, le armi inutili dimenticate lungo i fianchi.

“Dov’è lui?” urlava, stringendogli attorno le braccia per impedirgli di reagire.

Sollevò un ginocchio per colpirlo al corpo, ma incontrò l’acciaio, rischiando di finire giù, trascinato nel fango dal suo stesso peso. Lo centrò quasi casualmente con un testata al naso, e un attimo dopo si sentì innaffiare dal suo sangue.

L’uomo crollò sulle ginocchia, alzando le braccia in una richiesta inequivocabile di pietà. Indicò confusamente: a destra, a destra!

Henry lo lasciò lì a buttare sangue dal naso fratturato e prese di corsa quella direzione.

Si sentiva travolto da una specie di euforia folle e spaventosa. L’ansia spazzata via, doveva ammettere che si stava divertendo.

Un vero peccato, davvero, che la sua prima battaglia dovesse essere l’ultima di quella guerra assurda.

Quando William scartò a sinistra con il suo gruppo di cavalieri, gli arcieri posizionati al centro delle linee di Richard persero la testa per quell’improvviso voltafaccia, rovesciando frecce a caso su tutti i presenti.

Una raggiunse Henry al polpaccio, ma rimbalzò contro l’armatura – altrimenti la sua corsa sarebbe stata interrotta ben prima; l’altra invece andò a segno, nello spazio libero dalla protezione dell’acciaio, sotto l’articolazione della spalla.

Henry lanciò un grido, ma strappò via la freccia senza nemmeno fermarsi. Piombò dritto nella mischia, urlando come un matto, senza più rispetto per niente e nessuno. Reggeva la spada con entrambe le mani – il braccio della ferita s’indeboliva di minuto in minuto.

Fendente dopo fendente, William si apriva un varco nella calca che difendeva Richard.

Ma Henry sfondò per primo. Richard si voltò, un istante prima di vederselo piombare addosso – giovane, infangato e sanguinario come un dio vendicatore.

Quali siano stati gli ultimi pensieri del tiranno, non è dato sapere.

“Mia signora…”

L’uomo si sporse verso di lei, porgendole il messaggio.

Margareth sentì il braccio pesante, la mano lenta. Prese il pezzo di pergamena, macchiato e arrotolato alla meno peggio, e rimase a contemplarlo.

Possibile che proprio alla fine il coraggio le venisse meno? Ma doveva sapere!

Perché se Henry era morto… Se suo figlio, il suo unico…

Nulla traspariva dal suo viso. Era assorta, quasi stesse pregando.

Finalmente abbassò lo sguardo e lesse, socchiudendo gli occhi contro la luce del tramonto.

Quindi, per la prima e unica volta nella sua vita, cadde svenuta.

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Discussioni

  1. Ciò che mi colpisce maggiormente del tuo modo di scrivere è la capacità di creare una perfetta costruzione del testo. Nulla è lasciato al caso e la tua attenzione è evidentemente altissima. Il lettore viene portato magistralmente per mano nei cambi di scena, di persona e di prospettiva. Eppure alla fine ci si accorge di non essersi persi affatto. Un figlio che non è ancora capace di ‘essere un uomo’ e una madre che prima di tutto è donna o meglio ancora ‘il migliore dei cavalieri’ che in quella battaglia vorrebbe esserci lei. Da applauso.

  2. Un episodio molto bello, scritto benissimo e con una notevole suspence. Ho sentito chiaramente lo stato d’animo di Henry, adolescente, chiamato ad un combattimento cruciale per sé e per coloro che lo hanno seguito, decisamente troppo presto, lanciarsi con il coraggio e l’incoscienza della sua età.