La città alle cinque

«Ti prendo l’America. » Lo dicevo nei nostri momenti stupidi, quelli in cui ridevamo troppo forte, sicure che nessuno ci sentisse.

«Prendimi l’America, cretina. » Tornavi a ridere, sapevi che lo avrei fatto davvero.

Ti giravo a faccia in giù, mi mettevo sopra di te e ti leccavo, mentre tu urlavi che non riuscivi a respirare, e più urlavi più restavo sopra. Mica scendevo.

Ti piaceva quando non chiedevo il permesso, e facevamo finta di non chiederlo. Restavo lì anche se dicevi basta, mentre cercavi di difenderti. Ti piaceva anche dopo, quando rimanevi ferma, con il fiato corto, e io ti stavo addosso senza toccarti, solo per farti sentire che ero lì.

E sussurravo il tuo nome all’orecchio. E sussurravi il mio nome all’orecchio.

Poi correvamo in mezzo alla gente. Ti prendevo per mano e ti trascinavo con me per le vie strette del centro. Le sere d’inverno, quando alle cinque è già buio, e tu avevi le mani fredde e ti stringevi al mio braccio.

Ti ricordi, quelle volte che ti compravo lo zucchero filato anche se sapevo che ti avrebbe fatto male. Ma non volevo dirti di no.

Non ti ho mai detto di no. Nemmeno quando avrei dovuto.

E mi sono chiesta quale fosse il motivo di tanta devozione, di questa mia venerazione per te. Quando ti prendevo i piedi e li baciavo come fossero una reliquia, e tu mi scacciavi dicendo che il solletico proprio non lo potevi sopportare.

A volte restavamo sul letto senza fare niente. Tu vestita, io a metà. Ti infilavo le mani sotto la maglia per scaldarle, dicevo. Tu lasciavi fare, ma mi guardavi con attenzione, come si guarda qualcuno a cui si è fatto del male. E mi scacciavi ancora: «non fare così». Io fingevo di obbedirti, ma sapevo bene che volevi che io continuassi. E restavo lì, vicina a te.

Ti ho portata in chiesa una volta ed eri bella. Indossavi il tuo cappotto scuro, quello che ti cade addosso con eleganza. Ti ho vista stranita, incantata, di fronte a un rito che non ti apparteneva.

Ti ho preso la mano, l’ho stretta nella mia, e poi ti ho insegnato il segno della croce. Mi hai chiesto cosa significasse per me e io niente. Nessuno.

Solo il bisogno di prenderla, la tua mano, fra le mie, e fare un gesto insieme.

Le volte in cui ti cercavo, invano, fra le bancarelle della piazza, e mi alzavo in punta di piedi per trovare i tuoi capelli fra quelli di mille altre, e non li trovavo. E allora ti chiamavo, e la paura di perderti cresceva finché alzavi la mano, mi correvi incontro, mi saltavi al collo e giravamo insieme, così, in mezzo alla gente.

E ti aiutavo a infilare la manica del cappotto, come fanno le mamme quando hanno fretta. Ma io non avevo fretta.

Era il mio modo di essere gentile quando mi dicevi che non lo ero stata. Dicevi anche che eri stanca, che avevi progetti, che volevi andartene via.

Allora ti trattenevo il braccio e respiravo il tuo odore. E tu facevi una piroetta su te stessa e mi dicevi che no, non saresti andata via.

E io ti credevo.

Poi un giorno sei partita davvero. Non ricordo quando. Forse pioveva.

Adesso il tempo non conta più. Le giornate sono luce e buio. Le ore non contano più. Impegni che rimando, appuntamenti a cui non arrivo.

Fa di nuovo freddo, e non trovo i tuoi capelli fra le bancarelle della piazza. 

Alle cinque è già buio.

E non mi alzo più in punta di piedi.

Avete messo Mi Piace15 apprezzamentiPubblicato in Amore

Discussioni

  1. Ciao Cristiana,
    Non è il genere di lettura che mi attira di solito ma il modo in cui hai tessuto il racconto mi ha tenuto incollato fino alla fine. La storia traghetta il lettore dai ricordi felici e carichi di fisicità fino alla fredda tristezza dell’abbandono.
    Molto bello
    Ciao

  2. Ciao Cristiana, il tuo è un racconto intenso e fisico che parla di un amore totalizzante, forse sbilanciato, fatto di gesti piccoli e devozione grande. La passione iniziale lascia spazio a una malinconia sottile che cresce senza rumore. Il finale è semplice ma colpisce, perché mostra non solo la perdita, ma il cambiamento di chi resta. Mi ha fatto pensare a quante volte chi ama di più è anche quello che, alla fine, resta fermo al buio senza più alzarsi in punta di piedi.

    1. Ciao Mariano e grazie per aver colto la linea sottile che divide in due il racconto. La passione lascia presto lo spazio a quella malinconia che poi ci accompagna e spesso ci consola. Un abbraccio.

