
LA CASA BUIA In cui per fare luce si devono usare delle torce da non consumare; in questa sfida fallirono gli dei Hun Hunahpú e Uucub Hunahpú.
Serie: XIBALBA' OMBRE TRA LE ROVINE
- Episodio 1: LA CASA CALDA Brulicante di fuoco e lava
- Episodio 2: LA CASA BUIA In cui per fare luce si devono usare delle torce da non consumare; in questa sfida fallirono gli dei Hun Hunahpú e Uucub Hunahpú.
- Episodio 3: LA CASA DEI GIAGUARI In cui i giaguari devono mangiare le persone
- Episodio 4: LA CASA FREDDA In cui ci sono tempeste troppo fredde per sopravvivere
STAGIONE 1
Da qualche tempo, gli abitanti dei villaggi in prossimità del luogo sacro avvertivano una crescente inquietudine. Gli eventi misteriosi che avevano iniziato a colpire la comunità sembravano moltiplicarsi senza una spiegazione razionale. Negli ultimi mesi alcune persone erano misteriosamente scomparse. La prima a svanire nel nulla senza lasciare traccia fu una giovane donna, poi un contadino con suo figlio che non fecero ritorno dalla raccolta mattutina. L’ultimo episodio, tuttavia, aveva scosso l’intero Paese: un turista francese ospite di una casa vacanza era misteriosamente sparito durante la notte e di lui si erano perse le tracce da tre settimane. La reazione non si era fatta attendere: immediatamente avvisata l’ambasciata, il governo aveva inviato la Guardia Nazionale per indagare e garantire la sicurezza nella zona, alimentando ancora di più il panico tra la popolazione locale. Assieme ai militari erano arrivati i giornalisti pronti anch’essi a indagare l’accaduto.
A peggiorare la situazione, le antiche leggende del luogo riaffiorarono nelle conversazioni degli anziani. Sussurri di un antico potere risvegliato dal sottosuolo cominciarono a circolare, legati al mito di Xibalbá, il temibile mondo sotterraneo. Si diffuse la voce inquietante che gli dei di Xibalbà si fossero risvegliati per reclamare le anime di coloro che non rispettavano le tradizioni ancestrali e in molti si convinsero che ciò che stava accadendo non fosse una semplice serie di incidenti, ma il frutto di una punizione divina.
La discesa al villaggio fu più lenta e faticosa del previsto. La jeep sobbalzava sui sentieri fangosi della giungla. Il motore ruggiva sforzandosi di attraversare il terreno difficile e l’umidità si appiccicava alla pelle come una coperta di sudore. Seduta sul sedile posteriore, osservavo il paesaggio passare, alberi e rampicanti che si intrecciavano creando ombre minacciose sotto la luce del tramonto. L’aria era pesante, intrisa dell’odore della pioggia recente e del verde che sembrava infinito.
Mi voltai a guardare Nicola, che era seduto accanto a me, con il volto teso e lo sguardo fisso. Non diceva nulla, ma sapevo che la sua mente era in allerta. Forse pensava agli insetti di cui aveva parlato per tutto il viaggio, o forse sentiva quella stessa inquietudine che iniziava a crescere anche dentro di me.
«Quanto manca?» Chiesi al nostro accompagnatore che guidava con la sicurezza di chi ha percorso quelle strade infinite volte.
«Non molto.» Rispose lui senza voltarsi, il tono calmo e leggermente annoiato. «Ma tenetevi pronti perché la notte qui arriva in fretta.»
Osservai Cordero che sembrava soffrire a ogni sobbalzo e provai pena per lui.
«Come va la schiena professore?» Gli chiesi. Lui si limitò a rivolgermi uno sguardo senza rispondere e si strinse nella giacca.
Dopo un viaggio breve, ma che mi sembrò infinito, finalmente sbucammo dal fogliame e il villaggio si mostrò davanti a noi. Le capanne erano semplici, alcune con tetti di lamiera arrugginita, altre coperte di foglie intrecciate. L’aria sapeva di legna bruciata e cibo buono.
