
La casa di campagna
Il lampo illuminò il cielo a giorno sebbene fosse da poco passato il tramonto. Il tuono che seguì sembrò squarciare in mille pezzi le nere nuvole dense di pioggia che rendevano quel tratto di campagna, un posto lugubre.
Due uomini camminavano su una strada di terra e alzarono istintivamente le spalle con un gesto di malcelata apprensione al seguito del boato.
“Non è stata una buona idea, ripensandoci.” Disse il giudice Veig.
“Sembra stia per arrivare un gran temporale, giudice.” Replicò il signor Ambrose.
Non appena Ambrose terminò la frase, si alzò un forte vento che li costrinse a stringersi nei cappotti di lana per ripararsi il più possibile. La pioggia non si fece attendere e prese a battere così violentemente che i due uomini vedevano a fatica oltre il proprio naso.
Per poter restare in piedi, Veig e Ambrose furono costretti ad aggrapparsi ad un recinto di legno fradicio che si prolungava sul bordo sinistro della stradina, ormai ridotta ad un pantano melmoso. Presero la decisione di sfidare gli elementi e spostarsi dall’altro lato per inoltrarsi nella vegetazione e trovare così riparo sotto una folta macchia di alberi.
Ad un certo punto, mentre arrancavano attraverso la furia del vento e dell’acqua, Veig scorse qualcosa in lontananza: “Ehi Ambrose! Guardi, là in fondo alla stradina…Sembra…Una casa!”
Ambrose cercò di concentrarsi al meglio delle sue capacità per poter guardare nella direzione indicata dal giudice Veig: “S-si, direi di si!” Esclamò urlando per sovrastare il rombo del tuono e l’ululato del vento.
“Mi segua!” Disse allora Veig.
I due tentarono di affrettare il passo, con immensa fatica e seguirono la stradina fino a che la macchia di colore chiaro che intravedevano attraverso alberi e arbusti, non si ingrandì fino ad apparire come la cosa che era in realtà.
Una grande casa in stile inglese, con tegole e travature di legno, e un comignolo al centro del tetto.
Veig e Ambrose si ripararono immediatamente sotto il porticato d’ingresso e presero a bussare alla porta.
Non vi fu alcuna risposta.
Tentarono più e più volte, chiedendo alloggio a gran voce ma non riuscendo a percepire alcuna presenza all’interno, il giudice Veig afferrò con intraprendenza il pomo della porta e provò a girarlo.
La porta si aprì.
I due uomini si scambiarono uno sguardo titubante ma poi entrarono, richiudendosi la porta alle spalle.
Una volta all’interno furono colti da un profondo disagio rendendosi immediatamente conto di essere circondati dal buio più totale e da un silenzio surreale. Nessun bagliore di lampi ne tantomeno un sussurro delle intemperie all’esterno li raggiungeva.
Come se improvvisamente fossero diventati ciechi e sordi.
Rimasero immobili per dei minuti, in attesa, aguzzando i sensi nel tentativo di percepire il benché minimo suono.
Ma nulla.
Istintivamente, Ambrose iniziò a tastare la porta che avevano ancora alle spalle, dato che non avevano compiuto più di un passo da quando avevano messo piede nella casa. Dopo alcuni tentativi riuscì finalmente a trovare la maniglia che azionò spalancando la porta.
“Giudice, mi segua…” Disse Ambrose rivolto a Veig, mentre varcava la soglia ma quando si voltò di nuovo non vide la campagna al di fuori, ma piuttosto un’altra stanza.
“Ma cosa diamine…” sussurrò Veig.
La camera era evidentemente cieca dato che non vi erano finestre o altre porte se non quella che avevano appena aperto. Una tenue luce verdastra illuminava l’interno in maniera soffusa, che rendeva difficile distinguere cosa ci fosse all’interno.
Ma dopo qualche attimo di ambientamento, i due uomini si accorsero che gli unici oggetti dentro quelle mura, erano cadaveri.
Erano di età diverse, di entrambi i sessi, tutti stesi sul pavimento tranne il corpo di una giovane donna che era accovacciato ad un angolo. Un bambino giaceva tra le gambe di un uomo dalla barba fluente, un neonato era stretto tra le braccia di una donna adulta, un ragazzo e una ragazza erano quasi nudi e la mano di lei era stretta su una spallina strappata del suo vestito.
I corpi presentavano vari stadi di decomposizione, come osservò il giudice Veig, con occhio esperto di uomo di legge. Alcuni sembravano morti da pochi giorni, mentre altri erano poco più che scheletri. Nonostante Ambrose fosse sopraffatto dall’orrore, notò che la flebile luce si rifletteva sull’interno della porta la quale era stranamente di ferro e che da quel lato non presentava alcuna maniglia.
Mentre indugiava nella sua osservazione si sentì spingere da parte e vide Veig entrare nella camera.
“Non entri per l’amor di Dio! Andiamocene da qui!” Esclamò nel tentativo di dissuaderlo. Ma il giudice non gli diede ascolto e si inginocchiò davanti uno di quei corpi per effettuare un esame più attento, essendo sempre stato un uomo di grande rigore morale che aveva dedicato la sua vita alle investigazioni e alla giustizia.
