
La caduta degli dei
È tardo pomeriggio. Raccolgo tra le mani i pezzi della mia intimità riversati in un impeto di estrema sincerità tra i sedili della mia auto.
Di tutti i momenti che si presentano nel corso della vita questo non è certo uno dei migliori per sfidare la natura. Ma forte della falsa visione di inamovibilità che ho indotto gli altri e me stesso a credere, mi lascio invadere dalla tempesta. Non sono stato io a cercarla ma potrei evitarla se la mia boria non mi vietasse l’intero scenario. La mia visione da sempre uniformata al collettivo è costretta a subire un violento cambio di prospettiva.
Di tutti i modi che esistono nel corso della vita questo non è certo uno dei migliori per sbirciare sotto il velo dello stoicismo. A volte uno nemmeno ci pensa alla possibilità di non avere modo di accorgersi dell’imminente. Chi ha mai detto che saremmo stati pronti e avremmo avuto il tempo di fare un bel respiro?
Ingrano la prima marcia, incurante del vento che meschino comincia a spirare. Porta con sé il puzzo di uno scorcio di vita ricoperto di naftalina, dormiente tra un paio di pantaloni a vita bassa e una camicia bianca. Metto la seconda e non sento odore. Metto la terza e non sento rumore. Metto la quarta e non sento sapore. Metto la quinta e non riesco più nemmeno a vedere… Balena davanti a me un intruglio di sagome spente che si alternando ai lampeggianti volti di luoghi che di natura vestono abiti sgargianti. Riconosco quei luoghi. Non mi serve che l’ampiezza a me incredibile di un istante per trovare appollaiati nei loro grembi interi pomeriggi di un’estate ormai passata. Mi percuotono i sensi come il succo troppo concentrato di un agrume di stagione, così arriccio il naso, stringo le labbra e pesanti gocce di sale cominciano a solcare le dune provocate dalle mia smorfia. Non ho mai amato gli agrumi.
Riprendo coscienza di me stesso quando lo spazio percorso è già considerevole. I miei occhi stanno vomitando fuori tutto quello che non ho saputo mettere a parole negli ultimi mesi, lividi, a volermi ricordare che “magari fosse solo quello il tempo che deborda attraverso noi come acqua tra le mani nodose di chi ha visto poco e fatto tanto”. E avrebbero ragione, ma sto nell’occhio del ciclone e qui la ragione non è concessa.
Il mio istinto di sopravvivenza si accende e comincia a sbattere sulle pareti del mio cervello pregandomi con tutte le energie a cui poteva fare fondo di tornare in me, che i centocinquanta su una strada dissestata non sono di certo l’antibiotico che mi salverà. Ma è già dalla terza marcia che ho smesso di ascoltare.
Raccolgo con la manica del maglione solo un po’ di vita accumulata, quanto basta per tornare a distinguere forme e colori. Mi scopro ad inveire a suon di sguardi verso il cielo. Il bastardo aveva messo mano alle sue viscere nebulose e ne aveva estratto un tripudio di luci infuocate. Come una prima donna, una diva cecoviana, apre e agita il suo fulgido ventaglio dorato a raccogliere gli sguardi ipnotizzati di chi ha ancora fame, così lui: monopolizza la scena scuotendo il ventre in un turbinio di colori. Il tutto con sufficiente lentezza da permettere anche all’occhio più distratto di fermarsi ad ammirarne le vivaci sfumature.
Come mi sento umiliato davanti a tanta potenza. Violato, derubato del mio dolore, del suo respiro, del suo spazio.
Non voglio vedere come questa sia solo un’ anticipazione del ridimensionamento della mia esistenza e delle mie turbe con essa, che non tarderà ad arrivare. Ma è naturalmente una riflessione che non può e non deve essere ancora formulabile. Non sono stupido, sono egoista, come ogni persona che soffre.
Discorso molto razionale, troppo per lo stato in cui mi trovo. Infatti si creano buchi e ampi spazi vuoti laddove dovrebbero risiedere parole chiave per strutturare il ragionamento. Le pagine si sgretolano davanti ai miei occhi e io terrorizzato inizio ad aprire e chiudere febbrilmente cassetti della mia memoria in cerca di un pensiero che odori di lenzuolo pulito: che mi metta a dormire e mi dia il bacio della buonanotte. Eccolo dunque:
inspira: uno-due-tre-quattro,
espira: uno-due-tre-quattro,
inspira: uno-due-tre-quattro…
Mio dio, la spia della riserva è di nuovo accesa.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Ho apprezzato questo sguardo al tramonto, immutabile ed eterno, capace di far distogliere il pensiero del protagonista dal buco nero in cui si è calato. Possiamo odiare, bestemmiare la vita ma essa cercherà sempre di trattenerci a sè
Molto intenso questo racconto!
Lo è, sono contento che sia passata questa sensazione!