Tutto sembrava perfetto, ma l’idea di trascorrere la notte in quel luogo isolato mi riempiva di una strana ansia.
«Eccoci finalmente.» Disse Lory, togliendosi il cappello per asciugarsi la fronte sudata. «Spero che abbiano almeno una brandina decente per dormire.»
«Non contateci troppo.» Ribatté Nicola, con il suo solito tono scettico. «Dubito che ci saranno materassi comodi qui.»
Feci finta di non aver sentito. Scesi dalla jeep e mi guardai attorno. I bambini correvano scalzi per le strade di terra battuta, mentre gli adulti si affaccendavano nelle loro attività serali. Il villaggio sembrava essersi cristallizzato in un tempo remoto, lontano anni luce dalla modernità e dalla tecnologia che ci eravamo lasciati alle spalle. Mi corse un brivido lungo la schiena e mi sentii un’intrusa in un mondo che non ci apparteneva.
Mi concentrai per un attimo sull’ambiente circostante. Il rumore del motore della jeep ancora accesa, sembrava amplificato nella quiete opprimente del villaggio. Gli alberi alti ai limiti della radura si stagliavano contro il cielo che andava oscurandosi, e un vago senso di pericolo mi suggeriva che qualcosa ci stesse osservando da lontano.
Fummo accolti da un uomo anziano con il volto meravigliosamente tatuato. Ci osservò uno a uno e senza fretta. L’espressione dei suoi occhi sembrava portare con sé il peso di secoli di saggezza.
«Benvenuti.» Pronunciò con voce roca in lingua spagnola.
Poi si rivolse al professor Cordero ignorando completamente la mia presenza. Quella volta non protestai, riconoscendo il ruolo del mio collega: era la sua terra e quella la sua gente.
Mi misi in disparte e attesi. Lui e Cordero si scambiarono alcune parole in una lingua il cui suono mi era famigliare anche se non ne comprendevo il significato.
Una giovane donna sbucò dietro il capo villaggio indicandoci la capanna dove avremmo alloggiato, una struttura di fango e paglia, più grande delle altre.
«Perfetto.» Risposi con gratitudine. «Ci serve solo un posto per riposare, abbiamo avuto una giornata piuttosto intensa.»
Ci avvicinammo alla capanna designata e, nonostante la sua semplicità, sembrava accogliente. Dentro, il pavimento era di terra battuta, ma erano state stese alcune stuoie e posizionate brande su cui avremmo dormito. L’aria all’interno era particolarmente fresca.
Mentre sistemavo il mio zaino accanto a una delle brande, Hanna si avvicinò con una faccia stanca ma soddisfatta. «Non è così male, profe.» Disse ridendo. «Certo, non è un hotel a cinque stelle, ma ho dormito in posti peggiori.»
Le sorrisi. «Dopo una giornata come questa, anche un letto di sassi sarebbe accettabile.»
Lory, nel frattempo, aveva già iniziato a tirare fuori i suoi appunti e a sistemarli sul piccolo tavolino di legno al centro della stanza. Era sempre la prima a voler organizzare tutto, mentre Nicola si aggirava sospettoso e ispezionava chinandosi e sollevando le stuoie.
Dopo esserci sistemati, venne il momento della cena. La giovane donna che ci aveva accolto ci condusse verso una piccola cucina all’aperto dove ci attendeva una pentola di fagioli fumanti e tortillas fatte a mano. Il profumo era irresistibile e le nostre pance brontolavano già da ore.
«Questo è il vero cibo da campo.» Disse Lory, spezzando una tortilla e affondandola nei fagioli. «Altro che i panini industriali che abbiamo mangiato durante il viaggio!»
«Davvero buono.» Concordò Hanna, mentre masticava con entusiasmo. «Semplice, ma sostanzioso.»
Seduti su panche di legno attorno a un tavolo, sotto una tettoia di foglie intrecciate, mangiavamo in silenzio. Il buio aveva avvolto il villaggio in una coltre di ombre. Il rumore della giungla si era fatto più presente, con il richiamo di uccelli lontani che sembrava accompagnare la nostra cena.