Veig provò a studiare il bambino seduto tra le gambe dell’uomo con la barba e con le mani cercò di spostare la piccola testa in avanti. In quel preciso istante, si sprigionò un fetore nauseabondo. Era come se fino a poco prima non fosse percettibile e che adesso invece invadeva tutta la stanza.
Il tanfo fu così intenso che Ambrose avvertí i suoi sensi annebbiarsi e le sue gambe tremare, non poté fare nulla e nell’attimo prima di rovinare sul pavimento, senza volerlo, si aggrappò alla maniglia esterna della porta, tirandola a sé.
Il brusco rumore della porta che si chiudeva fu l’ultima cosa che udì prima di svenire.
Quando riaprì gli occhi, si trovò sdraiato su un letto di ospedale, in una stanza dalle pareti bianche.
“Ben svegliato.”
Ambrose vide un uomo, con un lungo camice bianco da medico, sorridergli mentre firmava alcuni fogli e li passava a una donna di bell’aspetto che dall’uniforme intuì essere un’infermiera, mentre sfilava alla sua sinistra per controllare una flebo infilata nella vena del braccio.
“E’ stato davvero fortunato signor Ambrose.” Proseguì il dottore: “E’ un bene che l’abbiano trovata, altrimenti ci sarebbe stato ben poco da fare.”
Era stato soccorso poco fuori città su una strada trafficata, a parecchie miglia da quella casa inglese. Secondo quanto gli riferirono fu trovato in preda ad una sorta di delirio. Ambrose chiese immediatamente del giudice Veig, ma tutti confermarono che non c’era nessun altro quando al momento del suo ritrovamento.
Allertò immediatamente le autorità circa la scomparsa del giudice, cosa che fece scattare le ricerche da parte da parte della polizia e di alcuni volontari.
Dopo qualche giorno il signor Ambrose si ristabilì e venne dimesso dall’ospedale.
Si unì anche lui alle squadre impegnate nella ricerca di Veig.
La casa disabitata sulla strada di campagna, venne perquisita molte volte, da cima a fondo ogni stanza, la soffitta e la cantina vennero ispezionate meticolosamente.
La ricerca di una persona di così alto profilo accelerò le pratiche per la demolizione della casa, che venne buttata giù pezzo per pezzo facendo attenzione a non distruggere accidentalmente la camera dove Ambrose sosteneva di aver inavvertitamente richiuso il giudice. Scavarono nel terreno al di sotto delle fondamenta e proseguirono per ettari interi attorno alla casa, nel tentativo di trovare un possibile sotterraneo segreto.
A nulla valsero quegli sforzi.
Il giudice Veig,
non fu mai ritrovato.
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Questo racconto mi ha portato alla memoria una vecchia serie che guardavo da bambina: “Ai confini della realtà”. Non so se negli USA The Twilight Zone sia ancora in programmazione, so che la adoravo. Nella loro semplicità le storie erano impattanti, riuscivo a calarmi in quei mondi magici pieni di mistero così come riesco ora a fare quando leggo le tue storie. Hai mai pensato ad una raccolta?
Ciao Micol! Grazie mille come sempre 🙂 Ci sto effettivamente pensando ad una raccolta ma voglio prima rimpolparla con altri racconti. Ora sto lavorando su diversi argomenti e vorrei inserirli tutti!!!
“I due uomini si scambiarono uno sguardo titubante ma poi entrarono, richiudendosi la porta alle spalle.”
Mi chiedo se i nostri eroi hanno mai letto la favola di Hansel e Gretel 😂
Una storia parecchio misteriosa; chissà quali segreti si celano dietro quella stanza. Come anche in “tre colpi alla cassa”, ho notato uno stile semplice, chiaro e d’impatto, e di conseguenza scorrevole; a parte qualche virgola fuori posto qua e là che mi è parso di intravedere, la storia mi è piaciuta. Fra l’altro questo modo diretto di scrivere mi ha ricordato un po’ W.H. Hodgson, l’autore di “la casa sull’abisso”.
Ti ringrazio molto Gabriele. Sto seriamente cercando di mettere in riga le virgole che continuano a saltare fuori! Scherzo, anzi grazie per averlo notato. A presto!
Segue l’ordine dell’archetipo della “casa” horror, ben reso qui nel punto in cui i due protagonisti, sfuggendo alle intemperie, una volta entrati non percepiscono più alcun rumore proveniente dall’esterno, solo silenzio e buio, come se avessero varcato il confine di un altro mondo, oscuro.
Diretta e scorrevole la prosa, a mio avviso, fino alla fine.
Gli scheletri rinvenuti nella stanza, altri…rifugiatisi lì, in passato, chissà per sfuggire da cosa o da chi. Insomma, la “casa” chiama. Piaciuto.
Ciao Bettina! Grazie mille del tuo passaggio, sono felice che ti sia piaciuto, ho sempre pensato che la semplicità sia la soluzione migliore per creare questo genere di situazioni. Sulle case di fantasmi o infestate è stato scritto, girato, parlato, cantato di tutto. Eppure una casa sperduta nel nulla (io vivendo in America, ho moooolta ispirazione in merito ahahah) fa sempre paura. A presto!
Inquietante!
Ora però voglio proprio sapere da dove salta fuori quella stanza. O da “quando”, non limitiamoci a tre sole dimensioni… 😉
Grande Sergio! Ho provato a capirci qualcosa anche io, ma di quella stanza purtroppo non si sa proprio nulla! A presto!