  3. Davvero folgorante nella sua intimità, nella sua misura che lentamente si fa varco e si divarica oltre la parola e la forma, dove l’ispirazione, il sortilegio sensoriale dell’immagine e del contatto silente con lo sfondo, diventano l’unico luogo abitabile. Uno di quelli in cui il tempo non conta più. È dentro questo spazio ancora preciso, ricco di ombre e di contrasti, che ho attraversato, senza un attimo di respiro, le rivelazioni della tua storia. Un saluto.

  4. È un testo molto intenso, pieno di memoria fisica e affettiva: non racconta solo una storia d’amore, ma soprattutto la nostalgia del corpo e dei piccoli gesti quotidiani che restano quando l’altro non c’è più. Funziona bene il contrasto tra la parte iniziale, viva, impulsiva, quasi sfacciata e il finale, che invece si svuota lentamente fino a quel “non mi alzo più in punta di piedi”, molto forte perché dice la perdita senza doverla spiegare. Rimane addosso una malinconia concreta, fatta di dettagli semplici che diventano simboli.

    1. Grazie Lino per il commento molto intenso e puntuale. Come hai detto bene tu, la nostalgia vuole essere la vera protagonista di questo racconto.
      A volte penso che essa sia un po’ il vero motore della nostra scrittura. Un abbraccio.

  5. Che bello questo scritto. Ha parlato con una voce che ho sentito chiara, distinta e timida allo stesso tempo, come quando si racconta un segreto a qualcuno e l’altro ti risponde che lo sapeva già.

  6. Un’altra perla che non ha prezzo, io l’apprezzo per questo. “Ti prendo l’America” scrivi: “Te la do io l’America” ti rispondo, con un mio indegno libriCK. Voli sempre più in alto, Cristiana, ormai ti vedo lontana all’orizzonte, irraggiungibile, vorrei raggiungerti con le parole che meriti, ma non le trovo, forse me le hanno rubate i tuoi tanti commentatori/ammiratori.

  7. Un racconto che colpisce e fa vibrare corpo, mente e anima, per la sua forza e naturalezza. Un amore precoce, forse, interrotto e indimenticabile, come sono di solito i primi amori intensi che finiscono di colpo senza un perché.
    Sarebbe stato un altro racconto perfetto, da inserire con la citazione della piazza, fra i tanti luoghi del tuo libro che sta per nascere. Dove il viaggio inizia con la partenza finale.

  8. C’è differenza tra i racconti che progetti e quelli che ti vengono di pancia: i primi hanno una qualità molto alta e si sviluppano in orizzontale, lineari, mantenendo la trama solida e coerente lungo tutto il percorso, i secondi hanno una crescita verticale, sono brevi ma molto intensi, come un viaggio sulle montagne russe, l’inizio e la fine possono richiamarsi e somigliano ai sogni lucidi.
    Il fatto che alcune scene e uno dei personaggi siano reali fa emergere il modo in cui elabori gli eventi della vita, come sai metterli nero su bianco in modo così elegante e mai banale.
    Mi rimangio ciò che ho detto prima: questo racconto non è di pancia, è di cuore. ❤

    1. Cara Mary, tu che mi conosci bene lo sai che a volte ci metto il sangue sputato per studiare, progettare, scrivere e riscrivere. Altre volte no. Qualcosa di diverso spinge la mano.
      Ho adorato l’immagine della crescita, quella verticale di un certo tipo di racconti e quella orizzontale, di altri. Ammetto che preferisco la seconda perchè assomiglia molto al lasciarsi trasportare, al lasciarsi andare. Grazie di cuore.

    1. Credo che il punto sia proprio questo: non è più una questione di amore o amicizia o passione o chissà cos’altro. E’ una questione di anime che si incontrano. E questo va al di la di tutto. Grazie Tiziana per averlo colto.

  9. Direi che hai sfiorato delicatamente delle corde di uno strumento che pensavo aver seppellito e nascosto in modo tale da non poterlo trovare più neanche io. Invece arrivi tu sorridente e accendi la televisione del mio cervello sul canale con un catalogo simile a qualunque altro servizio di streaming attuale, navighi nei menù dedicati ai romance più struggenti e metti in play il mio personale episodio intitolato “Il panettone dissuasore”. Così mi ritrovo a confrontare le sensazioni, paragonare i piaceri, i baci, le litigate che finivano con i vestiti sparsi ovunque, le promesse d’amore eterno e le fughe rocambolesche per evitare di essere visto dal padre. C’è anche quel maledetto panettone giallo che dissuade la gente a non parcheggiare la macchina lì davanti e ci sono io seduto sopra, con le orecchie che dolgono ancora per quelle parole di distacco definitivo. Capitava anche a me di cercare una testa in mezzo a mille altre teste, io però salivo su una panchina. Cristiana, te l’ho già detto che ti adoro vero? ❤️

