LA CHIAMATA

Serie: Il terzo squillo

La voce di Ivan arrivò pulita, diretta. Come sempre. Mi disse che l’ordine era stato annullato. Tirai una lunga boccata di tabacco.

Il suo modo di scandire le parole era sempre uguale e, da come parlava, si poteva immaginare cosa avesse indossato quella mattina. In quel periodo mi capitava spesso di pensare a come fosse conciato chi mi chiamava dall’altra parte del telefono. Le persone prendevano forma dalla voce e le immaginavo alte, magre, grasse o con capelli lunghi. Nel caso di Ivan non era difficile visto che la camicia bianca doveva essere stirata in modo impeccabile e doveva essere “ficcata” nei jeans scuri per dar risalto alla cinta di marca, di un marrone discutibile. Si vestiva nello stesso modo, tutti i giorni.

Camicia stirata o no, mi stava dicendo che avevamo perso un altro cliente e non era necessario aspettare perché non avrei consegnato niente fino al giorno successivo.

“Stef, siamo nella merda.” – mi disse sospirando – “sembra che i computer si riparino da soli”.

Ascoltai le sue parole sapendo a cosa stesse alludendo e non potevo dargli torto. Potevo prendere la mia specializzazione in telecomunicazioni e buttarla nel cesso. I tempi delle riparazioni eroiche erano finiti. Le aziende avevano già i loro hacker interni e li trattavano da nababbi. Guardai la cenere che bruciava mentre aspiravo fumo e pensai a mio padre che aveva capito tutto e mi aveva consigliato di governare gli animali della sua campagna. A quest’ora forse puzzerei di latte cagliato e paglia secca e forse sarebbero i miei unici problemi. E invece, stavo affondando con Ivan e il nostro negozio di computer, in un mare digitale. Il nostro locale non era isolato e la piazzetta che avevamo intorno era frequentata a qualsiasi ora della giornata. Non c’erano spiegazioni, semplicemente non servivamo più a nessuno. E nonostante la fontana di cemento a forma di elefante con la proboscide alzata, che richiamava gente in estate sotto il suo getto d’acqua, eravamo invisibili.

Quando aprimmo, tutto faceva pensare che il viavai di gente ci avrebbe aiutato. E invece, in una anno è cambiato tutto, il mondo corre e se non gli stai dietro, vieni divorato dal buco nero dei social, della rete e basta un Tablet per risolvere tutto, per accedere a qualsiasi informazione, spingendo i tasti giusti. Lo sconforto che mi prese alla gola bastó per bloccare ogni frase o parola. Riagganciai e pensai all’ennesimo fallimento. Ma come era possibile fallire continuamente senza imparare? Questo non l’ho mai capito, ma è la cosa che mi è riuscita meglio.

Gettai il mozzicone e sentii la lingua amara. Pensai che un bel bicchiere di whisky con due cubetti di ghiaccio sarebbero stati perfetti in quel momento.

Rividi la ragazza correre dietro al labrador. La coda le si era sciolta e i capelli danzavano insieme alla sua andatura come la criniera di un cavallo che galoppa in riva al mare. Mi sembrò di sentire la sua voce e chiudendo gli occhi ne immaginai il profumo. Restai così per qualche istante e mi passarono per la testa centinaia di immagini di noi due che danzavamo in un prato scambiandoci baci e stringendoci in lunghi abbracci. Sognai, lo ammetto. Sognai quella sconosciuta col labrador che tra tanti sceglieva me. Cercai di allontanare le parole di Ivan ma a quelle immagini si accavallarono le facce degli ultimi clienti, i conti in rosso del nostro piccolo negozio, la casa in affitto che cadeva a pezzi in una periferia della città. Scorrevano in fila da destra a sinistra del mio cervello e si sgretolavano in un vuoto che risucchiava tutto senza restituire niente.

Avevamo perso un altro cliente, quell’idea tornò prepotentemente fottendosene dell’amore. Quel cliente era la salvezza e avrebbe sanato una parte del debito.

Avevamo perso altri soldi e mentre i cigni galleggiavano tra le foglie dello stagno, le immagini continuavano a roteare nel cervello, il cuore cominciava a battere più forte e la faccia di Carlos si faceva sempre più grande nella mia testa. Carlos, un altro problema da risolvere. Dovevo trovare una soluzione. Carlos voleva i suoi soldi, li voleva subito. E li voleva da me.

I cigni continuavano a galleggiare nello stagno e io ero nella merda. Tirai un morso al panino che avevo portato in previsione delle consegne ma non riuscii a mandare giù neanche la saliva. Dovevo trovare un modo per dirlo a Ivan e questa volta ne dovevo inventare una bella grossa. Tirai il panino in acqua e mi pulii le mani sulla maglia a righe che usavo come divisa. Sfiorai con le dita il nostro stemma Stefan e Ivan PC stampato sul torace e per quanto ci fossimo sforzati, continuavo a pensare che il disegno che avevamo scelto come logo, faceva sempre più schifo.

