
La cena dei morti
Come ogni sera del 1⁰ novembre, Sofia prese la chiave della cassettiera della sala da pranzo e andò ad aprire il secondo cassetto. Una nube di polvere si sollevò e la fece starnutire: la sala rimaneva chiusa per la maggior parte dell’anno, la famiglia usava pranzare nel soggiorno, ma quella notte avrebbe apparecchiato per gli ospiti. Rovistò per un po’ prima di estrarre una tovaglia di candido lino con i bordi di merletto che aveva cucito la signora Eulalia da giovane. Sorrise al ricordo di quella donna cordiale ed elegante che l’aveva presa a servizio in casa sua quindici anni prima, e che l’aveva sottratta a diciott’anni al suo presente di indigenza, consentendole di avere un tetto sulla testa e tre pasti al giorno: la signora non c’era più da sei mesi, ma erano rimasti in quella casa sua figlia Giovanna con il marito Ilario e i tre figli Marcello, Enrico e Giuseppe, di dodici, nove e sette anni. Sofia spostò le ragnatele della credenza e aprì lo sportello, prendendo sei piatti piani e altrettanti fondi e poggiandoli sul tavolo, poi si ricordò che rispetto agli anni precedenti ci sarebbe stata un’ospite in più e aggiunse i piatti anche per lei. Mentalmente contò: i signori Mario e Giovanna, genitori della sua vecchia padrona, i signori Antonio e Claudio, suoi fratelli, Cristina, la figlia maggiore, Dario, figlio di quest’ultima e naturalmente lei, la signora Eulalia. Era una cena particolare. Era la cena dei morti. In paese c’era la tradizione di preparare la cena per chi non c’era più in quella prima notte di novembre, e nessuno si sottraeva. Sofia guardò fuori dalla finestra e vide dalla finestra aperta della casa di fronte Annamaria che faceva il suo stesso lavoro, poi si sistemò lo scialle nero carico di frange e andò a prendere i bicchieri di cristallo. Sette stavolta, se ne doveva ricordare. Sette.
Nel soggiorno, Enrico e Giuseppe giocavano con le macchinine sul pavimento, mentre Marcello, seduto sul divano, leggeva “Incompreso”: se i due più piccoli erano particolarmente giocherelloni, il maggiore era più riflessivo, e ogni tanto sollevava gli occhi dal volume per controllare che non litigassero o non si facessero male. Sofia gli aveva chiesto il favore di dargli un’occhiata mentre lei preparava la cena, prima che i padroni tornassero, e lui, che con la sua balia aveva sempre avuto un rapporto speciale, non si era tirato indietro. Sentiva la donna che andava avanti e indietro per il corridoio: sicuramente aveva appena preso le posate d’argento e le avrebbe sistemate subito, così come voleva nonna Eulalia, poi chiuse il libro e si soffermò ad osservare i fratellini. Dei tre era quello che maggiormente aveva accusato il colpo della perdita, e sognava davvero che quella notte tornasse per mangiare qualcosa da loro. Sofia tornò in cucina, e dimentica dei due bambini che giocavano sul pavimento urlò: “Marce’, vieni che facciamo i papassini!” Marcello non si fece pregare, amava quei biscotti, e gettando un ultimo sguardo ai fratellini, che per quel giorno sembravano tranquilli, raggiunse la balia. Non appena furono soli, i due fermarono le macchinine e si guardarono. “Giuse’, che ne dici se facciamo uno scherzo a Sofia?” bisbigliò Enrico, con un guizzo furbesco negli occhi. “Uno scherzo?” rispose Giuseppe, sgranando i suoi occhioni verdi. “Shhh! Parla piano che ci sente e addio scherzo” fece il fratello, tappandogli la bocca con la mano. “Che bello, uno scherzo! Cosa le facciamo?” disse il piccolo, raggiante. Enrico sorrise maliziosamente, e sussurrò: “Sofia sta preparando la cena per i morti, e tutti gli altri anni ci eravamo svegliati con i piatti ovviamente ancora pieni. Quest’anno voglio mangiare qualcosa, così crederà che siano stati i morti!” “Sì, che bello! Chissà che faccia farà!” si esaltò Giuseppe. I due si misero d’accordo: avrebbero cenato con la famiglia alle nove e poi, alle due, si sarebbero alzati per compiere la loro missione. Una volta definiti i dettagli, ripresero a giocare con le loro macchinine. Venne l’ora di cena, e i genitori rientrarono: Sofia aveva già apparecchiato in soggiorno, e i cinque si sedettero per gustare il pasto composto da gnocchetti al sugo, finocchi e qualche papassino. Subito dopo cena i due bimbi, deferenti, si offrirono di aiutare Sofia ad allestire il banchetto, e la seguirono nella sala da pranzo, dove i morti avrebbero avuto la stessa cena dei padroni di casa. Enrico sistemò il piatto con i finocchi, Giuseppe salì su una sedia e mise in tavola il vassoio dei biscotti, e dopo che Sofia ebbe riempito i sette piatti con un mestolo di gnocchetti per ciascuno si fecero il segno della croce e uscirono dalla sala. La donna lasciò la porta socchiusa, dimodoché i morti potessero farsi un giro per casa qualora ne avessero avuto voglia, accompagnò Marcello nella sua stanza, i due piccoli nella propria e, dopo averli cambiati, li mise a letto e gli diede la buonanotte accostando la porta, che cigolò.