    1. Ciao Emi, come stai oggi? Grazie, grazie ancora per questa sorta di confronto che spesso facciamo fra un testo e le nostre esperienze. A me capita molte volte e, ammetto, quella cosa li assomiglia molto a una botta nello stomaco. Però piacevole.
      Il resto, già ce lo siamo detti. Grazie e ti mando un abbraccio 🙂

  10. L’intensità e la passione di un amore che rimane anche dopo che è svanito: gli amori forti restano unici, sono quelli che contunuiamo a portarci dentro, pur nella consapevolezza che ci faranno ancora “sanguinare”

    1. E chi lo ha detto che dobbiamo smettere di sanguinare? Al contrario, credo che scrittura, lettura e anche il sentimento dell’amore, favoriscano questo sanguinamento per noi vitale.
      Grazie Roberto per la tua lettura e il bellissimo spunto 🙂

  11. Una corsa tra le bancarelle dei ricordi, dove odori e sensazioni non svaniscono mai.. una corsa ad inseguire chi, forse, resterà per sempre giovane in fondo al cuore. Grazie, Cristiana.

    1. Quando perdiamo una persona, e ci sono mille modi per perdersi, è come se il tempo si fermasse e quell’immagine di lei si andasse a imprimere in maniera indelebile nella nostra mente.
      Forse, perdere qualcuno significa veramente ritrovarlo ogni volta nel ricordo. Grazie Furio.

  12. Che meraviglia Cristiana! Nelle tue storie non c’è bisogno di sapere tutto, lasci a chi ti legge la possibilità di immaginare e darsi risposte. Regali immagini, frasi intense e musicalità. È un piacere leggerti e c’è sempre qualcosa da imparare.

    1. Grazie Melania. Forse, e qui azzardo e me la gioco, le nostre scritture in un certo senso si somigliano. Nei tuoi testi trovo la stessa musicalità e intensità e lo stesso piacere quando mi ritrovo una tua storia ‘fra le mani’. E allora sì, ti dico che hai ragione, imparare è davvero bello.

  13. Te l’ho già detto, ma amo ripetermi. Io adoro questi tuoi gioiellini che vengono di getto come le cose improvvise, e migliori. E tu chiedi: come è venuto? Dimmi pure se c’è qualcosa che non ti convince. Ma non c’è nulla, è perfetto così, come i disegni che si formano nella sabbia, gli arcobaleni quando ci appaiono all’improvviso. La forza di questi pezzi è l’immediatezza. Arrivano dritti, senza filtri, e si sentono tutti. Pollock, Fontana, Vedova. Mi viene in mente quell’incedere. Senza nulla togliere agli altri tuoi scritti, sempre impeccabili. Sono sempre piu convinta che tu sia fatta per lavorare “di prima”. Brava brava brava ❤️

    1. I paragoni fanno impallidire e mi scappa un ‘magari!’
      Questi pezzi ‘immediati’ sono di gran lunga quelli in cui mi trovo più comoda. Poi, però, ogni tanto faccio la brava e studio.
      Grazie di cuore e sempre Irene.

  14. “E non mi alzo più in punta di piedi.”
    Qui ho visto una resa pacata. Un rassegnazione dolorosa ma anche dolce. La protagonista sa che non ha piu nessuno da cercare. E non vuole nemmeno cercare altro. Quel gesto era il loro, e di nessun altro.

  15. Ciao Concetta, mi ha colpito, del tuo testo, la capacità di legare sentimenti contrastanti: la tristezza e l’indifferenza, l’attrazione e la repulsione. Leggendolo provavo tristezza per la narratrice ma, non so perché, anche sollievo. Come se stesse vivendo una di quelle storie che sono belle solo se finiscono male.

    1. Grazie davvero Luigi per questa tua intuizione finale che somiglia tanto alla motivazione per cui ho voluto raccontare questa storia.
      Volevo però anche dirti, ma questo solamente per una questione di riconoscibilità, che questa non è la pagina di Concetta, bravissima autrice fra noi, ma la mia 🙂
      Grazie e buona scrittura.

  16. “Poi correvamo in mezzo alla gente.”
    Questa mi piace tantissimo. Due innamorate che corrono tra la gente, il segreto della loro intimità al sicuro. Noi ogni giorno usciamo, ci portiamo addosso quello che non si dice, e quello che non si dice è quello che ci rende vivi. Credo sia per questo che amiamo tanto l’amore.

  17. Mi ha colpito la fisicità di questo testo, il modo in cui il desiderio e la devozione si intrecciano senza mai diventare esibizione. È intenso, ma anche fragile. Si sente l’amore nella sua forma più istintiva e insieme più sbilanciata, fino a quel finale che cade piano e lascia un vuoto vero. L’ultima frase resta lì, e fa male nel modo giusto.

  18. Raccontare i sentimenti è come camminare in alto su una fune sospesa. Un minimo movimento falso è il confine tra il comunicare e il cadere. E tu sei una brava equilibrista, questo è certo. Grazie, mi hai commosso.