Il professor Cordero rimase silenzioso per gran parte del pasto, guardandosi spesso attorno. Alla fine, con voce pacata, ruppe il silenzio: «Spero che siate tutti pronti. Questa notte non sarà come le altre.»
La sua voce aveva un tono enigmatico che mi fece alzare lo sguardo dal piatto.
«Cordero, lei spaventa i miei ragazzi.»
Il professore si alzò lentamente, scrutando l’oscurità. «Questa terra è piena di storie, di leggende che sono più reali di quanto possiate immaginare. E questa sera ne sentiremo una direttamente dalla bocca di chi ha vissuto qui per tutta la vita.»
Le sue parole aumentarono la tensione già palpabile. Nonostante il cibo saporito e il tepore del fuoco, un’inquietudine serpeggiava nel gruppo. Non si trattava solo di una spedizione accademica, questo era oramai chiaro a tutti.
Dopo cena, il capo villaggio tornò a prenderci e ci fece cenno di seguirlo su un cammino illuminato solo da poche torce. La sua andatura era lenta ma sicura, e noi lo accompagnavamo in fila indiana.
«Chi andremo a incontrare?» Mi chiese Nicola che stava alle mie spalle. Nella sua voce si percepiva la paura.
«Ixcotel.» Gli risposi. «È l’anziana del villaggio. Lei conosce le storie della sua terra meglio di chiunque altro. Potrebbe esserci un collegamento fra le sparizioni e le leggende di questi luoghi.»
Continuammo a camminare in silenzio, e ogni passo sembrava avvicinarci a qualcosa di sconosciuto, qualcosa che non riuscivo a definire. Mi voltai più volte a guardare dietro di noi, ma non vidi nulla oltre l’oscurità. Solo ombre lunghe e indefinite. Sentivo il cuore battere forte nel petto. Forse era solo suggestione, ma in quel momento avrei giurato che non eravamo soli.
Serie: XIBALBA' OMBRE TRA LE ROVINE
- Episodio 1: LA CASA CALDA Brulicante di fuoco e lava
- Episodio 2: LA CASA BUIA In cui per fare luce si devono usare delle torce da non consumare; in questa sfida fallirono gli dei Hun Hunahpú e Uucub Hunahpú.
- Episodio 3: LA CASA DEI GIAGUARI In cui i giaguari devono mangiare le persone
- Episodio 4: LA CASA FREDDA In cui ci sono tempeste troppo fredde per sopravvivere
Questi temi a me piacciono da impazzire, colgo giusto qualche piccola incongruenza tipo un capello Panama che dopo un forte diluvio viene scosso per toglierne la sola umidità ( ?! ), ma a parte una o due bazzeccole questo tuo modo di scrivere così pulito, mi piace un sacco. Ora sono curiosissimo su cosa racconterà la donna anziana
Grazie Loris e grazie soprattutto per il tuo occhio attento. Volevo dargli in mano un cappellino in cotone Nike, ma non mi sembrava appropriato 😉
Il livello della tua scrittura qua si percepisce già a partire dal titolo. Io sono in patito di titoli, i titoli sono capaci di rivoltare una storia, di conferire o sottrarre sostanza, e qua cementificano il granito. Complimenti come sempre.
Ciao Roberto. I titoli che ho scelto posso immaginare che in effetti incuriosiscano. Non ho però inventato nulla, a onor di cronaca 🙂
Sono tratti pari pari dal Popol Vuh cui volevo fare un piccolissimo e modestissimo omaggio per farne conoscere un poco il contenuto e magari scatenare la curiosità di qualcuno. Un abbraccio
Racconto come sempre curato nei minimi dettagli, tutti particolari che rendono piacevole la lettura senza mai appesantirla e che creano l’atmosfera giusta per avvicinarsi al mito. “Sei un mito!” Direbbe Max e anche i presto 883 follower. Quello che non mi è chiaro è il titolo: ma esistono torce che usate non si consumano? Io non le ho trovate. Non dispero perché sono in buona compagnia di Hun Hunahpú e Uucub Hunahpú. Non ci sono riusciti degli dei con otto U, io, che di U ne ho una sola e non sono neanche un Dio, non ho speranze di farcela. Con quello che ho detto puoi essere sicura che non ho utilizzato l’intelligenza artificiale, le stupidaggini che ho scritto sono tutte marchiate Fabius P.