Erano le undici: Giuseppe sgusciò fuori dal suo letto, si sedette su quello di Enrico e gli prese la mano. “Dobbiamo tenerci svegli fino alle due” sussurrò nel buio. Così i bimbi passarono tre ore ad aspettare: sentirono i genitori andare a dormire e russare rumorosamente nella stanza di fronte, Marcello lamentarsi nel sonno da quella accanto, e seguirono la corsa delle lancette fosforescenti della sveglia fino all’orario prestabilito, dandosi ogni tanto dei pizzicotti per non cadere tra le braccia di Morfeo. “Dormi?” “No, tu?” “Neppure.” Quando le lancette raggiunsero le due, i bimbi scivolarono giù dal letto infilandosi il maglione sopra il pigiamino per difendersi dal freddo novembrino, e con un certo timore si approssimarono alla porta. “Se cigola e ci vedono, diciamo che dovevamo andare in bagno” disse Enrico. Giuseppe annuì obbediente, e compì insieme al fratello il primo passo del piano. La porta cigolava spesso, ma quella notte i bimbi la aprirono senza fare il benché minimo rumore, quasi essa volesse dare una tacita benedizione allo scherzo, e attraversarono i corridoi che li separavano dalla sala da pranzo in punta di piedi, per poi sgattaiolare dentro sfruttando la decisione di Sofia di lasciare la porta aperta. “E se incontriamo uno spirito?” chiese sottovoce Giuseppe. “Non essere sciocco! Lo sai che non è possibile” rispose brusco il fratello accendendo una piccola torcia elettrica e posandola sul tavolo, “pensa solo a mangiare!” Una volta giunti davanti al tavolo si arrampicarono sulle sedie, e osservando il cibo ancora intatto cominciarono a rimpinzarsi di tutto quel ben di Dio. Gli gnocchetti erano freddi, ma buoni. I finocchi un po’ disidratati, ma non certo malvagi. I papassini, invece, erano squisiti. Mangiarono noncuranti del pericolo che qualcuno si alzasse e li scoprisse, sereni nel loro infantile scherzare, senza nodi allo stomaco ma anzi con una naturalezza unica, come se non avessero già cenato e come se non avessero dovuto fare colazione. Per loro era un momento speciale, e già pregustavano le scene del risveglio. Una volta che ebbero fatto sparire almeno due forchettate di pasta da ogni piatto, sgranocchiato un terzo dei finocchi e divorato diversi biscotti si guardarono soddisfatti, e recuperando la torcia smontarono dalle sedie ridacchiando. Fecero il percorso dell’andata a ritroso, e una volta tornati nella loro stanza accostarono di nuovo la porta, per poi rifugiarsi ciascuno nel proprio letto per tornare nel mondo dei sogni. E sognarono a lungo: le immagini che scorrevano dietro le palpebre serrate parlavano di banchetti e di cibo che spariva magicamente, mentre loro osservavano di nascosto la scena sogghignando.
Fu Sofia a svegliarli alle nove in punto e a vestirli, mentre loro, tutti compìti e obbedienti, la lasciavano fare, pregustando la colazione a base di latte caldo e papassini. Arrivarono in cucina, diedero il buongiorno ai genitori e al fratello e si sedettero, mentre la domestica gli serviva il pasto prima di recarsi in sala da pranzo. Enrico gettò uno sguardo complice a Giuseppe che glielo restituì, e si misero in attesa. Il momento arrivò in pochi secondi: si sentì uno strillo acutissimo, seguito da un’esclamazione dialettale. “Su santu chi l’ha fattu!!!” esclamò Sofia, e i genitori e Marcello si precipitarono in sala da pranzo urlando: “Che c’è, Sofi’?” La povera donna urlava frasi confuse e a tratti del tutto in comprensibili, delle quali però si riusciva ad afferrare un’espressione ripetuta quasi ossessivamente: “Sos mortoso!” Enrico e Giuseppe si guardarono e risero, afferrando un papassino ciascuno dal vassoio posto davanti a loro: lo scherzo era riuscito.
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Bravissima Cassandra, tradizione, memoria, leggenda, realtà e anche quel pizzico in più che ci hai messo di tuo. Un piccolo consiglio, pesca altre ‘idee’ dalla tradizione e fanne racconti che noi leggeremo molto volentieri.
Davvero curioso e interessante. Mi è piaciuta l’idea di preparare la cena per i defunti, è molto originale.
Letto con piacere.
Grazie mille per aver letto e apprezzato il racconto! L’idea è venuta da una vecchia tradizione sarda, sono felice di averla fatta conoscere!🤗
Curiosa, questa versione della leggenda!
Grazie per la lettura e il commento! Oltre alla leggenda, per scrivere questo racconto ho preso spunto da un episodio realmentente accaduto, anche se un po’ diverso 😉
No, vabbè! No ci pozzu crei 🤣 È bellissimo… cose come la porta che in quel momento non fa rumore come a “benedire”, più tante altre cose… mentre leggevo mi son sentito uno di quei bambini, assurdo. Io penso che tu sia davvero molto brava a scrivere
Grazie per la lettura e i complimenti! Mi fa piacere che questo piccolo scorcio letterario sulle tradizioni di Ognissanti sia stato gradito!😊