La cesura

Erano le cinque del pomeriggio. I soli tramontavano già a ovest e una nebbia densa di calore iniziava a levarsi dall’asfalto. Nelle strade poche persone andavano verso le loro case, trascinandosi su marciapiedi roventi e lasciando alle loro spalle il battito regolare dell’Acciaieria Roland. Verso quell’ora si faceva a poco a poco più lento, più calmo e dolce, per poi, puntuale, riprendere il solito ritmo alle 18:00.

«Sembra un cuore» aveva detto Orlando un giorno. «Anzi» aveva continuato ridendo «credo che il battito del mio cuore sia ormai coordinato alla pressa dell’Acciaieria».

Agata rassettava la casa, recuperava le cose lasciate qua e là, passava la scopa, riponeva il vaso di fiori sul tavolo della sala grande; verso sera sistemava le stanze che non sarebbero state usate fino all’indomani e le chiudeva a chiave. Non c’era una chiara utilità della cosa ma aveva sempre visto la vecchia Amelia farlo nella casa dei suoi genitori. Pensava fosse una di quelle abitudini che vanno mantenute al di là delle circostanze; come fosse un rito senza il quale non si può essere davvero certi che la giornata si dica conclusa, che il sole tramonti e che risorga il mattino seguente. Era questione di ordine universale.

Mentre riponeva con diligenza i piatti nella credenza inferiore, Agata si accorse di una crepa sul muro della cucina: iniziava dal soffitto, arrivando fin quasi a metà della parete, per congiungersi poi con il profilo della porta che si apriva sul terrazzino. Agata era certa che il giorno prima quella crepa non ci fosse. La guardò attonita e la attraversò il fulmineo pensiero che la casa potesse d’improvviso crollare. Fece una smorfia nervosa, una specie di sorriso disgustato.

«Capita» si disse, e iniziò a preparare la cena.

Eppure ci pensava. Che ci faceva una crepa sul muro? Quando si era formata? Era pericolosa? Cosa si doveva fare? Stuccarla? E come si faceva? Doveva chiedere a qualcuno; forse il medico di sotto poteva aiutarla? Ma da quando i medici sanno stuccare le pareti?

Quella notte dormì male. Il mattino dopo, prima di uscire per le faccende quotidiane, misurò la crepa con un vecchio metro, per accertarsi, al rientro, che non si fosse ampliata durante la sua assenza.

«Ho una crepa sul muro della cucina» disse a Eurosia, incontrandola davanti alla sua fioreria. Glielo disse tanto per dirlo a qualcuno, per vedere, in base alla reazione delle altre persone, se era qualcosa di cui aveva ragione di preoccuparsi.

«Sono sicura che è meno grande di quello che ti sembra, cara» disse Eurosia mostrandole un sorriso. «La tua cucina sarà bella in ogni caso.»

«Sì, certo. Non è questo.»

Non capiva come Eurosia potesse essere così calda e piacevolmente entusiasta quando tutto attorno a loro era diventato ormai così grigio, compresi i suoi fiori: in città non arrivava acqua da mesi. Forse mentiva? Quella sua ostentata tranquillità era un dolce inganno che riservava a tutti?

«Fai ancora le focacce, Eurosia?»

«Certo, bambina.»

A quel punto Agata si disse certa che la signora Eurosia, fiorista, era anche una bugiarda.

Rientrata a casa, misurò la crepa. Il numero combaciava con quello misurato prima di uscire. Eppure l’impressione, a vista, era che fosse più grande. La misurò ancora e decise di misurarla ogni due ore per tenerla sotto controllo. Alle 17:15 ebbe la prova che quella ferita era cresciuta di quasi un centimetro.

«Ho una crepa sulla parete, dottore.»

«Cosa?»

«Sulla parete della cucina ho una crepa. È una cosa da niente, però c’è» disse al medico che abitava al piano di sotto, alle 20:30 circa, dopo aver suonato insistentemente il suo campanello.

A quell’ora, solitamente, Agata aveva già finito di cenare e chiuso a chiave tutte le stanze, ma c’erano ora questioni più urgenti. Per quella sera, tuttavia, non si poteva essere certi che il giorno dopo il sole sarebbe sorto.

«E cosa ci posso fare io?»

«Non lo so, però volevo dirlo a qualcuno del palazzo, sa… nel caso crollasse.»

«Non ho dormito ieri notte, per via dei feriti in ospedale. Ne parliamo domani, Agata.»

«Certo, certo.»

Agata rientrò nel suo appartamento. Non poteva farci proprio nulla per quella crepa. Ma quel graffio sul muro la tormentava.

Accostò una sedia alla parete e vi salì. Con l’indice percorse il taglio da destra a sinistra, fin dove toccava la cornice della porta per fuggire fuori. -Indagate la cesura-.

Avvicinò il viso, e il freddo del muro poggiò sulla sua guancia sinistra. Con le mani che premevano sulla parete, un occhio chiuso e uno aperto, Agata guardò attraverso la crepa. Ne vide il buio. Si spaventò.

Scese e rimise la sedia accanto al tavolo. Si recò nella cameretta di Orlando. Sapeva che lì avrebbe trovato qualche vecchio attrezzo di loro padre, tenuto per le emergenze.

Prese il martello. Diede il primo colpo sulla crepa e se ne formarono tante altre tutt’attorno. Mille mila piccole strade. Continuò con il secondo e, al terzo, i colpi di martello presero il ritmo della pressa dell’Acciaieria Roland.

Ci mise tutta la notte.

La mattina dopo i soli sorsero, inspiegabilmente, nonostante tutte le inosservanze rituali del giorno prima. Per la prima volta Agata li vide dalla cucina.

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