Ah dimenticavo di dirtelo: sei bravissima.
Ciao Fabius 🙂
I titoli sono presi pari pari dal testo sacro per la cultura Maya e, figurati, che di Case ne mancherebbero ancora due. Praticamente da mal di testa!
Quella delle ‘U’ mi ha davvero divertito, perché tu non ti smentisci mai: sei talmente bravo a giocare con le parole che riesci a creare a tuo stile (o anche ‘immagine e somiglianza’ se vogliamo restare nel divino) un semplice commento. Applausi a te per questo. E aggiungiamo un evviva finché abbiamo idee che escono esclusivamente dalle nostre teste! Grazie ancora
Ciò che mi ha colpita di più di questo episodio sono le descrizioni: così dettagliate che mi è parso di odorare le gocce di pioggia nella foresta e i fagioli con le tortillas.
Come ho scritto nel primo episodio, non mi sono informata su Xibalba ed ora, finalmente, sto per scoprire le leggende legate a questo mondo sotterraneo! Lo ammetto senza vergogna: sono emozionata! 😼
L’unico rammarico è che sto leggendo con la luce; con questo climax ci vorrebbe il buio, il silenzio e una candela sul comodino.
Ciao Mary, volevo che i luoghi e i paesaggi fossero coprotagonisti dei personaggi nel racconto. Come in una sorta di equilibrio. Se togliamo questo aspetto alla narrazione, resta uno stile scarno adatto ad altri generi. In questo specifico caso, mi serviva affinché creasse le giuste suggestioni. Il resto ce lo devi mettere tu e spegnerla, quella luce 🙂
Grande cura nella descrizione ‘olfattiva’ dell’ambiente.. e la storia comincia a prendere forma.. complimenti, Cristiana, e fai vincere gli spiriti, magari.. 😀
Ci proviamo, per questa volta a far vincere gli spiriti? 🙂 🙂 🙂
Una sfida non facile. Grazie Furio
Si intravede una trama ben costruita che sin dai primi episodi inizia a definire i contorni di una storia ricca di fascino. Le descrizioni dense di particolari come l’aria che “sapeva di legna bruciata e cibo buono”, fanno respirare l’atmosfera nella giungla e lo spirito avventuroso di questa spedizione. La vecchia del villaggio, una figura intrigante, custode di storie e leggende, accresce la curiosità e il mistero di questa storia, tra realtá e mito.
Grazie Maria Luisa per la tua lettura attenta che ha saputo cogliere l’atmosfera che ho cercato di ricreare. La trama si articola fra la finzione ed elementi raccolti da un testo che è ancora oggi ritenuto sacro dalle popolazioni centro americane. Una sfida no facile.
Ho la sensazione che dovrò fare molte ricerche su Google riguardo alle divinità degli antichi popoli mesoamericani😆 Apprezzo ancora di più quando dietro a un buon racconto c’è anche una robusta documentazione. Leggerti, Cristiana, è un piacere che coinvolge più livelli.
Grazie Nicholas. Mi fa soprattutto piacere che un mio testo possa stimolare la voglia di indagare. Credo che sia un grande traguardo. Diciamo che magari si tratta di un argomento poco conosciuto e soprattutto tenuto nascosto per secoli alla cultura occidentale come se si trattasse di un affronto alla nostra stessa religione. Così non è. Conoscere anche queste credenze fa parte, a mio avviso, di un bagaglio importante.
Ritmo pacato, suspense, tensione crescente. Descrizioni accurate che mi sembra di essere nella giungla. Brava Cristiana Croft!
