La campana di vetro

Vivere sotto una campana di vetro. Un immagine poetica che mi aveva sempre attirato, come le palline con la neve di cui facevo la collezione. Chissà come sarebbe stato viverci? Al riparo da tutto, confinata in un mondo fatto di sorrisi, angeli e cavalli alati; di torte, di sapori dolci, come il respiro del tuo compagno, che dorme accanto a te e ti fa sentire al sicuro. 

Il mio di respiro, che appoggiato sul vetro di quella campana aveva nascosto per molto tempo il resto del mondo. Sempre più sfocato, sempre più distante, un mondo in cui fuori una volta, ci avevo appoggiato la punta del piede e rabbrividito al contatto. Piede che scalzo, dopo chilometri, primavere, estati, autunni, inverni, aveva iniziato a provare dolore, a ferirsi. A scontrarsi con giganti montagne egoiste, perdendosi in deserti aridi di cuore, nuotando con affanno in laghi tranquilli, dove il fondale si era rivelato ingannevole e torbido.

Forse avrei dovuto usare degli scudi, forse, ma non ne sono mai stata capace. Difendermi, ma neanche attaccare, no, non ho mai imparato. Troppo fragile, troppo insicura, troppa paura. Di cosa? Delle persone, degli occhi delle persone, di quello che avevo visto dietro agli occhi delle persone. Di invidie, diavoli e cavalli imbizzarriti. 

Ed è forse lì che ho iniziato a desiderare di vivere in una campana di vetro. A crearmene una, nonostante fossi consapevole della sua fragilità nascosta dietro una bellezza apparente, come la scarpetta delle favole, che anche una come me sapeva mai potesse esistere. E che invece qualcuno d’improvviso mi aveva donato. 

Anche allora la prima reazione era stata rinchiudermi. Volevo scappare, volevo fidarmi solo di chi mi fidavo e restare chiusa nel mio regno. Ma quegli occhi…quello sguardo era diverso.

Ti amo, ma non posso. Ti amo, ma non voglio farti andar via. Vivere solo per lui, lo decisi in quel momento. In questa campana di vetro, solo noi due! Ma ora temo che neanche questo basti più, perché è semplicemente sbagliato, lui me lo sussurrava piano ogni giorno. Così mi sono fatta forza e con la spinta delle braccia io e la mia campana siamo rotolate giù a fondo valle. È stata dura, il vetro frantumandosi mi ha lasciato piccoli tagli ovunque, ma sono sopravvissuta. E ora?

Oggi che ho deciso di uscire dalla mia campana di vetro, ne sono entrata in un’altra. Si è materializzata all’improvviso in un giorno di marzo, piombandomi addosso dall’alto, catturandomi come un piccolo cardellino che con sgomento si riscopre privo di voce; rinchiudendomi in un perimetro, in un labirinto circolare, dove i miei passi stanchi hanno finito per stordirmi. Mi è girata la testa, il coraggio mi ha lasciato scappando via con un battito di ali. Mi sono accasciata in un angolo e non mi sono più mossa. 

C’è un virus terribile nel mondo reale ed è bene nascondersi dicono; vivere primavere, forse l’estati sotto una campana di vetro. 

Credevo di esserci abituata, credevo di non averne affatto paura. Ma ora che è qui, questa campana di vetro mi sembra mi impedisca di vivere! Guardo il mio amato al mio fianco, ma il mio principe non mi può abbracciare. Mi è accanto, ma per il mio bene resta distante. E quello che vedo la fuori, anche se mi ha fatto sempre paura, ora non lo posso toccare. 

E il fuori ora è il dentro. E noi che siamo dentro in realtà siamo fuori, dove ci è impedito di rientrare.

C’è silenzio dietro i vetri. Non odo più rumori, non c’è vita, molte sono state portate via. E ora il regno è attraversato da macchine che non portano da nessuna parte, e senza nessuno sopra. 

Li guardo attraverso il vetro appannato delle nostre case sicure. Quelle persone hanno la mia stessa faccia, i miei stessi occhi, e in quelli vedo la mia stessa paura. Forse il mio stesso amore riflesso negli sguardi, nelle balconate di questo teatro vuoto, dove si elevano le preghiere per quegli attori che non hanno smesso di recitare il proprio ruolo, tutti vestiti di bianco di fronte ad una platea di letti, a cui donare una sicurezza, un sonetto felice anche se molte volte pur facendolo di professione non se ne sentono capaci. 

