La canoa di carta

SETTEMBRE. INIZIO SCUOLA.

«Ragazzi, parliamoci chiaro. Se nel corso del laboratorio vedo degli atteggiamenti divistici vi tiro una seggiolata.»

Il professor Borelli, con le mani sui fianchi, passò in rassegna gli alunni accorsi per il laboratorio teatrale scolastico. Fare teatro a scuola col prof. Borelli era diventato un fiore all’occhiello nella carriera scolastica degli alunni dell’Istituto di istruzione superiore “D. A. Maradona”. Pur essendo una scuola di periferia, l’istituto, guidato da un illuminato dirigente scolastico che aveva studiato in Argentina, offriva un percorso didattico e formativo extra curricolare di prima categoria. C’erano laboratori pomeridiani avanzatissimi di Intelligenza artificiale, di Mandarino, di Empatia e sessualità, ma partecipare al laboratorio di teatro era considerato chic, e in più offriva graditi crediti scolastici da spendere poi nel voto di maturità; cosa che ingolosiva figli e… genitori.

Inoltre, Borelli era uno degli ultimi docenti rimasti che credeva ancora nella scuola. Formatosi ai tempi dei professori sessantottini, che avevano fatto più danni della grandine, per certi versi (vedi sui criteri valutativi: tutti sono geni incompresi. Ma dai?), ma che sicuramente avevano ampliato l’orizzonte della scuola, con attività a latere che non si riducessero al mero stazionare nei banchi e rispondere solo se interrogati. Il Fare Teatro a scuola era approdato alla fine degli anni ’80, grazie alla visione lungimirante di alcuni pedagogisti all’avanguardia; poi, a poco a poco, si era consolidato per tutti gli anni ’90, tanto che anche il pachidermico Ministero dell’istruzione (e delle Arti Oscure) aveva firmato un patto con le scuole, promuovendolo e sostenendolo come buona pratica per la socializzazione e lo sviluppo armonico degli alunni. All’epoca, Borelli da studente fu uno dei baciati dal miracolo della pedagogia teatrale. E, una volta diventato insegnante, si era ripromesso di continuare nel solco di quella felice tradizione che lo aveva trasformato da studente svogliato e riluttante in studente motivato e frequentante.

«Guardate che se fate i divi la seggiolata vi arriva sul serio. E vi garantisco che fa male,» ripeté Borelli per consolidare il concetto.

I trenta studenti iscritti al laboratorio prima si lanciarono un’occhiata furtiva. 

Qualcuno fu anche pervaso da un ripensamento.

Poi, più per imbarazzo che per divertimento, scoppiarono a ridere.

Borelli rise con loro, osservandoli affettuosamente. 

«Perché vi sto dicendo questo, ragazzi? Perché sono pazzo?»

Silenzio.

«Masi, rispondi tu che sei esperto.»

Alessio Masi, Quinta E classico, uno dei veterani del laboratorio, si alzò in piedi.

«Perché a teatro siamo tutti uguali, prof. E nessuno deve fare il divo, cioè credersi superiore agli altri.»

«Esatto,» disse Borelli, facendo cenno a Masi di sedersi. «Il teatro è una forma possibile di democrazia. Certo, una democrazia un po’ strana, perché uno solo sia il comandante – come dice Omero, e in questo caso il comandante sono io, in quanto regista. Ma poi, quando sarete in scena, io non potrò più aiutarvi. Sarete soli, come nella vita fuori da qui. E lo spettacolo riuscirà solo se saprete autogestirvi in modo democratico e collaborativo. Ci siete?»

Quasi tutti annuirono.

Borelli si compiacque, soprattutto del fatto che nonostante il laboratorio fosse iniziato da un lunghissimo quarto d’ora, nessuno – e dico – nessuno aveva ancora messo mano al quadrante illuminato. E, trattandosi della generazione Z, cellulare-dipendente, questo poteva definirsi un autentico miracolo.