Grazie Giuseppe! E magari, Croft. Io là non so se ci andrei, mi limito a raccontare seduta alla mia comoda scrivania 🙂 🙂 🙂
Molto più comodo. Al massimo puoi impugnare un joystick e provare una esperienza virtuale tra misteri e sparatorie.
Decisamente cinematografico, ma con quella qualità in più nella trama e nella profondità delle descrizioni di ambienti e persone che manca nella maggioranza dei moderni film di azione. Nei tuoi racconti si sentono l’umanità delle persone e l’odore dei luoghi. La classe non è acqua…
Grazie Giancarlo che mi hai fatto un complimento bellissimo perché sapere che qualcuno si è ‘fatto un film’ del tuo racconto è davvero incoraggiante. Mi piace scrivere per immagini anche se non è facile riuscire a trasportare il lettore là dove i tuoi occhi guardano.
La descrizione è il punto forte di questo episodio. Cioè, ti sembra di essere lì. L’ambientazione fa il resto: un villaggio tra l’antico e il ma non troppo, con i tetti in lamiera e le brandine. Come il titolo fa notare nelle luci c’è un sapore di antico e il vecchio professore sembra saperla lunga sul luogo.
È come dici ti e in questo episodio ciò che doveva emergere è il paesaggio con la sua bellezza e i segreti nascosti, appannaggio solamente di chi in quei luoghi ci ha vissuto e li ha abitati. Cordero la sa decisamente lunga. Grazie Francesco.
Wow! Meraviglioso, tantissimi complimenti Cristiana!! Non vedo l’ora di leggere il prossimo epidodio😍
Grazie Melania. Si tratta di una mini serie e in questo caso, sono costretta a correre come un treno!
“Forse era solo suggestione, ma in quel momento avrei giurato che non eravamo soli.”
Adoro il sesto senso della professora…sono certa le sarà utile
Speriamo che lo sappia davvero utilizzare perché le servirà 🙂
Mi ha attirato tantissimo questo titolo, diverso dal solito. Sembra volerci dire molto di più di quello che credo di aver intuito. Iniziamo a capire il perché di questa spedizione, ma il mistero rimane. Mi piace tantissimo il tuo modo di raccontare, ricorda le storie intorno al fuoco, in estate, al campeggio. Quelle atmosfere di mistero e vuoto nella pancia, in attesa di sapere la fine. Quando davvero ti sembra di sentirti osservato, e sei indeciso tra la curiosità di voltarti, o la paura che tappa gli occhi. E non vorresti mai andare a dormire o arrivare alla fine, da tanto queste storie sono belle. Brava brava brava Cristiana!
Grazie Dea che commenti questo episodio con parole che mi incoraggiano a proseguire in questa follia che si deve concludere entro pochissimi giorni 🙂
Come dicevo a Giuseppe, il titolo non l’ho inventato (magari!), bensì è preso pari pari dal testo ‘sacro’ della mitologia Maya. Il mio scopo è anche quello di riportare alla luce questa ‘storia’ che magari non ci appartiene, ma su cui si basano tanti fondamenti di quelle ‘origini’ che sono universali e trasversali fra i popoli.
Un titolo inusuale, che, però, racchiude tutto il succo dell’episodio. Mi sono lasciato trasportare dalle descrizioni, che mi hanno evocato immagini nitide, proprio come guardassi un film.
Mi ricorda un po’ le atmosfere de “L’altra città” un audiolibro che ho ascoltato tempo fa su Audible e che ho apprezzato molto, anche se, ovviamente, le due storie sono diverse.
Il titolo rispecchia la caratteristica della Casa cui faccio riferimento. Non è un’idea mia, bensì vecchia di secoli e appartenente alla mitologia Maya. Mi piaceva parlarne affinché si conosca un po’ di più questa ‘storia’ che magari non ci appartiene, o che in tempi passati abbiamo tentato di spazzare via, ma su cui si basano tanti fondamenti di quelle ‘origini’ che sono in realtà universali e trasversali fra i popoli. E lo dico anche in occasione di una di quelle ricorrenze che in questa parte di mondo ancora si festeggia. Dall’altra parte tirano giù certe statue. Grazie Giuseppe.