Guardo negli occhi il mio dottore, indossa una maschera e dei guanti, lo guardo preoccupata, mi sento soffocare. Le notti prima le avevo passate insonni, avevo quasi perso la speranza. Ma ora i nostri occhi brillano e quello che vedo è l’inizio di una opera il cui libretto va letto al contrario; una tragedia annunciata al primo atto, in cui il finale spiazza tutti. E la protagonista trionfa indossando nell’ultima scena un abito mai visto prima. Quello più bello, quello della vita, della speranza di una rinascita umana, nell’animo, nell’aria e nell’acqua pulita, dai pesci nella laguna, i delfini e le balene, dal volersi bene. Lo vedo grande e sconfinato ora questo mondo, pieno di sensazioni ancora da esplorare. Lo vedo persino più bello di quello che ricordavo. Forse lo vedo per la prima volta. Come lei. 

Lei, così piccola nella incubatrice. Lei, con i pugnetti e gli occhi chiusi che si agita sotto la campana di vetro. Veronica che in questo tempo di coronavirus, scalciava dal di dentro e non vedeva l’ora di uscire. Ed è uscita in fretta, e prima del tempo. 

La guardo mentre dorme, e la mia piccola sembra rassicurare me. “Andrà tutto bene mamma” sembra dirmi sbadigliando forte. Non riesco a staccarle gli occhi di dosso, mentre penso ai suoi sogni, mi viene da piangere. Ringrazio il dottore. E con sorpresa è lui che ringrazia me in questi tempi così duri, per questa sua lacrima che dolce spunta dietro la maschera. Per questo momento di felicità condiviso, respirando a fondo un’ aria contaminata solo dal senso profondo della vita. 

Stringo forte il mio principe e guardiamo la nostra principessa. Piccola e fragile come il cristallo, come la sua mamma. Piccola ma forte come il cristallo, come la scarpetta dei sogni. 

Il medico si congratula e saluta, le sue ultime parole ci confortano. Veronica è in salute, e crescerà presto. Ora bisogna solo aspettare. Andrà tutto bene.

Aspettare… anche se io non vedo l’ora di uscire. 


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Non ti nascondo che ho fatto fatica, emotivamente, a leggere la prima parte di questo racconto. Non per demerito tu, anzi, all’opposto, per come hai reso tangible la pesantezza della vita nella campana di vetro (emotiva e reale per il virus). Ma poi il finale. È come se una forza propompente avesse sgretolato quelle campane. O meglio, le avesse riempite di una forza destinata a crescere. Bellissimo messaggio di speranza!

  2. Ciao Maria Anna, già sapevo che nascondevi molti riflessi dentro di te. La Maria Anna che fa ridere e quella che fa pensare. Mi sono lasciata trascinare fino alla fine del racconto, persa nei sentimenti che penso, chi più chi meno, abbiamo provato in questo periodo. Sono una solitaria di natura, ma la malinconia dell’immobilità mi ha assalita. Bellissimo il finale pieno di speranza: la vita va avanti e dobbiamo viverla con il sorriso sulle labbra.

  3. Ciao Maria Anna, chissà se c’è dell’autobiografico in questa storia, sarebbe una piacevole sorpresa. Ogni tanto ti prendi delle distrazioni dalla comicità e ci fai leggere di sentimenti e di vita che si rinnova. Bello e toccante il messaggio, che spazia dall’illusione di un porto sicuro alla precarietà della gioia di vivere. Serve coraggio per rompere la campana di vetro, ma è da quel momento che si ricomincia a vivere. La cosa paradossale è che una volta fuori si cerca di rientrare, in una danza perpetua in cui si cerca la sicurezza e poi l’avventura e poi di nuovo sicurezza e così via… Siamo pazzi.

  4. Ciao Maria,
    complimenti per questo brano così delicato e poetico, che mette in correlazione, fragilità personali e pandemie mondiali, la paura della malattia con la forza di una nuova vita che nasce.
    Molto bello, complimenti