La canzone dello sfaticato pt.1

Serie: Di sicuro non è un libro


Impiegato? Si, ma sempre e comunque costretto...

Per te è triste la sveglia ogni mattina, per te che sei felice. Per te che brilli di amore, sfaticato. Lavori per vivere, non vivi per lavorare. Per avere pani, pesci e vino da dividere in compagnia. Potresti fare anche l’imperatore, e regneresti bene, ma non ameresti esserlo. Ti svegli comunque felice al mattino, ma niente è come un risveglio senza ora. Un risveglio di vento, uccelli, sole e caffè. Non è lo stesso di una lampadina, di un rasoio, e di un bidè. Oggi hai visto le rondini, ma era già ora di lavoro. Bello volare, bello il sole, bello il mare. Il lavoro no! Se non è far arte. Ma lavori. E lo fai anche bene. E gli altri vedono che ti garba. Ma dentro sorridi sogghignante, fai ciò sol perché ti da da mangiare, e lo fai pure bene, perché pensi di poter metter arte ovunque. Sfaticato tu sei, ma solo perché fare arte non ti porta fatica. Sei nato così, e iddio lassù non vuole farti cambiare. E tu non vorresti mille danari per non fare arte.

Sfaticato, a parole.

Povero spiantato, pensi che un giorno ti daranno da mangiare per fare libri? Sei proprio uno sfaticato. Sarebbe il paradiso, per te, che vivi in mezzo alle nuvole. Ti svegli ogni mattina, presto, anche se ci si sveglia prima, che fortuna! Ma è sempre troppo presto per te. Ti vesti, dopo esserti rigirato e riaddormentato nel letto. Dopo avere spento mille sveglie, provocando l’odio nei tuoi da chi le sente e non ne necessita. Doccia, calze, boxer, camicia, nodo della cravatta, giacca, un occhio al tempo, mille chiavi, e l’impulso di sparare. Sparare al tempo, fermarlo, ucciderlo per sempre, per tornare indietro a quella scelta. Immancabile caffè, anche se della sera prima. La sigaretta accesa di corsa mentre il vento prova a negarti il fuoco. Oggi va così, domani pure.

Hai avuto paura, hai avuto di deludere tutti, hai avuto paura di rimanere povero a vita. Di non avere neanche i soldi per una birra la sera. Hai visto piangere perché ti eri fatto licenziare. Ma tu odiavi quel lavoro. Tempo buttato per fare beneficenza a un bastardo ricco del cazzo. Hai fatto di tutto per farti licenziare. 

Hai nascosto la tua tossicodipendenza dallo scrivere, e dal tuo proporti su Facebook. Sembrava tutto fatto apposta, non ti pagavano e tu usavi il tempo per provare a diventare scrittore. E ti hanno licenziato. Ma hai una macchina per viaggiare da pagare, i vestiti, le sigarette, le ricariche, una famiglia accollata da aiutare, e altre mille cazzate di cui non si fa a meno. E così, pensando per la prima volta di avere fatto una vera cazzata, preso dalla paura di essere demonizzato, hai fatto mettere il tuo nome nelle liste di proscrizione di una grande azienda italiana alla ricerca di giovani manager. 

Il primo colloquio, il secondo, il terzo, il volo a Venezia, da solo, in giacca e cravatta, il consumismo esasperato dalla mancanza di abiti civili, e la scarsa organizzazione ti hanno messo alla prova. Ma sei andato bene, parsimonioso.

Sei stato preso. Sei stato accettato. Ti hanno detto bravo. Hai mentito. Hai detto di essere pronto, pur di vedere i tuoi cari fieri di te. Hai detto che volevi quel lavoro, pur sapendo di non volerlo. Fondamentalmente, avendo sempre parlato molto e agito poco, avevi anche paura che prima qualcuno te lo facesse notare. Eppure, lo sapevi già che non faceva per te. 

Hai vinto. Dovrai partire fra due giorni. Che merda. Dopo tanti colloqui in cui saresti stato felice di essere assunto, stavolta non sei per nulla estasiato, anzi. Piangi, a dirotto, come nelle alluvioni. Forse per la prima volta, dopo tanto tempo, sei riuscito a piangere naturalmente per un valido motivo, per mille validi motivi. E allora hai scritto, nella maniera più semplice di quanto tu abbia mai fatto. E sei riuscito forse a citare tutti?

Beh, giudicalo tu lettore.

Continua...

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