I cigni si avventarono su quel regalo inaspettato e si girarono verso di me. Sorrisi anche se sapevo che non mi stavano guardando. Alzai la birra per brindare con loro e poi mi sentii stupido. Avevo messo in pericolo il mio socio. Ivan non sapeva di avere quel debito insieme a me. L’avevo tirato dentro senza volerlo, da quando si era trasferito nella mia casa. Lavoravamo nel negozio e vivevamo in due case separate. Ci conoscevamo dai tempi del liceo e ingenuamente gli dissi che dividere le spese dell’affitto poteva essere un peso inferiore sulle nostre finanze. Accettó, purtroppo, e da quel momento i problemi che non aveva mai avuto doveva dividerli con me.

Non era questo che si meritava ed ero deciso a risolvere la situazione a qualsiasi costo. Mi serviva un colpo di genio, oppure trovare i soldi prima che Carlos venisse di nuovo dentro casa con quel tanfo inconfondibile di cane bagnato. Non faceva paura per quello che diceva o faceva, ma per le sue amicizie. Carlos era un ex galeotto e da quando aveva salvato un boss da un agguato nella sala TV, si era guadagnato un posto nell’olimpo della malavita. Quando chiedeva un favore a qualcuno, la maggior parte delle volte rimaneva soddisfatto. La casa che mi aveva affittato era l’ultima delle cazzate che mi ero permesso. Anche io non avevo delle belle amicizie, se ci penso, e la proposta mi arrivò proprio davanti al tavolo verde da poker. Stavo vincendo la seconda mano e le carte finalmente giravano come dicevo io. Puntai alto e quel tizio mi prese in simpatia. Quella sera ebbi culo ma non lo ammisi e tra un discorso e l’altro dissi che avevo bisogno di un appoggio. Il tizio disse che aveva una casa libera. Non avevo scelta e il prezzo era allettante. Quel tizio era Carlos. Da quella sera ha smesso di sorridermi e l’ultima volta che si è presentato alla porta non aveva un’aria amichevole, e la puzza di cane bagnato rimase addosso per una buona mezz’ora. Era incazzato nero. Non gli pagavamo l’affitto da un po’ (e dopo quattro mesi di arretrato forse sarei incazzato allo stesso modo) . Se solo penso a come lo presi per il culo mi vengono i brividi, ma quello mi aveva stretto le mani al collo e in quel caso ogni azzardo avrebbe potuto salvarmi la pelle. Gli promisi che il giorno dopo avrei saldato il debito perché stavamo ultimando un lavoro per una ditta cinese che pagava in contanti. Non mi sembrò che stesse a seguire il mio discorso, ma alla parola “contanti” si illuminò e mi diede due giorni di tempo. Tirai un sospiro di sollievo e mi massaggiai la gola.

“Due giorni.” mi disse “Verranno i miei amici a salutarti.”

“E se non li vedo?” replicai per sdrammatizzare

“Ti troveranno loro” mi rispose allargando un sorriso beffardo.

Ritornai a guardare i cigni mentre il terrore mi martellava ogni parte del corpo. Presi un’altra sigaretta e la appoggiati tra le labbra per calmarmi. Mi sentivo a disagio, il cuore acceleró di nuovo e le chiazze di sudore cominciavano a inzupparmi il petto fino a raggiungere il logo stampato sulla mia maglia grigia. Il computer che era disegnato sul torace cambiò colore, e dove era azzurro, diventò blu scuro. Rimasi immobile per calmare il respiro che si era aggrappato alla gola e fu in quel momento che sentii l’urlo della ragazza col cane. 

Serie: Il terzo squillo
  • Episodio 1: LA DECISIONE
  • Episodio 2: LA CHIAMATA
  • Episodio 3: HELLEN
  • Episodio 4: L’ATTESA
  • Episodio 5: LA SCELTA
  • Episodio 6: LA DEA BENDATA
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Fabio, trovo la descrizione delle disavventure del tuo protagonista vive e realistiche. Il suo stato d’animo traspare in ogni riga, nella necessità di affidarsi a un piccolo sogno a occhi aperti per fuggire da una realtà che comunque lo afferra senza dargli tregua. Rimane la curiosità, sapere quale evento lo ha condotto il aeroporto. Si aprono diverse possibilità: a chi appartiene il sangue che macchia la sua maglietta?

      1. Fabio Volpe Post author

        Ciao Micol. È bello leggere il tuo commento anche in questa puntata e ti rispondo volentieri dicendoti che cerco di immedesimarmi negli stati d’animo mettendoli in parallelo a cose che agitano ognuno di noi nella vita reale. Non sono gli stessi, ovvio, ma le sensazioni di panico, paura, attesa, beh..quelli si.
        Cerco di soffermarmi su dettagli tipo profumi, sensazioni a pelle e se, poi, il risultato è quello di darvi vivere un’emozione quasi reale, per me è il massimo.
        Il sangue di quella maglietta è di…

    2. Antonino Trovato

      Ciao Fabio, hai ben condensato le difficoltà del tuo protagonista, in una complessa spirale che pare averlo avvolto in una condizione senza via d’uscita, tutto sembra remargli contro, un po’ anche per colpa sua, ma anche nel quotidiano può accadere di invischiarsi in brutte faccende. La svolta finale riempie il tutto di grande curiosità per continuare a leggere e divorare le tue descrizioni, vivide immagini ben costruite. Alla prossima😁!