«Prof?»

«Dimmi Irina.»

Irina Milovic, Terza A scientifico: «Ma a fine anno ci sarà uno spettacolo, vero?»

«Assolutamente! A fine anno, tutti voi vi esibirete davanti a compagni di scuola e genitori.» Il prof mise su una maschera volutamente tetra: «Un pubblico, vi assicuro, terribileee.»

I ragazzi si guardarono sgranando gli occhi. 

Ci fu chi si mise la mano sulla bocca, chi sbuffò un po’ d’ansia, e chi infilò direttamente la testa nello zaino.

Irina balbettò qualcosa, poi provò a rendersi comprensibile: «Prof…ma io mi vergogno…»

«Ottimo Irina!» disse Borelli indicandola. «Allora sei capitata nel posto giusto.»

Al che Irina guardò perplessa Matilda Bravi di Quarta A scienze umane, che l’aveva tirata in quel covo di matti.

«Uhm, ti vedo perplessa,» obiettò Borelli avvicinandosi.  «Allora mi spiego. Il laboratorio di teatro si chiama laboratorio perché serve a sperimentare lo smarrimento, la paura, il terrore. Tu durante il lab devi provare imbarazzo, per superarlo. E per superarlo lo devi provare.»

Gli studenti ora osservavano Borelli camminare pensieroso davanti a loro.

Poi si fermò, fece un cenno spezzato, e aggiunse:

«Vergognatevi, ragazzi, e liberatevi!»

Detto questo, giudicò di aver parlato anche troppo. Dopo venti anni di insegnamento conosceva gli adolescenti come le sue tasche. E sapeva perfettamente che le parole hanno valore fino ai dieci, undici anni di vita. Dopo è tutto fiato sprecato, serve solo la pratica.

Allora li fece alzare.

Li fece disporre in cerchio.

E cominciarono con gli esercizi di scioglimento, di respirazione, di dizione.

Andarono avanti per due o tre lezioni così.

Poi, qualche tempo dopo, iniziarono i giochi di fabbricazione del gruppo.

«Tu sei un esploratore intergalattico appena atterrato sulla Terra. Non parli nessuna lingua umana, ma ti esprimi solo attraverso un fantasioso grammelot, una lingua inventata. Tu sei un giornalista umano curioso che farà delle domande all’extraterrestre sulla sua cultura, i suoi costumi o la sua missione. Tu, invece, sei il traduttore, l’unico che capisce l’alieno.»

«E noi?» dissero gli altri.

«Voi ascoltate i vostri compagni fino al vostro turno. Importante è saper parlare, ancora più importante è saper ascoltare.»

Passarono così nove lunghi mesi di scuola.

Il laboratorio proseguì di buona lena, come sempre, anche se ci furono delle poche ma naturali defezioni.

«Prof, ho l’esame d’inglese.» 

«Prof, io ho dei debiti da recuperare. I miei mi uccidono.»

«Prof, io non posso più il lunedì perché ho iniziato a studiare il bongo.»

«Ma come il bongo?» eccepì Borelli basito. «Marco, c’hai la parte principale, ma come ti sostituisco a un mese dallo spettacolo?!»

MAGGIO. SAGGIO DI FINE ANNO SU SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE.

Lo spettacolo è andato. 

I ragazzi sono stati fantastici. E ricevono i giusti applausi. 

Alessio è stato un Oberon in sottrazione, magico e ipnotico. Matilda una Titania solenne e bellissima. Irina ha fatto Puck, il folletto combinaguai.

Mentre prende gli applausi sul palco, felice e sorpresa, mi avvicino a lei.

«Brava Irina. Ti saresti aspettata tutto questo a settembre?»

«No, prof, è bellissimo!»

«Eheh,» ridacchio sornione, salutando il pubblico.

«Prof!»

«Dimmi Irina.»

«Non faccia il divo.»

SIPARIO.

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