La busta

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


Dal caso dei benandanti friulani (XVI-XVII secolo) emerge uno degli esempi più affascinanti e documentati di come un’istituzione — l’Inquisizione — possa letteralmente riscrivere l’immaginario di una cultura popolare. Consultando i verbali dei processi, infatti, appare chiaro come le pene inflitte in prima istanza fossero decisamente lievi e le pressioni degli inquisitori avessero un carattere prevalentemente antropologico. Essi compresero che, per estirpare le convinzioni magico-sacrali degli accusati, era necessario innanzitutto manipolare la percezione che questi avevano di sé stessi.

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: In una baita isolata tra i boschi del Friuli, Anastasia vive un’esperienza liminale in cui il confine tra veglia e dimensione onirica si dissolve completamente. Al risveglio, il dubbio sulla natura reale o spirituale dell’incontro rivela la sua eredità di “benandante”.

Procedettero su due fronti: l’incriminazione del rituale della membrana amniotica (la camicia) in primo luogo, e in seguito la criminalizzazione del sogno.

Colpisce in particolare il caso di Anna Lucia, che nel 1614 all’età di 78 anni, venne processata e condannata per magia terapeutica. Attraverso pratiche di medicina naturale, scongiuri vari e segni (le segnatrici erano talmente numerose all’epoca da poter costituire una scuola misterica), questa cara nonnetta guariva le persone.

Fu un processo di acculturazione forzata in cui l’Inquisizione non cercava il colpevole, ma la sottomissione intellettuale. Alla fine di questo percorso durato un secolo, il benandante scompare non perché sterminato, ma perché la sua identità è stata completamente assorbita (e distrutta) dallo stereotipo della stregoneria diabolica.

O forse no? Forse non ce l’hanno fatta e i benandanti sono ancora fra noi?

Anna, per esempio, lavora all’ufficio postale di un piccolo borgo e questa è la storia di una sua giornata sul posto di lavoro.

Rivoli di sudore scivolano lungo la spina dorsale e macchiano la camicetta di seta color verde smeraldo, che si tinge di aloni più scuri. Appollaiata sul mio sgabello, sento la plastica dello schienale incidersi nel mio cinto scapolare, le spalle colano. Che schifo, puzzerò? Speriamo di no. Il brusio lamentoso dei colleghi per il condizionatore guasto peggiora la situazione, mi soffoca, mi secca la gola. Lo sguardo cade ripetutamente sull’erogatore automatico di bevande e snack, mentre sogno un romantico tè nel deserto, rigorosamente ghiacciato.

Al di là del vetro una signora mi fissa come se fossi lenta. Ma non lo sono. Le mani si muovono da sole: con scatti precisi le mie dita premono sulla tastiera, sollevandosi di appena di qualche millimetro, sfiorano le lettere dell’alfabeto senza abbandonarle mai completamente. Suono la mia sinfonia meccanico – burocratica.

Nella postazione accanto, la mia collega Daniela comunica la tariffa di una raccomandata a un uomo di statura media, che indossa vestiti e scarpe da lavoro macchiati di vernice bianca. Lui la guarda come se gli avesse ammazzato il cane e sbuffa, alzando gli occhi al cielo. Paga, accartoccia la ricevuta nella tasca dei pantaloni e se ne va senza salutare.

Lo osservo percorrere il vialetto d’accesso, per lui via d’uscita dall’incubo dell’ufficio postale: l’erba, ormai alta, è cresciuta tra le fughe delle piastrelle grigiastre del viatico; alcune si sollevano in rocamboleschi dislivelli, spinte dalle radici degli alberi che cercano di emergere. Prima o poi la pressione le spaccherà in due, o anche in tre. D’altronde quella terra apparteneva alle spighe di grano e al sole d’agosto, non certo al cemento. Dalle crepe sbucano le testoline delle lucertole, che si ricacciano dentro veloci al primo rumore.

Anch’io ho voglia di sparire.

Un calore prepotente mi sale al volto, la fronte si fa umida e la vista si offusca. La testa diventa pesante, il collo cede, mi abbandono. Tutto gira e si confonde in un carosello frenetico; l’ufficio si riempie di ombre e oscure presenze. Buio.

Fluttuo in un luogo sospeso, vicino alla telecamera di sorveglianza sopra all’uscita di sicurezza. Vedo la testa pelata del mio collega, Andrea, che si volta di scatto per controllare cosa sia successo a quella sfigata – che sarei io.

Mi sento scivolare.

I pensieri di tutti gli altri si ammassano nella mia testa come uno sciame di calabroni impazziti. Sono pieni di paura. L’angoscia prende forma in un labirinto di pareti di carbone: tanti topini bianchi corrono affamati alla ricerca del formaggio, mentre dall’alto una pioggia incessante allaga i piccoli corridoi senza uscita. Mangiare per non morire, scappare per non affogare.

Poi di nuovo buio. Il mio corpo diventa trasparente, si espande. Il tempo si assenta, lo spazio non esiste, sono ovunque. Sono io lo spazio.

Continua...

Serie: Le Benandanti - Le eredi della camicia


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho letto quel poco che ho trovato sui Benandanti e vorrei approfondire, quindi dovrò procurarmi il libro di Ginzburg (figlio di Natalia). Ti sono grato per questa possibilità che dubito avrei avuto se non ti avessi letta. Interessante e intrigante il binario su cui fai scorrere Storia e immaginazione, pregevole. 🌹

    1. Buongiorno Giuseppe! Il saggio di Ginzburg è l’unico documento storico attendibile che esista, per quel che ho scoperto finora. E’ una lettura davvero stimolante e lui è decisamente un grande saggio, come Natalia. Ci tengo a precisare che salvo alcune “licenze poetiche”, le storie che pubblico sono sogni di donne che ho realmente conosciuto. All’inizio accadeva per caso, ora parto quasi tutti i finesettimana, alla ricerca di benandanti. E’ davvero un viaggione emozionante.

  2. Trovo molto interessante il modo in cui fa scivolare un saggio storico sui benandanti in una narrazione sempre più soggettiva e allucinata, fino a dissolvere il confine tra analisi e esperienza.
    Il quotidiano si apre a una dimensione percettiva e mentale instabile, in cui identità e realtà si sfaldano.
    Il tuo stile alterna registro quasi accademico e scrittura sensoriale e visionaria, creando un effetto di progressiva perdita di orientamento che coinvolge direttamente il lettore. Davvero molto interessante.