La carne
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
- Episodio 9: L’uomo sotto i portici
- Episodio 10: Attraverso il Varco
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
- Episodio 3: La direzione
- Episodio 4: Il Vaso di Pandora
- Episodio 5: Attraverso Catherine
- Episodio 6: Il nome dimenticato
- Episodio 7: Il segnale
- Episodio 8: La carne
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Solo un secondo in più.
È tutto quello che serve. Solo un secondo in più di presenza, un secondo in cui il corpo è davvero il corpo, in cui il peso è davvero peso, in cui il freddo del pavimento sotto i piedi è una cosa reale che accade a qualcuno che è davvero qui. E in quel secondo Alder si pone la domanda a se stesso, a quella parte di sé che non ha nome e non ha voce ma ha qualcosa che somiglia a una coscienza, qualcosa che osserva tutto il resto dall’interno come si osserva un panorama dalla finestra di un treno che corre rapido.
— Chi sono io per fare questo?
La domanda cade in uno spazio senza eco. Natan non risponde con le sue congetture. Andrew è in silenzio con il suo desiderio di carne. Caroline tiene il volto di Alder con la sua mano come in un fermo immagine. Omen è solo ombra e corridoio buio.
La domanda resta sospesa come resta sospesa la polvere nell’aria quando la luce la attraversa, visibile solo perché c’è qualcosa che la illumina, la polvere che crea gli elementi, pacchetti di informazioni che accendono ogni giorno il mondo che ci circonda. Perché senza di essa sarebbe invisibile e inesistente per tutti gli scopi pratici. Influenze che contagiano. Trasmissioni che trasformano.
— Chi sono io per farmi carne e informazione?
Per scendere dal segnale al corpo, dall’oscillazione alla presenza fissa, dall’intermittenza alla continuità. Per occupare spazio nel mondo reale con la stessa certezza con cui le cose ordinarie occupano spazio come le sedie, i tavoli, la maniglia di ottone sulla porta di Catherine, i sampietrini di Torino sotto la pioggia. La vibrazione crea le cose che tocchiamo.
— Chi sono io per stare in mezzo agli uomini? Non posso non farlo.
Perché la distanza tra il divino e l’umano non è qualcosa che arriva dall’alto. E’ qualcosa che entra nel canale legato alla carne, all’illusione del tempo e alla mortalità. La carne è quella cosa che spezza tutto ma tiene insieme, è un varco che Alder ha sempre guardato da fuori come si guarda un posto in cui non si ha il permesso di entrare.
Chi ha detto che Alder non appartiene al mondo reale quanto qualunque altra cosa che ci si trova, allo stesso modo di Catherine che regge con la mano il viso di Alder e aspetta. Tutti aspettano che arrivi qualcosa, qualsiasi cosa. Informazioni nuove, coordinate da seguire.
Aspettano che scelga di restare.
— Chi sono io per fare questo?
E’ una domanda data dalla paura e tutti oggi provano paura per qualcosa di invisibile che sta per manifestarsi.
— Chi sono io per essere abbastanza forte da reggere il peso della presenza continua, da non sparire quando qualcuno mi vede davvero, da restare nel corpo anche quando il corpo fa male, anche quando la carne è quella cosa che sanguina, anche quando farsi reale significa diventare vulnerabile a tutto quello a cui sono vulnerabili le cose reali.
— Vulnerabile è sinonimo di realizzabile.
La paura è di non riuscire a sopravviverci. Di diventare carne e scoprire che il corpo non è abbastanza forte e che il segnale era più sicuro nell’oscillazione e che il velo proteggeva anche mentre divideva, che l’intermittenza era una forma di sopravvivenza mascherata da onde che viaggiano tra questo e un altro mondo.
Natan dice, piano, quasi sottovoce:
— La domanda sbagliata produce la risposta sbagliata.
Alder aspetta.
— Non è chi sono io per farlo. — continua Natan. — È cosa succede se non lo faccio.
Il silenzio che segue è diverso dagli altri silenzi. Ha una qualità che Alder non riconosce subito. È il silenzio di una risposta che non ha bisogno di essere spiegata perché già conosciamo la risposta. È già stata scritta nelle coppie morte mano nella mano. Nelle migliaia di segnali lanciati verso di lui attraverso il buio. — Emily, il bambino, l’orsacchiotto, la porta nera, il cerchio con il punto. È scritta nella voce dell’umanità che si eleva verso il cielo chiedendo di essere ricordata.
— Cosa succede se non lo fa? — Sussurra Andrew.
Succede quello che è già successo. Succede sempre.
La separazione continua. Le catene cedono una alla volta per tutte senza rumore. Le porte si aprono e qualcosa passa e non trova nulla. Il mondo si divide ancora e ancora lungo le stesse fratture antiche, lungo le stesse crepe che nessuno ha mai chiuso.
Catherine ha ancora la mano sul suo viso.
La sente adesso. Il calore preciso delle sue dita, la pressione leggera che non stringe ma regge, quella cosa antichissima che i corpi sanno fare quando le parole non bastano.
Alder chiude gli occhi.
Dentro, le voci tacciono. Non spariscono — tacciono. Restano lì, ciascuna nel suo posto, ciascuna con la sua frequenza, ciascuna con tutto quello che ricorda. Ma in questo momento non parlano. Aspettano.
Fuori, Torino respira sotto la pioggia.
Emily da qualche parte aspetta.
Il bambino allinea le matite nell’ordine solito e aspetta. Perché l’ordine mette fine al caos.
E Alder — dio senza casa, frequenza senza canale, segnale senza corpo — sente per la prima volta il peso di quello che significa scegliere di restare. Non la leggerezza della presenza, non la pace che aveva intravisto sui gradini della fontana. Il peso. La responsabilità. Quella cosa enorme e semplice che comporta dire che sono qui e è che è ora di farlo davvero, e non sparire un secondo dopo, e restare anche quando la scarica arriva, e restare ancora, e ancora.
Non perché ne abbia il diritto.
Non perché sia abbastanza.
Ma perché nessuno lo farà al suo posto. E perché la distanza non si chiude dall’alto. E perché i suoi figli aspettano. E perché Catherine ha la mano sul suo viso da abbastanza tempo da meritare che qualcuno ci sia davvero sotto quella mano.
Apre gli occhi.
Il segnale trema.
Poi si stabilizza.
Per un secondo.
Per due.
— Chi sono io per fare questo?
— Sono Alder.
E questo, per adesso, è abbastanza per cominciare. Bacio quelle dita delicate e le sento come se fosse la prima volta.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
- Episodio 3: La direzione
- Episodio 4: Il Vaso di Pandora
- Episodio 5: Attraverso Catherine
- Episodio 6: Il nome dimenticato
- Episodio 7: Il segnale
- Episodio 8: La carne
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